Ritorni l’arte della mediazione

Carlo Baviera

cosMi sono tenuto lontano, per quanto possibile dalle contese di questo periodo legate al “giudizio universale” del 4 dicembre. Dove il derby tra <cambiamento a prescindere> contro <cambiare sì, ma in modo diverso> sta portando alla esasperazione in quanto sembra che in Italia non ci siano più altri argomenti, e che tutto dipenda da come andrà a finire: incrinarsi della democrazia, limite ai contropoteri, rischio di non essere credibili in Europa, non si faranno più riforme per trent’anni, e altre banalità costruite dai maestri della comunicazione per attirare consensi o spaventare gli indecisi.

Ho cercato di restarne fuori, pur avendo in alcuni casi manifestato le mie preferenze. Ora, anche urtato da propagande eccessive che tentano di irridere chi è schierato per il No e di trattare costoro come l’armata Brancaleone (per la verità alcuni personaggi farebbero bene a tacere di più per non fare danni) intendo intervenire, con qualche considerazione fatta in punta di piedi anche perché il mio parere non interessa quasi a nessuno; e per portare qualche elemento a favore di un voto contrario alla Riforma Costituzionale.

Fra i tanti messaggi e riflessioni che ho letto sui social ne scelgo uno. Lo ha scritto una persona che si dice favorevole alla riforma, ma ciò che mi ha colpito è il tentativo di un ragionamento più approfondito, al di là delle scelte, e la speranza di ritrovare momenti meno divisivi nel dibattito individuando altri aspetti che devono tornare a funzionare.

“La Costituzione è “laicamente Sacra” ma ritoccabile per adeguarla ai cambiamenti e ritmi socio politici culturali. L’eccesso di tempo nelle diagnosi e baruffe politiche obnubila e porta confusioni, contraddizioni e perdita di credibilità. Si perde l’essenza, la nitidezza dei perché. Certo la Democrazia è delicata e richiede continua attenzione; oggi le democrazie non stanno bene. Le regole sono importanti ma ancor più lo sono la buona qualità dei soggetti che fanno la Democrazia. In primis la qualità del senso di cittadinanza fatta di consapevolezza, conoscenza e moralità delle persone. E quindi di tutte le organizzazioni a partire dai Partiti. Oggi più che mai occorrono partiti ben regolamentati e trasparenti che vivano democraticamente. Occorre che il personale politico sia adeguatamente preparato; nessuno nasce “imparato” ma occorre la consapevolezza che imparare è necessario per poter governare. E su questi aspetti dobbiamo tanto lavorare per migliorare per aumentare la qualità di tutti i soggetti che fanno la democrazia. Diminuire degli eccessi regolamentativi e procedurali aumentando le qualità dei soggetti. Al fondo poi rimane il fatto che la democrazia prospera se i governi offrono risposte e risultati buoni per tutti e non per pochi, altrimenti monta giustamente la protesta”.

Anche per le considerazioni riportate continuo a pensare che, se si fossero parlati di più i “moderati” (i non fondamentalisti) dell’uno e dell’altro campo, e l’avessero fatto prima anziché rilasciare dichiarazioni intelligenti quando la frittata era già fatta, forse il risultato della revisione costituzionale sarebbe stato diverso e più accettabile. E’ anche mio modesto parere che sia stato un errore l’aver formato Governi con prevalente “ragione sociale” quella di riformare la Costituzione; e farlo con un Parlamento eletto non in modo proporzionale e senza quel compito specifico.

Perciò se si fosse ricercata in modo determinato e cocciuto una mediazione alta, come fecero i padri costituenti e cercando le più ampie convergenze,  si sarebbe realizzata una riforma migliore ma soprattutto condivisa senza portare un paese, già piegato dalle difficoltà economiche e occupazionali, oltre che dal peso di sobbarcarsi gli aspetti legati alla immigrazione senza un progetto (soprattutto europeo) ordinato e completo, a dividersi ulteriormente su una materia che dovrebbe trovare una più larga intesa; ma si voleva arrivare al risultato a prescindere, a dimostrare che c’era chi riusciva là dove altri avevano fallito.

Mi si dirà che un largo consenso lo si era trovato, all’inizio, ma che poi l’elezione (non gradita ad una parte dei contraenti) del Presidente della Repubblica ha portato un gruppo a ritirare l’appoggio. E’ vero. Non è possibile, però, per quanto disgustoso o inspiegabile sia l’atteggiamento di chi ha ritirato il proprio appoggio dopo aver votato in prima lettura, non tenere conto del venir meno di un contraente e cercare comunque un accordo vasto modificando quanto si rende necessario.

Ora propongo altri tre argomenti, in modo rapido, per esprimere il mio giudizio negativo.

Il primo è che mi convincono molto di più i costituzionalisti e gli esperti che esprimono dubbi e avversione al testo proposto agli elettori, rispetto a coloro che lo condividono. Sintetizzando al massimo: il bicameralismo paritario si poteva superare in tanti modi; per me lo si è fatto nel modo peggiore. La soluzione è frutto di mediazioni, certo!, ma ne è venuta fuori una ciofeca.

Il Senato resta, e non si sa ancora come sarà eletto; si sa soltanto che lo si nominerà in modo indiretto. E già questo mi indispone molto. Rappresenta le autonomie regionali e i sindaci, ma non come previsto dalla rispettiva Camera tedesca; ognuno continuerà a rapportarsi ai propri partiti e non sarà necessariamente espressione esclusiva della propria Regione. Oltre al fatto che il Consigliere Regionale o il Sindaco Senatore godrà dell’immunità a singhiozzo: si al Senato, no in Regione o in Comune.

Inoltre è probabile che i rapporti fra le due Camere anziché semplificarsi si complichino; e le materie di competenza richiedano una conoscenza  e un tempo da dedicare maggiori di quanto previsto per Consiglieri regionali/Senatori che dovranno dividersi tra i due compiti. E’ presumibile che si richiederanno competenze (ad esempio per i rapporti con l’Unione Europea) con aggravio di spesa per l’eventuale assunzione di nuove figure professionali. Altro che diminuzione dei costi! E quello dei costi comunque è un argomento populista, perché i costi non sono tanto nel numero dei parlamentari. Per questo bastava dimezzare ognuno dei due rami del Parlamento e si sarebbe risparmiato molto di più.

Non viene risolto il problema della ormai superata presenza di Regioni Autonome, anzi in qualche punto se ne aumentano i poteri; mentre il Regionalismo ne esce indebolito. Dopo anni di discorsi sul federalismo ora si inverte la marcia. Anche questo nell’ottica della governabilità?

Non credo, inoltre, che le difficoltà di governo, che i fautori della riforma sostengono a favore dei cambiamenti, non dipendano tanto dall’attuale testo costituzionale quanto dall’incapacità della politica di ritrovare l’arte della coesione delle coalizioni. E’ piuttosto una questione di legge elettorale: e l’Italicum ha almeno il pregio di trovare una soluzione, pur inaccettabile e che esige profonda correzione.

E veniamo al secondo punto. Anche se non sarà la fine del mondo la vittoria di quanti inneggiano alla riforma, non mi sembrano fuori luogo, pur se di primo acchito possono sembrare boutade o argomentazioni eccessive, i timori di chi argomenta che nella riforma vi siano tracce di quanto da tempo (obiettivi della P2, poteri forti, documento JP Morgan del 2013 sui difetti delle Costituzioni europee, ecc.) si porta avanti per indebolire il Parlamentarismo, e non solo in Italia.

Quando si chiede agli italiani di votare tenendo conto del giudizio dei mercati, o delle ripercussioni sulla vita del Governo, si sposta il termine della discussione dal merito, e nel contempo si evidenzia che c’è un interesse anomalo di un <sistema> mondiale che vuole comprimere la democrazia e il peso dei Parlamenti rappresentativi dei cittadini. So che è in qualche misura fuorviante il discorso sul combinato disposto Riforma Costituzionale – Legge elettorale Italicum: ma, tenendo conto di quanto appena esposto, capisco i timori che aleggiano negli ambienti del NO, e che si sommano alle molte altre perplessità. Legge elettorale e Costituzione non sono (o non dovrebbero essere) collegate nel giudizio di merito; è evidente, però, che qualche rapporto fra loro esiste, e se due leggi ritenute sbagliate si sommano non ne può che derivare un male maggiore.

E vengo all’ultimo argomento. Si afferma: questa è l’ultima occasione per cambiare. E’ trentanni che si dicono parole senza concludere nulla. Questa è l’occasione per rinnovare un sistema ritenuto imbalsamato, lento, incapace di rispondere alle esigenza di una società moderna e inserita nell’Europa e nella globalizzazione.  Personalmente ritengo che fossero altri gli articoli da modificare: quando fu approvata la costituzione non esisteva la TV, né Internet: oggi sarebbe il caso di avere qualche regola che tenga conto della loro pervasività; è esplosa la questione ambientale e della difesa del paesaggio, e forse meritano una qualche manutenzione gli articoli che vi possono fare riferimento; ci troviamo in un mondo globalizzato in cui la finanza scavalca e sconvolge le regole e gli stessi Governi, forse merita fare qualche registrazione per garantire che la sovranità non passi in mano ai mercati in modo definitivo; le democrazie (a parte l’esigenza di governabilità e di efficienza) hanno soprattutto necessità di integrare il sistema rappresentativo con elementi di democrazia deliberativa e partecipativa, e di questo non si è nemmeno sfiorato il tema; come non si è approfittato dell’occasione per togliere il pareggio di bilancio, che è importante ma non ha senso introdurlo nella Carta.

Invece si è percorsa la strada della Grande riforma: addirittura con investitura Presidenziale. Abbiamo costituito Governi di scopo, secondo me in modo eccessivo, perché le riforma costituzionale è competenza del Parlamento e non dei Governi.

Alla fine si ha una Riforma votata sostanzialmente dalla maggioranza di governo. Mentre le Costituzioni sono di tutti, e per i tempi lunghi. Qui il rischio è che quando cambierà la maggioranza si tornerà ad altra serie di modifiche.

E chi ha detto che se vince il NO ci terremo l’attuale Costituzione per altri trentanni (peraltro, sarebbe proprio un male gravissimo?)? Mentre è vero il contrario: solo se prevale il No, si potrà ripensare a soluzioni condivise politicamente e tecnicamente più accettabili. Sono queste solo considerazioni di un semplice cittadino?

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2 thoughts on “Ritorni l’arte della mediazione

  1. Condivido le ragioni del NO. Personalmente non ho mai apprezzato nessuna delle modifiche fin qui apportate alla Costituzione (specialmente quella del pareggio di bilancio); questo modo di procedere “per approssimazioni successive” mi sembra deleterio. Roberto Cresta

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