I want U.S.A.

Angelo Marinoni

trL’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha colto tutti di sorpresa, forse persino lo stesso Trump. Non ho intenzione di partecipare al coro dei commentatori che vogliono spiegare perché le elezioni hanno preso una certa piega, oppure quanti conoscono così bene la famiglia Clinton e i suoi collaboratori da sentirsi in dovere di spiegare a noi cosa hanno sbagliato. Hanno perso e questo è quello che conta in questo caso, i motivi credo siano talmente americani che prediligo farmeli spiegare solo da un americano.

Del resto la sconfitta della signora Clinton è avvenuta con un numero di voti di poco superiore a quello dell’avversario rendendo ai miei occhi quel sistema elettorale un’aberrazione quasi peggiore di quelli che ci stiamo inventando noi in Italia combinando (male) linearmente tutti i sistemi elettorali delle democrazie mondiali.

In verità quella che cambia è la logica: trattandosi della elezione di un Presidente di Stati è, forse naturale che sia una maggioranza di Stati a eleggerlo più che una maggioranza assoluta di elettori dell’Unione; ma sono troppo europeo e ancora legato alla Ostpolitik per capirlo davvero.

Il problema degli statunitensi (e anche il nostro) è il fatto che le loro elezioni presidenziali non sono solo affar loro, ma sono un evento planetario di cui loro sono attori e quasi tutti gli altri comparse.

Il ruolo egemone degli Stati Uniti nel mondo occidentale largamente inteso è contemporaneamente un problema e una rassicurazione per loro e per i suoi alleati o partners commerciali e l’elezione del signor Trump è una notizia esplosiva proprio perché mette in discussione quel ruolo.

Non sono le reali capacità politiche del neopresidente americano a scuotere gli animi di una ampia porzione del pianeta, ma la politica internazionale che vuole adottare e che si può comprendere leggendo le sue idee, la sua visione di America e il suo programma elettorale.

È abbastanza chiaro che il signor Trump, una volta Presidente, cercherà di isolare politicamente e economicamente gli Stati Uniti blindandone i confini non solo dal punto di vista migratorio, ma anche doganale.

Ritiene, forse non del tutto a torto, che eliminando la concorrenza sleale delle merci orientali, proteggendo la produzione interna ridandole buona parte del suo mercato, riporterà l’economia a viaggiare essendo rassicurato dal fatto che non ci sia nulla di indispensabile che gli Stati Uniti debbano per forza importare.

Se è vero che fuori dagli Usa si comprerà meno americano è anche vero che il mercato americano è una risorsa amplissima per svariate produzioni straniere perfettamente sostituibili con produzioni interne (dalle auto al vino, dalla moda alla tecnologia informatica, dall’energia alla manifattura).  Non condivido questa impostazione e se fossi stato un elettore americano non mi avrebbe convinto, ma io non sono un operaio disoccupato di Pittsburgh.

Viene da pensare che se l’America avesse dovuto scegliere fra un socialista e Trump avrebbe scelto il primo, ma dovendo scegliere fra un conservatore e una scheggia impazzita del sistema abbia preferito la seconda.

È anche vero che la ricetta Trump non è molto diversa dalle ricette di buona parte delle destre europee che macinano numeri sempre maggiori anche in una terra dalla cultura politica più anziana di un paio di migliaia di anni.

L’aspetto realmente inquietante del programma elettorale del neopresidente è l’anti-ambientalismo viscerale: dal disconoscimento quasi grottesco del riscaldamento globale all’intenzione di non rispettare alcun protocollo, nemmeno quelli firmati pochi anni fa dal suo predecessore, dimostrando quanto sia fragile la coscienza ambientale dei decisori mondiali.

I dubbi sulle reali capacità di Trump di esercitare il ruolo che gli sarà affidato e di raggiungere gli obiettivi che si è ripromesso (quelli reali e non le boutade elettorali) sono tanti e quasi tutti legittimi, vista l’assoluta inesperienza politica.

È probabile che la solidità del sistema americano sia in grado di reggere all’urto di una scheggia così impazzita, come è probabile che i poteri forti che in America lo sono per davvero siano in questo caso una garanzia e non il limite che sono stati per Bill Clinton e Barack Obama.

La domanda che da italiano mi porrei con insistenza a proposito dell’elezione di Trump in America non è tanto quali danni lui possa fare nel suo paese, ma cosa succederebbe in Italia se venisse eletto in Italia uno come Trump, ma forse per saperlo basta tornare indietro di ventidue anni.

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