The day after

Marco Ciani
magIl giorno dopo la clamorosa vittoria di Donald Trump nelle presidenziali americane, che hanno visto i Repubblicani mantenere tra l’altro la maggioranza di Camera e Senato, regna una calma irreale, al netto di qualche manifestazione ormai inutile.

Le parole concilianti del neo capo di stato e di governo Usa, appena dopo la proclamazione dei risultati, assieme ai toni pacati ed agli appelli all’unità provenienti da una commossa e sconfitta Hillary Clinton,  oltre che dal presidente uscente Obama, hanno contribuito in modo determinante a ridurre al minimo le tensioni del momento, consentendo anche alle borse europee ed americana di evitare una giornata drammatica, in attesa di capire meglio quali siano le reali intenzioni del neo/inquilino alla Casa Bianca.

Fin qua il riassunto di ieri.

Inutile ripetere considerazioni già svolte sulle cause di quanto accaduto. Da questo blog avevamo messo in fila i rischi della consultazione, come di altre che si avvicinano (referendum italiano a dicembre, elezioni in Francia, Olanda e Germania nel 2017) in un articolo dal titolo “Populismo“. Credo che tali valutazioni escano rafforzate.

Le uniche novità, se così le possiamo definire, si possono rintracciare nella dimensione della vittoria di Trump che ha conquistato tutti gli stati incerti e il voto delle donne bianche, che in larga maggioranza hanno preferito il magnate newyorchese, malgrado tutto.

In queste ore ci si chiede che giudizio attribuire a questa nuova veste apparentemente bonaria ed istituzionale che il  neo/presidente ha assunto una volta certo della nomina. Lo sapremo, con ogni probabilità, dal 20 gennaio in poi, data nella quale avverrà l’insediamento ufficiale a Washington.

Tenendo conto che stiamo discutendo di un bugiardo seriale, capire cosa farà è impresa complicata. E tuttavia, sono propenso a credere – sperando ovviamente di sbagliarmi – che i motivi di grande preoccupazione della vigilia non saranno affatto dissipati da una improvvisa conversione alla moderazione ed al realismo.

Perché, temo, i casi siano due. O il neo/presidente si rimangerà i propositi assolutamente dirompenti che aveva propalato a piene mani in campagna elettorale, frustrando e aumentando a dismisura la rabbia di chi, stufo a torto o ragione della vecchia politica, lo ha sostenuto nel corso dell primarie repubblicane e successivamente nelle elezioni. O invece, seppure con qualche variazione magari anche importante, dovrà  dar seguito a quanto promesso. Con esiti, sempre a mio avviso, molto problematici.

Tradotto in parole povere: il muro al confine col Messico, il drastico abbattimento dell’imposizione fiscale sui redditi delle aziende e dei cittadini senza un conseguente taglio della spesa pubblica e senza che ciò scassi il bilancio federeale, la riproposizione di dazi doganali molto consistenti sulle importazioni (che significa un ritorno al protezionismo) con conseguente uscita dagli accordi di libero scambio con il NAFTA o il TPP trans/pacifico, l’abbandono di una politica atlantica e dell’ingerenza negli affari medio/orientali, l’abolizione dell’Agenzia per l’ambiente (voluta dal repubblicano Nixon), e la denuncia degli accordi di Kyoto per la riduzione dei gas serra, l’abrogazione dell’Obamacare, ovvero la copertura sanitaria pubblica per i poveri.

Potrà il biondo magnate rinunciare a tutto ciò? Riuscirà a rilanciare i redditi e la sicurezza di quella middle class che lo ha incoronato, sulla scorta delle sue paure e delle illusioni suscitate dalle suggestioni di Trump?

Onestamente io penso di no, per entrambe le domande. Per il semplice fatto che credo sia impossibile materialmente fornire una risposta positiva. Dunque il 45° presidente dovrà essere conseguente, pur con tutti gli ammorbidimenti del caso almeno ad alcune delle cose dette e ciò nonostante non riuscirà a riportare in auge la classe media, per il semplice fatto che non basta tirare su quattro steccati affinché questo avvenga. Non si possono riportare indietro le lancette dell’orologio come se l’evoluzione tecnologica non esistesse. Altre sarebbero le decisioni da prendere, ma ne discuteremo in un’altra occasione.

Dunque penso che da gennaio in poi, quando sarà insediato (e sarà molto interessante vedere di quale squadra si circonderà), cominceranno i problemi. Che molto semplicemente (e forse anche semplicisticamente) si chiamano, a mio modo di pensare, nuova recessione globale, con gli effetti che possiamo immaginare, e ancora maggiore instabilità politica internazionale, se la nazione più potente si ritirerà dallo scacchiere globale. Tralascio le conseguenze culturali e sociali, che vedremo.

Ultima considerazione: a questo punto, per ovvie ragioni, le possibilità che il premier Renzi vinca il referendum del 4 dicembre diventano evanescenti. Come già dissi in un altro articolo “Profezia breve (e facile)” per molti aspetti il 2017 sarà l’anno della resa dei conti. Prepariamoci ad allacciare le cinture.

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