La rete smagliata

Dario Fornaro

pro

In un breve spazio di tempo: fuori le Province e dentro le Città Metropolitane. L’architettura politico-amministrativa del nostro Paese è stata vistosamente “aggiornata” – sulla carta – ed ora è in corso la faticosa digestione delle due innovazioni.

Con le “città metropolitane”, date in aggiunta, si è preso atto di una situazione ineludibile, che, cioè,  attorno al comune centrale, di determinante rilevanza, esisteva una corona di comuni che era riduttivo chiamare “satelliti” e che dovevano invece partecipare di diritto alla gestione di diversi e importanti servizi (dai trasporti, all’ambiente, alla pianificazione urbanistica etc.) già di fatto interconnessi, ma di fatto degni e necessitanti di un inquadramento formale complessivo.

Una decisione, quindi, più tecnica che politica (anche se la politica ci ha messo il becco: delle 14  “supercittà” individuate in Italia, ben tre adornano, casualmente, la Sicilia). Una innovazione, comunque, passata via tranquilla.

Per le Province l’intervento sulla carne viva del Paese coinvolge aspetti ben più complessi anche se la questione è stata sbrigativamente liquidata alla luce del “fare” e del “risparmiare”. Non entriamo tuttavia sui criteri-guida dell’operazione, già alquanto dibattuti. Ci limitiamo a notare come, con la riforma prossima al traguardo del referendum, viene smantellata (art. 114 Cost., nuovo testo) la rete di enti intermedi tra Comuni e Stato-Regioni che per un secolo e mezzo ha, tra l’altro, reso uniformemente leggibile e “numerabile”  la struttura sostanziale del Paese, con particolare riguardo agli elementi socio-economici.

Ora che le Province stanno per finire nel novero residuale degli Enti “vari ed eventuali”, questo schema, questo reticolo di riferimento a lungo accudito, sia a livello periferico che centrale,  è  in procinto di saltare e gli esiti sfavorevoli già si intravvedono sulla disponibilità, qualità e aggiornamento di molti dati statistici “decentrati”. Disponibilità precaria alla quale corrisponde, con infelice simmetria,  un certo, crescente disinteresse per i dati di territorio, localizzati, nel senso che: se ci sono, bene, se non si trovano facciamo lo stesso, anche con estensioni indebite e ipotesi ardite.

Giova altresì rammentare che, al progressivo dissolvimento delle Province, ha fornito un pregevole “assist” la  eccessiva moltiplicazione delle stesse (passate in un paio di decenni da una novantina a 110)  per soddisfare politicamente certe ambizioni locali e/o la richiesta di posti di lavoro amministrativo.

Si aggiunga che, in termini di “reticolazione” amministrativa  di Autorità, Enti e Uffici del territorio, ed in modo sostanzialmente autonomo dal farsi del destino in capo alle province,  i cittadini assistevano da tempo al fiorire di diversi altri “ambiti” o raggruppamenti di comuni, anche di province diverse, in relazione a specifiche esigenze tecnico-gestionali, normate ad hoc, di importanti servizi collettivi (Sanità, Ambiente, Giustizia etc.).  Ciò che ha contribuito, sia pure inavvertitamente,  al crescente “spaesamento” (o disancoramento territoriale) dei cittadini abituati alle circoscrizioni tradizionali.

Compaginare i dati specialistici, che ogni circoscrizione dedicata raccoglie per le proprie esigenze, è ardua impresa, per la diversità delle logiche interne ai vari settori  e qualche normale tentazione di tenere per sé i propri dati. E poi, via le Province, Regioni in tutt’altre faccende, Camere di commercio in “compattamento”, chi dovrebbe preoccuparsi di tenere le fila delle statistiche a livello decentrato?

Ecco perché, per farla breve, ad onta dei progressi del geo-scandaglio satellitare, le “fotografie” socio-economiche e statistiche di porzioni definite – almeno in termini di Comuni – di territorio, risultano spesso più sfocate o meno aggiornate di quelle disponibili ai tempi del pennino o della biro. E si interviene colorandole con altre considerazioni o notizie di scenario per renderle plausibili e gradite (vedasi il bel supplemento di 32 pagine che “Repubblica” ha dedicato il 13.10 al Piemonte).

Verrebbe infine da chiedersi, ubbie a parte, cosa ne pensa  l’ISTAT, il nume tutelare nazionale delle  statistiche, di queste smagliature periferiche nella raccolta e prima elaborazione/somministrazione dei dati, corrispondenti peraltro al rimescolamento degli asseti amministrativi e territoriali in corso. E’ naturale supporre una notevole preoccupazione, non solo di tipo tecnico-operativo ma anche istituzionale. Se per qualsivoglia motivo o circostanza illanguidisce il rapporto della cittadinanza , nelle sue varie articolazioni e rappresentanze,  con  “i dati”, potrebbe aprirsi un nuovo capitolo di quella che Travaglio, in un libro di qualche anno fa, chiamò “La scomparsa dei fatti”, cioè la  convinzione di ogni  addetto alle opinioni di potere tranquillamente fare a meno degli eventi reali e dei numeri che li rappresentano.

Qualche sintomo potrebbe già essere in circolazione. Ad esempio: i dati dell’ultimo censimento generale 2010-2011 (Agricoltura, Popolazione, Industria) e così pure i confronti intercensuari,  non sono stati per la prima volta “socializzati”  con  l’intensità e l’attenzione delle precedenti edizioni. Non sono giunti,  adeguatamente, non solo alla cittadinanza, ma soprattutto – ed in specie quello industriale – alla vasta platea dei “decisori pubblici” rimasti in balia delle saltabeccanti cronache quotidiane e delle voci vaganti senza collare.

Vari e importanti settori (e territori) “annebbiati”, non se ne dolgono più di tanto e si accodano, bon gré, mal gré, alle immagini rutilanti della neo-invadente Street Economy, che di dati non ha bisogno, ma di sensazioni piccanti e seguito popolare.

Al prossimo Censimento, dunque, se mai ci sarà ancora.

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4 thoughts on “La rete smagliata

  1. L’articolo non poteva avere titolo migliore; ora resta davvero da domandarsi chi svolgerà quei compiti finora svolti dalle Amministrazioni Provinciali: dovendo stabilire un coordinamento su quella scala geografica, le Province ritorneranno sotto mentite spoglie, come già fu per il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, oggi ridenominato con il titolo delle politiche agricole e forestali. Almeno l’espressione geografica rimarrà intatta, magari per designare l’insieme di Comuni cui dovrà fare capo il Cittadino che intenda rivolgersi agli uffici istituzionali della Regione posti nei vecchi capoluoghi. Ancora, dal punto di vista eminentemente pratico, i Padri Costituenti avevano concepito una divisione del territorio della Repubblica funzionale ed equilibrata: peccato che le Regioni abbiano preso il sopravvento per diventare quasi degli Staterelli autonomi, in virtù di un mal intendere il concetto di federalismo, cosa che, per esempio, non succede in Sud Tirolo, dove una Provincia è autonoma rispetto all’altra, ma pur sempre nell’ambito di una Regione, seppure a forte connotazione federale.

  2. Per deformazione diciamo “professionale”, anzi politico-istituzionale (il primo amore non si scorda mai!), desidero solo ricordare, per restare al Piemonte, il decennio di vita dei Comprensori. Quella era la dimensione per la gestione di servizi di cosiddetta area vasta, e per dare una prospettiva e identità di area a territori omogenei dal punto di vista socio-economico nonchè storico-culturale. Città di medio-piccole dimensioni, svolgendo un ruolo di capofila o capoluogo di Comprensorio potevano vedere affermata e riconosciuta effettivamente una funzione di autonomia nella programmazione locale e nel mettere insieme e coordinare gli interventi di tanti Comuni. Assegnando competenze ulteriori ai Comprensori, e passando alla votazione dei Consiglieri a suffragio universale (anzichè con elezione di secondo grado) si poteva superare l’Ente Provincia e un più interessante sviluppo delle autonomie locali e sociali, del volontariato e delle rappresentanza economiche. Ma si è avuta una visione corta. E le Provincie chiudono con trent’anni di ritardo.

    • Suppongo allora che i comprensori siano quei sottoinsiemi delle Province gravitanti intorno a quei Comuni che abbiano il titolo di Città ed in ispecie, per la Nostra: Alessandria, Acqui Terme, Casale Monferrato, Novi Ligure, Ovada, Tortona, Valenza.

      • Non vorrei confondere i comprensori con i mandamenti, ma fino al 1935, anno in cui venne inventata la Provincia di Asti sottraendo territori a Alessandria e Torino con dubbia opportunità, la Provincia di Alessandria vantava oltre a quello del capoligo: il Mandamento di Acqui terme, Casale Monferrato, Mortara, Asti e non so se ne esistesse a Canelli o Nizza Monferrato. Non ricordo quando la Lomellina passò alla Provincia di Pavia. Mi associo comunque in toto alla Sua osservazione circa l’organizzazione statale pensata dai Padri Costituenti e all’opportunità delle successive modifiche in particolare del titolo V, di cui si deciderà peraltro con l’imminente referendum.
        Sono altresi’ venuto a conoscenza che la Provincia di Asti sta rinnovando il suo Consiglio con la votazione dei sindaci del territorio, questo significherà che per quattro anni, indipendentemente dal referendum e successive eventuali modificazioni dovremmo sopportare l’ente fantasma provinciale? Sottolineo che questa versione ectoplasmica della provincia sta facendo danni non banali proprio negli ambiti delle loro competenze. Sarebbe il caso che una volta presa una decisione la si attui e non si continui a vivere in realtà surrogate.

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