Le tre contraddizioni di Bersani

Daniele Borioli

rebe“Sono almeno tre le contraddizioni gravi che emergono con chiarezza dalle valutazioni espresse in questi giorni da Bersani e dai suoi a proposito del Pd di ieri, di oggi e di domani.

La prima, più macroscopica, è quella del presunto “tradimento” dell’attuale leadership democratica da un mitico “Pd delle origini”, che in realtà non è mai esistito se non, forse, nella testa e nelle intenzioni dello stesso Bersani. Che peraltro non ha fatto nulla per realizzarlo concretamente nei quattro anni della sua segreteria. In realtà, il Partito Democratico ha avuto tre segretari eletti direttamente con le primarie e due votati dall’Assemblea Nazionale, ognuno dei quali ha dato la propria impronta originale, ma nessuno dei quali ha messo in discussione i tratti genetici: del partito a vocazione maggioritaria, che sceglie con le primarie il proprio leader perché ne fa coincidere la figura con quella del candidato al Governo del Paese. Il Pd “delle origini” e il suo fondatore, Veltroni, hanno esaltato questo paradigma come tratto costitutivo fondamentale del partito nuovo. Dandone plastica dimostrazione nella campagna elettorale del 2008, allorché in tutti i comizi tenuti nelle piazze italiane, il lleader democratico pretese palchi vuoti, dai quali potesse emergere la sua figura solitaria e carismatica. Credo Bersani ricordi quella campagna e non comprendo, perciò, come possa tenere insieme il rimpianto del Pd delle origini con la demolizione politica delle fondamenta su cui esso è stato costruito.

La seconda ha a che fare, invece, con il rimprovero che egli muove a Renzi, di aver trasformato il Partito Democratico in una forza eccessivamente incline al centrismo e disancorata dai più consolidati e tradizionali riferimenti alla radice identitaria della sinistra riformista, ai suoi ambiti di insediamento sociale e politico, alla sua funzione di rappresentanza storica di determinati gruppi e segmenti di società. In altri termini, nel suo “discorso” Bersani appare da un lato vagheggiare il ritorno a un popolo  che, come ebbe a osservare qualche anno fa sul Sole 24 Ore Miguel Gotor, è nel frattempo radicalmente cambiato nella sua composizione sociale, culturale, generazionale, facendosi ben più nella complicato da definire e rappresentare. Il Pd nasce proprio dalla consapevolezza del limite storico della sinistra italiana, anche successivamente alla sua compiuta trasformazione, nel dare voce a questa complessità non più riconducibile allo schema della divisione della società in classi, e necessitante l’incontro con la cultura cattolica democratica, più ancorata alla valorizzazione del ruolo dell’individuo, della famiglia, della piccola impresa e delle reti comunitarie solidali. Un incontro da fecondare ulteriormente attraverso la contaminazione positiva delle nuove culture ambientaliste, della comunicazione e della conoscenza, della nuova frontiera dei diritti civili e di cittadinanza. In questo il Pd non è nato per essere un partito nuovo della sinistra, ma per essere altro: un soggetto innestato su una cultura politica di nuovo conio, capace di stare con una sua originale fisionomia di centrosinistra nel campo progressista europeo. Ciò è talmente vero che ci è voluto Renzi per traghettare il Pd, pur con le sue peculiarità, nella famiglia del Pse, alla quale Bersani non era neppure riuscito ad avvicinarsi.

La terza contraddizione, forse quella più dolorosa, riguarda l’insistita e sicuramente sincera affermazione secondo la quale Bersani si dichiara fautore di un ritorno al “Pd come comunità”. Una visione nobile, persino un po’ romantica, ma in realtà molto distante dalla pur breve evoluzione storica del partito. La nascita del Pd non fu certo guardata come un benefico dono da quello che pure ne era stato il principale ispiratore: quel Romano Prodi che stava allora alla faticosa guida del Governo e vide nel Lingotto un passo verso la conclusione di quella sua seconda esperienza a Palazzo Chigi. La segreteria di Veltroni fu prematuramente uccisa da una forzatura politica conclusa con le dimissioni del leader, in cui D’Alema e lo stesso Bersani ebbero parte rilevante. Insomma, in buona parte della sua storia, il Pd è stato anche una comunità, ma una comunità litigiosa, abitata da fratelli coltelli e parenti serpenti, che non si sono risparmiati colpi bassi e veleni. Certo, Renzi ci ha messo del suo nel rendere esplicito e pubblico ciò che prima si svolgeva in modo più discreto. Ma non ha inventato nulla. E poi, come può  Bersani invocare il ritorno alla comunità nel momento in cui si fa egli stesso autore di una sua profonda e forse irreversibile lacerazione?

Con sincero rincrescimento, faccio fatica a ritrovare in queste contraddizioni il bandolo di un disegno che si proponga davvero il rilancio del Pd, e di quanto esso doveva essere e non è stato. Più probabile è che il vero obiettivo sia quello del ritorno a una sorta di Ulivo 2.0, nel quale la versione attualizzata dei Ds, liberatasi di Renzi mediante la sconfitta referendaria, si propone quale perno di un sistema di alleanze fondato sul rapporto con la sinistra radicale e sul dialogo con i 5S. Un obiettivo che si potrebbe indirettamente perseguire anche per un’altra strada, più plausibile qualora Renzi restasse in sella.

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