Donald Trump e il decalogo

Domenicale Agostino Pietrasanta

trumpHo apprezzato quanto i media locali hanno ragionato sulla vittoria, alle presidenziali USA, di Donald Trump. Su alcune questioni non mi trovo pienamente convinto, ma si è sempre trattato di descrizioni motivate e sicuramente confrontabili. Ne viene che non avrei nulla da aggiungere, ma dal momento che anch’io mi sono fatte alcune considerazioni, le vorrei solo elencare per titoli, con una fattispecie di decalogo; spero che nessuno, con spirito faceto o bizzarro, voglia rintuzzarmi ed accusarmi di superbia: non mi passa neppure per l’anticamera del cervello di richiamare l’altro Decalogo, quello dettato sul monte Sinai. E vengo al dunque.

Primo. Donal Trump ha vinto da solo; tutti gli facevano, più o meno apertamente opposizione, soprattutto i due partiti presenti nelle assemblee elettive statunitensi. Il Democratico era compattamente schierato con Hllary Clinton, il Repubblicano spaccato non solo sulla candidatura, ma anche sull’elezione del nuovo presidente.

Secondo collegato al primo. I partiti dunque non contano nulla. Senza improprie operazioni di accostamento o confronto con le situazioni europee, dove i partiti hanno ben diversa connotazione, la cosa mi pare preoccupante per le conseguenze che potrebbero derivare ai luoghi costitutivi del confronto democratico. Se i partiti stanno male negli USA, in Europa non stanno bene: se Atene piange, Sparta non ride.

Terzo. Se Trump ha vinto da solo, significa che il consenso elettorale si crea per effetto della socializzazione delle masse popolari che non si riconoscono nei partiti, ma nel leader che promette loro ciò che sul momento desiderano per un bene come che sia, scambiato in nome e con la merce di un loro totale controllo. Se non sbaglio e non sforzo troppo l’interpretazione, si tratta della strada maestra verso i totalitarismi. Qui, almeno in prospettiva storica, non farei confusioni tra destra e sinistra.

Quarto, parzialmente collegato al terzo. Visto che il nuovo presidente ha promesso in campagna elettorale, un progetto ed un programma razzista, sessista, xenofobo e protezionista (risparmiamoci altro!), la sua elezione significa che tutto questo è ben gradito ad una gran parte dell’elettorato americano, quello almeno che resta maggioritario per l’elezione.

Quinto; anche qui il legame col precedente mi sembra possibile. Qualche audace speranzoso ha osservato che i voti popolari avrebbero favorito la Clinton. Avrei da ribattere che gli elettori americani conoscevano benissimo il sistema elettorale del loro Paese e sapevano altrettanto bene che solo chi vince in alcuni Stati decisivi, per varia ragione, si aggiudica la presidenza; e in tali Stati Trump ha vinto brillantemente. Se poi gli audaci da speranzosi si fanno sognatori, magari anche pericolosi, allora non per successive associazioni di pensiero, ma per improprie e mirabolanti capriole, dovessero invocare il proporzionale puro per l’Italia, allora se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Personalmente ho un positivo ricordo dei tempi in cui il proporzionale era possibile, ma suvvia pensiamo all’oggi ed anche alla governabilità ed al conseguente equilibrio con la rappresentanza. Dovremmo fare dei governi non di coalizione, ma di impossibile accozzaglia (esempi: PD+Grillo+Berlusconi; oppure, PD+Grillo+Salvini e via cantando): vi pare ragionevole o almeno realistico?

Sesto; e cascano parecchi asini. Nessuno deve offendersi, si tratta solo di un detto proverbiale. Trump ha espressamente dichiarato di considerare le donne come merce per i suoi comodi, eppure gran parte delle donne, anzi la maggioranza delle donne bianche lo ha votato. Segno anche troppo evidente che le campagne femministe han fatto rumore d’opinione, ma non hanno sufficientemente agito sul consenso popolare. Considero la cosa aberrante: detto da un vecchio cattolico, formatosi nel periodo dell’integralismo piano è il colmo.

Settimo. L’avanzata del consenso massificato, detto anche populismo, significa anche (non solo) crisi dei ceti medi e di quella borghesia, che, con buona pace di tutti, ha promosso i sistemi democratici nel mondo; se per colpa sua o di qualcuno non si è mai provveduto a fare in modo che tutti si facessero presenti nel processo di partecipazione alle istituzioni della democrazia, posso solo dire che siamo alla frutta. Un mio amico dice: allacciamoci le cinture.

Ottavo. I sondaggi e la loro attendibilità. Mentre additavano tutti il vincente in Hillary Clinton, costei è stata sconfitta. Non prendiamocela troppo dal momento che non saranno mai aboliti perché troppi ci guadagnano sopra e, in tutta sincerità non sarebbe neanche giusto, considerato che sbagliano spesso perché parecchi si vergognano (e giustamente!) di dichiarare quale sarà la loro preferenza di voto, nel segreto della cabina, dove “solo Dio ti vede”.

Nono, la figura dell’Europa. Inutile ora piangere sul latte versato nel timore di pericolose derive nei rapporti internazionali. Lo spirito della vittoria dei diversi consensi massificati, detti anche populismo, ha ricevuto e tuttavia riceve un grosso contributo dai vertici di Bruxelles che lasciano l’Italia sola coi fenomeni migratori, che non si preoccupano degli sconquassi di una possibile caduta economico finanziaria di alcuni partner e che lasciano impazzare le pretese di prepotenza nazionale dei singoli Stati. E poi: che forza di riequilibrio internazionale si pretende nella divisione più deplorevole? Sono sicuro che anche Jean-Claude Juncker ci potrebbe pensare.

Decimo. Papa Francesco ha affermato che chi alza muri non è cristiano; quello che è successo dimostra che anche i leader più lucidi, autorevoli ed amati nulla possono contro il degrado degli autoritarismi. Ed allora non c’è che da sperare nel timore, sempre angosciante, di non dover morire cantando.

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