Populismo

Marco Ciani

trManca ormai una settimana alle presidenziali americane e, come noto, tra i due candidati principali, la democratica Hillary Clinton e il repubblicano (dell’ultima ora) Donald Trump, i giochi sono aperti. I sondaggi più accreditati li danno sostanzialmente alla pari. Dunque per il responso definitivo dovremo attendere l’8 novembre, giorno delle elezioni.

Fin qui la premessa. Ciò che rende interessante la vicenda è che l’impensabile, ovvero che un personaggio come il tycoon newyorchese potesse avere realmente delle chance di vittoria, oltretutto contro una parte importante del suo stesso partito, diventa incredibilmente possibile.

Se congiungiamo questo evento, come faremmo con i puntini di un disegno in quei giochi enigmistici dove si tratteggia una figura, con analoghi successi dei movimenti e dei personaggi populisti anche in Europa, viene naturale chiedersi dove stiamo andando a parare.

Forse sono eccessivamente pessimista, ma temo che rischiamo di sbattere contro gli scogli.

Mi auguro che alla fine prevalga la candidata democratica, e non solo per affinità politica. Credo che, nel caso opposto, la situazione globale si farebbe molto cupa. A questo punto la domanda diventa: come è potuto accadere?

Qui dobbiamo riflettere sul perché in tutto il mondo occidentale il vento della protesta gonfi impetuoso le vele dei demagoghi e come mai le libere istituzioni costruite nel corso dei decenni sembrino traballare vistosamente. E, infine, per quanto a lungo la democrazia, perlomeno in taluni Paesi, sia in grado di resistere all’urto.

Molti analisti danno la colpa alla globalizzazione ed alla cattiva distribuzione della ricchezza che favorirebbe pochi fortunati a scapito della classe media, producendo una reazione popolare anti/sistema che si manifesterebbe al momento del voto. Alcuni alle massicce migrazioni che metterebbero a rischio lo stile di vita occidentale. Altri alla mancanza di una leadership mondiale che governi i fenomeni planetari. Qualcuno, infine, richiama l’influenza di internet e dei social network che, come direbbe il nostro illustre concittadino Umberto Eco, hanno fornito munizioni e truppe a masse di imbecilli.

Probabilmente la tendenza attuale è un frutto complesso di tutte le citate istanze. Ma anche di un’altra carenza. Almeno a mio avviso. Globalizzazione, migrazioni, internet – come risulterà evidente a chiunque si soffermi un attimo per riflettere – non producono solamente effetti negativi. Al contrario. Sviluppano anche libertà di interazione tra abitanti del pianeta, diffusione delle conoscenze, riduzione delle distanze sia fisiche che culturali. E comunque la si pensi, hanno sottratto alla povertà masse di diseredati in molte parti della terra. Essere un domani cittadini dell’universo non dovrebbe apparire una prospettiva negativa.

Perché allora non cogliamo quasi mai gli aspetti buoni, mentre invece tutto il mondo progredito sembra scivolare inesorabilmente verso un nuovo sonno della ragione?

Modestamente penso che manchi oggi un pensiero, una filosofia, una visione capace di mettere tutti i riferimenti dentro una mappa organica e fondata razionalmente che indichi la strada per nuovi orizzonti di sviluppo, che indirizzi verso uno sbocco positivo e desiderabile.

Tale incombenza è stata svolta in modo abbastanza soddisfacente dalle grandi ideologie anti/totalitarie della seconda metà del XX secolo: liberalismo, socialdemocrazia, cristianesimo democratico (all’interno del quale fondamentale risulta per l’Italia l’apporto del cattolicesimo democratico). Tutte idee che oggi non se la passano troppo bene, indebolite e/o messe in crisi dall’insorgere dei tempi nuovi e di potenti narrazioni negative, molto spregiudicate nel fare leva sugli istinti del popolo, in particolare sul suo bisogno di sicurezza.

In sintesi estrema la gente si sente minacciata da crisi economica, arrivo di popolazioni percepite come ostili, tecnologie invasive che se da un lato espandono le possibilità, dall’altro dis-umanizzano le persone e ne precarizzano l’esistenza. E reagisce come può, in particolare dando ragione a coloro che attaccano il “sistema”, che propongono la chiusura, la costruzione di muri fisici, culturali e psicologici e il ritorno al passato, mitizzato oltre ogni ragionevolezza, senza tenere conto dei suoi limiti e difetti (pensiamo, per esempio, al rischio di un olocausto nucleare, molto presente al tempo della guerra fredda con il suo equilibrio del terrore).

Comunque così è. Come dovrebbero reagire le persone di buon senso? Innanzitutto mantenendosi fedeli alla realtà, aderenti ai fatti, analitici nell’esame delle dinamiche in corso. Per quanto difficile sia resistere alle sirene che propugnano soluzioni magiche e distruttive. Ma ci serve anche un pensiero forte, ribadisco l’aggettivo forte, alternativo a quello devastante dei distruttori di speranza.

Un’idea che non si ponga in antitesi al progresso, ma che lo sappia indirizzare verso nuove mete di sviluppo sociale, all’insegna della democrazia, dell’uguaglianza, della fratellanza. Un pensiero “construens”, al centro del quale non ci deve essere l’individuo, ma la persona ovvero l’essere umano non isolato, ma in rapporto con i suoi simili a prescindere dalle differenze.

Dove il consumo, che ormai ha invaso anche le relazioni inter/personali, sia riportato alla sua funzione accessoria e non idealizzato. Un mondo basato sulle relazioni umane, sul rispetto dell’ambiente, sulla sostenibilità economica, sul giusto lavoro e su una riscoperta della dimensione spirituale ed etica. Più banalmente sull’amore. Si potrà teorizzarlo senza sembrare ingenui?

Non penso sia utopia. Io non amo le utopie. Sono un popperiano. Penso invece che rappresenti una necessità molto razionale. Non un’indulgenza a visioni romantiche, ma un problema di sopravvivenza e di libertà.

Ne saremo capaci? Arriverà un nuovo filosofo/profeta che ci sappia indicare la strada e che smuova le coscienze? Non si sa. Ma dobbiamo stare attenti. La democrazia potrebbe non costituire più il nostro orizzonte futuro. E nemmeno la pace. Siamo in pericolo.

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