Vincere la pace

Carlo Baviera

camIl 4 novembre di ogni anno mi è caro: perché festeggio il mio onomastico. E insieme a questo festeggio altre due cose: quella che è definita dell’Unità Nazionale e soprattutto la fine della cioè l’inutile strage. Inutile, appunto! Già lo storico Alberto Monticone, e non solo lui, ha da anni dimostrato che quella guerra era evitabile ed è stata inutile, e che la riunificazione del Trentino all’Italia la si sarebbe ottenuta con la trattativa. Quindi per me 4 novembre si sposa con ritorno della Pace, con la riflessione sulla Pace.

Già anni fa Giuliana Martirani (docente presso l’Università di Napoli Federico II, pubblicista e scrittrice) aveva presentato nel suo libro la necessità di educarsi alla pace, di compiere percorsi e gesti che costruissero pace. Lo stesso invito a educarsi alla pace è venuto costantemente dagli ultimi Pontefici della Chiesa Cattolica, nonché da donne e uomini di pensiero e di contemplazione.

A partire, soprattutto, dalla prima guerra del Golfo (1991) e poi dopo l’attacco alle Torri gemelle si è intensificato il grido di pace da parte di coloro che profeticamente intuivano che le azioni che prevedono l’uso delle armi, per quanto possano apparire giustificate e inevitabili, sono sempre negative, luttuose, delittuose per il futuro.

Si continua, anche a terzo millennio avanzato, a ragionare di armi, di militari, di eserciti, di difesa. La pace la consideriamo ancora, come nei tempi antichi, assenza di guerra, sicurezza, stabilità, ordine, non mettere in discussione lo status quo. Il concetto di non violenza, di azione di pace, di convivenza, di educazione alla pace non riusciamo a comprenderlo fino in fondo e a metterlo in pratica: ci sembra sempre un segno di debolezza, di cedimento all’avversario, di posizione imbelle e colpevole.

Ed ecco che, nelle scorse settimane Papa Francesco ci ha richiamato e stimolato con un’apparente battuta: “Il mondo è in guerra, perché ha perso la pace”. Attenzione, la frase si presta a due tipi di lettura: 1- non c’è più pace, non siamo capaci a garantire sicurezza e serenità, hanno ripreso fiato i violenti e le armi. Non siamo stati in grado di costruire istituzioni e controlli che garantissero e contenessero la ripresa della violenza e perciò dobbiamo subire il venir meno di condizioni di vita tranquilla e sicura. Abbiamo perso il nostro restare in pace.  2- si è persa la sfida di costruire la pace. Abbiamo perso nell’educare alla pace e alla non violenza. Non siamo stati capaci di realizzare istituzioni, sistemi economici, culturali, educativi che costruiscano la pace. Abbiamo perso l’occasione di pensare, guardare, vivere in modo completamente diverso i rapporti fra amici, famiglie, comunità, nazioni.

Tutte e due le letture sono corrette, contengono elementi non trascurabili. Però credo che la seconda sia quella che fatichiamo di più a capire, ma che serva maggiormente per oggi e per domani. Dobbiamo difenderci, dobbiamo essere vigili, non possiamo restare tranquilli come se nulla fosse, ma se non usiamo la seconda strada per disarmare gli assassini gli regaleremo il brodo di coltura per svilupparsi.

Non abbiamo usato discernimento nella vicenda del Kuwait, non lo abbiamo usato dopo le torri gemelle, non l’abbiamo usato dopo la caduta del muro di Berlino né dopo le primavere arabe.

Allora (ce lo ricordano le parole del Papa) è il tempo di usarlo ora questo discernimento. Continuiamo a lavorare per costruire la pace; perché pace non continui ad essere considerata assenza di guerra; che pace non sia solo tutelare sé stessi dimenticandosi di popoli e realtà che sono da anni in condizioni di guerra o sotto minaccia.

Non siano solo le armi a dettare le regole. Pensiamo agli USA dove è stato più semplice (si fa per dire) realizzare la contrastata riforma sanitaria, che non vietare l’uso delle armi.

Ricordiamo che l’Italia è un centro importante di costruzione delle armi e di vendita di armi: senza pensar ai traffici loschi di chi vende armi in modo incontrollato in giro per il mondo. Quando si pongono questi problemi  scatta l’opposizione di chi solleva il problema dei lavoratori delle industrie che le fabbricano. Sentito parlare di riconversioni industriali? Se si continua a contrapporre salute (in questo caso pace) e lavoro non si va lontano: è stato così per l’Eternit, è così a Taranto.

Che pace vogliamo si costruisca in queste condizioni? Non può che essere la Pax di chi detiene più armamenti. E quale pace vogliamo costruire se, ogni nazione, celebra le proprie Forze Armate e le proprie vittorie riportate sul Paese vicino? Non intendo oltraggiare il ricordo di una delle (poche per la verità) vittorie militari italiane, né tanto meno i caduti che hanno dato la vita per amore della Patria incoscienti di essere usati dalla propaganda militaresca dell’epoca e di quelle successive: e fortunatamente ora si rivalutano i cosiddetti “disertori” eliminati dal fuoco amico e da ufficiali imbevuti di patriottismo.

Allora, insieme a tutte le questioni economiche, occupazionali, istituzionali di questi anni aggiungiamoci anche la necessità di costruire, di realizzare la Pace. Altrimenti la pace sarà persa per sempre! E senza che il popolo possa esprimersi neanche con un referendum.

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