15 – 0

Angelo Marinoni

Federer-Thiem

Sarebbe interessante osservare il dibattito politico e analizzarne i contenuti, dibattere fra osservatori sulle singole posizioni dei politici, valutare la portata delle proposte e delle iniziative di quelli che hanno responsabilità amministrative.

Sarebbe interessante, altresì, che i politici si confrontassero sui problemi avendo in testa almeno qualche idea circa la loro risoluzione.

La realtà è un’altra, purtroppo non siamo osservatori del dibattito politico, ma spettatori di una partita a tennis dove la pallina sono gli insulti e le racchette una approssimativa e maldestra tessitura delle idee dell’altro.

Non avendo io alcuna simpatia per il mondo sportivo, se non una infatuazione per l’alpinismo, non apprezzo il tennis, né tanto meno l’interpretazione che ne dà il dibattito politico italiano.

Ho già timidamente affrontato questo tema su queste pagine e altri, più qualificati di me, hanno tentato di porlo all’attenzione dei competitori ma non pare si abbia avuto mai successo.

Ci siamo illusi per un attimo, durante le scorse elezioni amministrative, quando sono state celebrate le elezioni per il rinnovo del Sindaco e del Consiglio Comunale di Milano.

L’illusione consisteva nel pensare che fosse iniziata una stagione politica “normale” dove i candidati sono stati scelti a seguito di un forte e significativo dibattito politico interno alle parti e dove i nominati a competere si sono poi confrontati civilmente sui temi e sui problemi che il vincitore della competizione elettorale avrebbe poi dovuto concretamente affrontare.

Non è iniziata una stagione politica, ma si è consumato un unicum e dopo quel momento di aria pura ci siamo ritrovati, a tutti i livelli del dibattito, nelle nebbie dell’interpretazione politica del tennis.

Particolarmente in quello che dovrebbe essere lo schieramento progressista l’insulto e il rifiuto a priori è’ diventato un male radicato, tanto è vero che in molti ambienti di sinistra le elezioni spagnole non sono andate male per la sostanziale conferma di Rajoi, ma per il mancato sorpasso di “Podemos” sul PSOE che avrebbe comportato un governo Rajoi con il PSOE.

Non ho mai condiviso la politica innovatrice, ho sempre sostenuto laddove ho potuto esprimermi pubblicamente che l’unica riforma che condividerei è l’abolizione di tutte le riforme costituzionali successive al 1950, ma oramai mi sento irrimediabilmente sconfitto in questo sogno repubblicano novecentesco e comincio a pensare che restando il modello Milano un unicum invece di un exemplum sequendum forse converrebbe votare “si” al referendum.

Essendo scomparsa da tempo la Costituzione del dopoguerra che ho sempre ritenuto la migliore ci si rende conto che un voto contrario alle riforme non ci riporta nella Costituzione del 1948, ma ci lascia in quella di adesso, violentata e maldestra, con il suo titolo V federalista e con la sua confusione e inefficacia.

Ho sempre difeso il Bicameralismo ideato dai Padri Costituenti, ma mi rendo conto che votando no non lo difenderei, ma consegnerei una vittoria politica ai promotori del Presidenzialismo da un lato e dall’altro a coloro che si sono inventati un federalismo più efficace e violento di quello bossiano.

Gli stemmi della Repubblica andrebbero lasciati dove stanno e non certo impugnati da chi ha un disegno politico ben diverso dagli ideali che portarono a quella Repubblica o da coloro che ne hanno fatto in altre occasioni carta straccia interpretando a modo loro riforme e rinnovamento.

Starà al segreto dell’urna la decisione finale, non intendo convincere alcuno, non essendolo ancora nemmeno io, ma solo riflettere sul modus: del resto la Costituzione è la regola delle regole e probabilmente nel dibattito politico si confondono i piani e i campi del confronto, si confondono le regole del gioco con la precisione delle azioni se non con il gioco stesso.

Esistono personaggi degnissimi del mondo giuridico e stimabilissimi uomini politici che convintamente fanno campagna per il “no” al referendum del 4 dicembre e sicuramente rileggerò le loro istante e vi mediterò a fondo, ma restano, come le elezioni milanesi, un unicum in un contesto del fronte del no che spazia da Brunetta a D’Alema passando per Salvini.

E’ del tutto evidente che mentre l’”unicum” del “no” si confronta sui temi con il fronte del “si”, il resto del fronte conduce una battaglia politica riducendo un tema fondante e fondamentale della Repubblica alle schermaglie da cortile contro il Renzi cattivo: come è vero che molti voti andranno al “no” per ragioni politiche aliene al contenuto della riforma e altrettanto vero il contrario, ovvero che molti voteranno “si” per non far vincere quelli del “no” e non perché hanno meditato sulle conseguenze dell’applicazione della riforma proposta.

Trattandosi di un referendum costituzionale la situazione è aberrante.

Il fronte del “si” dal canto suo sta aggiustando il tiro definendo la riforma oggetto di referendum un aggiornamento che non intacca alcuno dei principi costituzionali che il fronte del no definisce così minacciati, dovendo fare gli opportuni distinguo fra chi lancia anatemi per insulto politico e chi li lancia con fondate perplessità.

Resta strano che molta della fronda del “no” non abbia battuto ciglio quando si violentava il titolo V, come fa specie sentire il sillogismo recente di D’Alema per il quale la vittoria del Si significherebbe il consolidamento del partito della Nazione e quindi della attuale coalizione di Governo, cosa che detta dall’ex-Presidente di una Bicamerale per le riforme che naufragò per ragioni squisitamente politiche lascia basiti.

Il dibattito politico, specie nella sua versione tennistica, dovrebbe essere alieno alle istanze del quesito referendario e sarebbe opportuno che i giuristi e i membri autorevoli di entrambi i comitati invitassero a una lettura del quesito non ideologica e soprattutto estranea ai rimpalli politici di scarsa decenza cui stiamo assistendo.

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