Aldo Moro, istanze di cattolicesimo democratico. (Il centenario della nascita)

Agostino Pietrasanta

moro

Confesso di aver esitato parecchio prima di intervenire, anche perché di Aldo Moro ho praticato meno letture che non di altri cospicui personaggi del cattolicesimo politico del secondo dopo/guerra, a cominciare da De Gasperi, Dossetti e La Pira; ma soprattutto per il prevalente interesse della vulgata corrente alla tragica vicenda della sua prigionia e della sua morte per la mano delle Brigate Rosse nel maggio del 1978. L’evento drammatico ha polarizzato l’attenzione distraendola, troppo spesso, da altri riferimenti essenziali di una vita iniziata cento anni fa, nel settembre 1916 a Maglie in provincia di Lecce; è sembrato che nel periodo della prigionia barbara, promossa dai suoi persecutori, Moro abbia perseguito un’esperienza ossessiva, e tuttavia ben comprensibile, della sua incolumità personale, subordinandole ogni altro valore di cui era stato a lungo portatore. Al contrario, si potrebbero cogliere, nelle sue lettere del periodo, i segnali estremi delle complesse istanze del Cattolicesimo democratico, per la realizzazione di un difficile equilibrio tra le ragioni della persona e quelle dello Stato, un equilibrio cercato in tutta l’esperienza più matura dello statista pugliese.

Alla fine ho creduto che una pubblicazione come AP non poteva passare l’evento centenario senza fare memoria di una presenza straordinaria dei cattolici in politica; sarebbe potuto apparire ai nostri, sempre attenti lettori, un vuoto non giustificabile. Si tratta di una presenza venuta da lontano e da una formazione che appare, anche ad una prima impressione, del tutto inedita rispetto ai grandi filoni formativi del Movimento cattolico. Moro nasce in ambiente poco influenzato e non certo rappresentativo della tradizione cattolica classica: vuoi con riferimento alle scelte dell’integralismo e dell’autonomia identitaria della prima generazione, vuoi rispetto alle adesioni laicali all’ultimo tentativo di ricostruzione organica di una società cristiana voluta da Pio XI, ma anche rispetto al rifiuto radicale della tradizione liberal/democratica, posta in essere da alcune espressioni dei Movimenti intellettuali di Azione cattolica. Egli che pure dalla fine degli anni trenta di quei movimenti fu protagonista (dal 1939 sarà Presidente nazionale della FUCI, oggi MEIC) non dà mai segnali di aver condiviso le tesi estreme di Dossetti e di La Pira del fascismo come espressione la più degenere del capitalismo e delle sue istanze di egoismo sociale. Di conseguenza non sembra mai partecipe dell’ipotesi, spesso sostenuta, della crisi di civiltà condizionata dagli esiti del capitalismo contemporaneo, cui rispondere con la proposta cristiana mediata nelle possibilità offerte dalla politica.

In effetti, egli rimase defilato, anche se non estraneo a questi filoni formativi, nel contesto di un’esigente formazione religiosa che affondava le proprie radici in una vita di fede radicata e profonda, anche indotta dalla presenza della madre, presenza essenziale a processi specifici (su cui sarebbe lungo ragionare in questa sede) dei primi anni della vita del nostro. Forse fu anche per questo, che, quando, eletto papa Eugenio Pacelli, Pio XII, la Chiesa sembrò marcare i segnali di una minore conflittualità coi totalitarismi, rispetto alle ultime battute del pontificato Ratti (Pio XI), nel comprensibile tentativo di mediare una politica meno aggressiva del regime, Moro fu scelto come presidente nazionale della FUCI (luglio 1939). Egli orientò l’attività associativa su tematiche religiose e tuttavia non devozionali ed evitò di ridurla, come si tentò di fare con tutti i rami dell’Azione cattolica, a semplice grande confraternita e, come tale, tollerata dal fascismo.

In questo ruolo, si dispiega, spesso sotto traccia, l’avversione, senza aggettivi, al fascismo: il richiamo al ruolo dell’intellettuale in politica, la proposta del primato della coscienza morale, la riflessione sulla inconciliabilità dei diritti della persona sul prepotere delle istituzioni diventano gli elementi complessi che portano Moro, nel secondo dopo/guerra ad incontrare l’esperienza della corrente dossettiana, di cui pure non fu tra i promotori.

Non c’è spazio per ulteriori osservazioni nel merito; conviene invece spostare l’attenzione, sia pure con schematici cenni, alla presenza di Moro in Costituente, dove, nei fatti egli sperimentò particolare convergenza con la cultura politica dei dossettiani, su due filoni di intervento. Va detto preliminarmente che lo statista pugliese ha ormai maturato, in quel passaggio, il convincimento della improponibilità dei regimi di ricostruzione cristiana e di aver recuperato, già negli anni precedenti la presidenza FUCI il convincimento dell’autonomia della politica da ogni residua nostalgia di braccio secolare; al contrario convinto delle rilevanza sociale del fatto religioso, egli pensa allo spirito del Cristianesimo e del Vangelo come ispiratore di alcuni pilastri dei diritti umani. Tuttavia, come Dossetti, nel periodo costituente, anche se con più moderazione, egli non crede che il liberalismo possa contenere gli stampi di alcuna componente cristiana, cosa spesso richiamata da De Gasperi con riferimento ai principi di libertà, fraternità ed uguaglianza del 1789 francese. Ne derivano inevitabili conseguenze: egli è convinto che lo Stato liberale, come Stato dei soli diritti individuali non abbia nulla di compatibile con la proposta cristiana in politica: peraltro sarà Lui, in anni successivi a dichiarare l’insufficienza, anzi la precarietà pericolosa di una politica dei diritti senza una contestuale cultura dei doveri. Nel contempo nella prima sottocommissione della Costituente (sta qui il primo filone d’intervento), egli porta importanti e decisivi contributi ad una istituzionalizzazione della democrazia progressiva fortemente propugnata e voluta da Dossetti e La Pira in significativa convergenza con Palmiro Togliatti. Il secondo filone d’intervento sarà proposto sul problema scolastico e sulla difesa del pluralismo scolastico come strumento indispensabile in uno Stato democratico e non totalitario. Sarebbe riduttivo ogni interpretazione della succitata di difesa, come semplice ed esclusiva attenzione, che pure ci fu, alle prerogative invocate dalla Chiesa.

Restano alcune schematiche valutazioni sul lungo periodo della presenza parlamentare e politica di Moro nella storia italiana dal periodo costituente al 1978. Egli fu sempre parlamentare, fino alla settima legislatura, fu presidente del Consiglio e più volte ministro in dicasteri nodali, come gli Esteri, la Difesa, la Giustizia e la Pubblica Istruzione e dal 1959, fu per anni segretario della DC ed infine presidente del Consiglio nazionale del partito. Tanto basti per definirlo uomo delle Istituzioni e uomo di partito.

Ci sono sicuramente delle continuità e delle discontinuità di una lunga presenza e di un esigente protagonismo. Moro fu sicuramente convinto del ruolo dei partiti e della loro indispensabile funzione di rappresentanza; e fu sempre più convinto che solo il partito poteva comporre una complessa dialettica di un Paese in cui la presenza di un forte partito comunista proponeva una indubbia e autorevole strategia di opposizione. A fronte di tutto, Moro marcò un’indubbia proposta di centralità della Democrazia Cristiana (D.C.), ma andò maturando con l’inevitabile discontinuità delle diverse stagioni politiche, il convincimento delle difficoltà e dei pericoli di un appiattimento sul potere fine a se stesso. Egli capì da subito, sicuramente dalla fine della collaborazione fra le forze popolari di diversa estrazione culturale (maggio 1947, primo governo De Gasperi, senza le sinistre), che la contrapposizione dialettiche tra le predette forze non poteva diventare scontro e conflitto, che prima o poi il dialogo si sarebbe imposto. E tuttavia, solo in contemporanea all’evento conciliare e per effetto di alcune acquisizioni conseguenti, egli prospettò, sia pure in autonomia, le scelte che portarono, prima al centro/sinistra e poi, molti anni dopo, alla solidarietà nazionale. Forse la maturazione più evidente delle possibili discontinuità, legate ai cammini della storia, fu la presa d’atto di contributi emergenti nei più diversi movimenti popolari, non riducibili all’interno dei partiti, ma in qualche modo rappresentati da loro. C’è qui un’istanza fondante, certo non esclusiva, del cattolicesimo democratico, la convinzione che il Cristiano, non pretende di conquistare una società, ma si attiene ad un cammino di condivisione della storia, accompagnandone gli esiti, alla luce del messaggio evangelico, in libertà e senza forzature. Per questo cercò di capire le domande dei movimenti, anche sessantottini, ma cercò di indirizzarle nella logica del dialogo all’interno dei partiti democratici. E forse, anche per questo ci rimise la vita; e forse, ancora per questo, va posta molta attenzione a banalizzare ed omologare le vicende tragiche della sua prigionia e della sua morte, col metro di un giudizio riduttivo che vede nelle sue drammatiche lettere un’esclusiva ed ossessiva difesa della sopravvivenza personale.

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2 thoughts on “Aldo Moro, istanze di cattolicesimo democratico. (Il centenario della nascita)

  1. Al solito un articolo da storico a non, sia pure implicitamente anche scherato, da politico. La statura di Moro, rispetto ad altri capi democristiani suoi coevi:, non faccio nomi per non disturbare i morti., però non posso tacere Leone (a prescindere dalla Cederna), Andreotti., col suo uso spregiudicato dei voti in Sicilia, fino al caso Ambrosoli (“se l’è andata a cercare”) Sindona,, per il quale sembra parteggiare (entro una precisa data, però, quella della prescrizione, mentore il P.G.Iacoviello, sì proprio quello del processo Eternit, la cui sentenza è stata distrutta per la contraddizione interna dell’immutatio loci e dell’epidemia,, al punto da sembrare approntata prima del processo di terzo grado, dall’analisi dell’avv. Santamaria, già docente alla Cattolica di Milano), degno erede del sommo giurista Corrado Carnevale, riesumato dal lodo Berlusconi, e scivoltato, causa l’età avanzata, sulla buccia di banana, per essere gentile, di aver scordato il processo di Casale M: e provocando,, proprio lui (Hegel: l’ironia della storia) la sentenza di Revocazione della Cassazione bis,, coerente coronamento di una carriera diciamo discussa.(“io certi morti li rispetto, altri no”, riferendosi a Falcone e Borsellino). Altre mezze figure, trovatesi nella tempesta della storia italiana (Cossiga:” il giudice ragazzino”, cattolico peraltro, il secondo) non merita di ricordare, Resta di Moro il suo progetto, la sua affinità con Berlinguer, l’invenzione di metafore ossimoriche (le convergenze parallele), che i suoi rnemici, nascosti o vili, all’interno della DC degli anni ’60 e ’70 ,neppure erano in grafo di capire. Eppure fu proprio Berlinguer a rifiutare la trattativa: aveva ragione Craxi ,in nome dello Stato; quale, quello di oggi? Votare NO al referendum è il minimo per dare una calmata a chi, a parer mio, si è montato la testa (vedi la Buona Scuola), anche lui inventore di slogan, come il suo incredibile predecessore. Chi ha voluto la sua morte, Senzani (assistente nelle carceri minorili), Fenzi (il massimo studioso di Petrarca oggi in Italia).? Ma chi ci crede? Solo sapere chi ha deciso, non eseguito, la morte di Moro, potrà davvero chiarire il valore del suo progetto politico.

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