L’impresa

Marco Ciani

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Ho trovato molto interessante l’articolo Bernardo Caprotti ed il “paese cattolico” pubblicato nei giorni scorsi sul blog di Ap a firma di Agostino Pietrasanta. Il nostro Coordinatore, nel commentare il testamento del patron di Esselunga recentemente scomparso, si sofferma in particolare su un’enunciazione «questo paese cattolico non tollera il successo».

Pietrasanta pone all’attenzione una serie di elementi che parrebbero ridimensionare la portata e veridicità della sentenza e tuttavia risolve la questione in modo aperto e non conclusivo, terminando il pezzo con la seguente affermazione “…la secca battuta di Bernardo Caprotti sulle responsabilità di un certo influsso cattolico o sedicente tale, merita sicuramente rispetto, ma anche attenzione”.

E’ un punto stimolante, che richiede almeno un approfondimento.

Partiamo dalla dichiarazione di Caprotti. Dal contesto appare evidente che il fondatore della nota catena di supermercati parlando di successo non si riferisce tanto alle luci della ribalta, dalle quali sostanzialmente rifuggì nell’arco della sua lunga ed alacre esistenza, quanto al farsi strada in campo economico attraverso il duro lavoro.

Se l’interpretazione è corretta, la domanda da porsi sarebbe la seguente: quanto dovrebbe essere apprezzabile socialmente e moralmente giustificato l’arricchimento conseguito in tale forma?

A scanso di equivoci, vale la pena ribadire che non stiamo disquisendo della ricchezza ottenuta illecitamente, come neppure dei benefici di un patrimonio conseguito senza merito a causa di eredità, donazioni, vincite o altri eventi occasionali. Consideriamo in questo caso solo ed unicamente il benessere ed il potere che una prosperità conseguita tramite l’intraprendenza (e un po’ di fortuna) possono garantire.

Come valutare l’agiatezza e l’influenza ottenute in modo onesto facendo impresa privata e grazie al profitto che essa, qualora governata in modo efficiente, garantisce?

Su questo tema, è chiaro il rapporto sussistente tra “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” per citare il noto testo di Max Weber di inizio ‘900 che Pietrasanta implicitamente richiama. In breve: la cultura calvinista costituì un favorevole contesto per la generazione di una mentalità capitalista. Ma cosa dire invece della tradizione cattolica? In che termini si pone nei confronti del libero mercato?

Essendo la produzione dottrinale di Santa Romana Chiesa assai ricca e variegata, vi si può trovare effettivamente di tutto. Prendiamo la recente affermazione: «La vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita…». Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 203. Non sembra affatto in contrasto con lo spirito del capitalismo, che sull’iniziativa privata si regge. Semmai parrebbe l’opposto. E tuttavia…

Sebbene la fondazione di un’azienda e la conseguente accettazione del rischio incorporino l’impulso creativo e l’interrelazione, quasi costituissero un riverbero terreno della Creazione, è indubbio che il messaggio evangelico, così come tradotto e trasmesso dal cattolicesimo, indulga maggiormente ad una visione pauperista e sociale, piuttosto che all’egoismo organizzato e finalizzato all’arricchimento. Del resto non ammonisce Gesù «E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24)?

Ma è sostenibile ragionevolmente che la maggioranza di chi fa impresa (intendendo l’impresa tradizionale, non quella cooperativa, sociale o no profit) possa esaudire il suo anelito, accollandosi peraltro il pericolo di un fallimento o di una perdita economica, unicamente in virtù di un desiderio di condividere il beneficio del proprio impegno con il prossimo? O non vorrà più facilmente costui anche trattenere per sé, se non la totalità, una buona parte dei frutti conseguiti?

E ancora, non è forse vero che la concorrenza e la competitività, quando regolate per eliminarne le distorsioni ed i paradossi, costituiscono un fattore di progresso per l’umanità e una spinta a innovare? Se non siamo convinti, proviamo a immaginare come vivremmo oggi qualora l’impulso di una innumerevole quantità di imprenditori non avesse creato nel ricco e capitalista Occidente le ragioni della sua prosperità diffusa.

Mi si obietterà che ha prodotto anche tanti gravi problemi: disuguaglianze, sfruttamento, distruzione delle risorse naturali. Verissimo. Ciò nonostante stiamo molto meglio di quelle zone del mondo governate per anni e nel presente da tutti i regimi di altra ispirazione i cui problemi sono simili se non più gravi dei nostri, senza però i benefici. E comunque il capitalismo ha dato prova di sapersi riformare, e anche piuttosto in fretta, quando è servito. Infine, il libero mercato costituisce una condizione necessaria seppur non sufficiente della democrazia.

Dunque il capitalismo (oggi sento utilizzare piuttosto in modo compulsivo e superficiale – senza analisi dei dati – sinonimi quali il “neoliberismo”, “la finanza”, “la speculazione”, “le multinazionali” a cui comodamente ogni male della società può essere attribuito. Sembrano invettive tipo “piove…governo ladro”), il capitalismo dicevamo, malgrado tutti i suoi difetti, è un fattore di progresso, di sviluppo e di benessere.

Anche se va governato e imbrigliato dalla politica entro leggi e norme che lo liberino dai potenziali rischi di una deriva anarcoide e destabilizzante. Ed equilibrato con adeguati contrappesi. Penso ad esempio ad un fisco redistributivo ed alla presenza di strutture sindacali solide. Aggiungerei infine la funzione insostituibile di corpi sociali intermedi (quando non settari, ma orientati al bene complessivo) e lo sviluppo del terzo settore.

Stiamo dunque parlando di un mercato regolato efficacemente. Per dirla con Olof Palme «Il capitalismo è una pecora che va tosata periodicamente, ma non ammazzata». Non a caso l’ex premier svedese fu sì un grande fautore della socialdemocrazia nordica, ma anche il leader di un paese culturalmente protestante dove economia di mercato e welfare state coesistono e si integrano.

Ma torniamo a Bernardo Caprotti ed alla frase incriminata. A me sembra che abbia più ragioni che torti. Per effetto delle influenze anti/liberali risalenti, a mio modesto avviso, al cattolicesimo, e successivamente, nel secolo scorso, al socialismo (compresa la sua variante di destra, nazionale e corporativa: il fascismo) il nostro Paese guarda con poco favore l’impresa privata, la concorrenza, la proprietà personale, il merito e infine il successo, neanche quando conseguito con la fatica.

Meglio appellarsi ai grandi principi della religione, compresa la sua forma laica il cui Vangelo si chiama Costituzione. Giusto rivendicare il diritto al lavoro, alla protezione sociale, ad una vita dignitosa e ad un’equa distribuzione dei beni. Ma come si fa a non capire che tali diritti, in quanto onerosi, sono esigibili solo se la produttività della nazione li sostiene? E questo accade unicamente se gli animal spirits, forti innanzitutto del loro interesse e della loro ambizione, vengono invogliati a far nascere e sviluppare imprese, cioè a creare ricchezza. Mentre tutto nel nostro Paese sembra scoraggiare tale inclinazione.

Naturale che, partendo da visioni così strutturalmente orientate in senso anti/economico, il successo negli affari risulti sempre e comunque sospetto, quando non condannabile e deprecato.

Certo, esiste una produzione filosofica e teologica in contrasto con questa visione. Pensiamo ad esempio ai testi di Michael Novak, intellettuale cattolico e conservatore americano tra i più influenti degli ultimi decenni. Ciò nondimeno, rimangono produzioni importanti ma di nicchia che non scalfiscono complessivamente la tradizione dottrinale consolidata.

Per questo Bernardo Caprotti, al netto come abbiamo sostenuto di notevoli e prestigiose prese di posizioni divergenti, aveva ragione.

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