Li soprani del monno vecchio

Elvio Bombonato

gr

C’era una vorta un Re, cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
<<Io sò io, e voi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:
pozzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vv’impicco, nun ve fo strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avè mmai vosce in capitolo>>.

Co st’editto annò er Boja pe curiero,
interrogando tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: è vvero, è vvero.
( 21 gennaio 1831)

Il sonetto, in romanesco, fu scritto da Giuseppe Gioachino Belli, poeta realista e quindi reazionario come quasi tutti i veri realisti (Verga, Gadda); privo di ideologia, cinico; funzionario del Vaticano ai tempi di Gregorio XVI, il quale riteneva la locomotiva strumento del diavolo. Belli compose 2279 sonetti, conosciuti solo dagli amici e pubblicati postumi; è considerato il più grande poeta dialettale italiano e il migliore fabbro di sonetti insieme a Petrarca.

Il ritratto che fornisce della Roma degli anni dal 1829 al ’49, vale più dei libri di storia. Vuole elevare un” Monumento al popolo romano”, prima che il progresso lo distrugga, popolo affatto mitizzato “il popolo è questo e io lo ricopio”, ma la ferocia della sua satira è diretta contro tutte le classi, a partire del papa, in vetta alla piramide sociale.

Ebbene, con le ovvie differenze, il popolo che accetta tutto, mi sembra quello che adorava Berlusconi, e ora Renzi, a prescindere, come mi capitava di sentire nei negozi alessandrini.

PARAFRASI E ANALISI TESTUALE

soprani: sovrani; monno vecchio: l’assolutismo prima di Napoleone, restaurato dal Congresso di Vienna 1815, che divise l’Europa col righello sulla mappa.

Incipit da fiaba: è un nonno che racconta. Palazzo: da Guicciardini è il simbolo del potere e del distacco dal popolo. Editto: legge emessa direttamente dal Sovrano. Buggiaroni: sodomizzati; l’etimo non richiede spiegazioni.

Da rilevare la perentorietà del “mannò fora” e dello “zitto” (anche fonica).

Vendervi non uno per uno, ma a blocchi perché valete poco, siete miei, al punto che vita e patrimonio non vi appartengono, sono in affitto.

La voce in capitolo è il diritto di parola che spettava agli ecclesiastici importanti nelle assemblee dei conventi; non dimentichiamo che fino al 1870 il Papa era anche il capo politico dello Stato della Chiesa, ove si applicava la pena di morte (abolita, sulla carta,da Giovanni XXIII), per reati penali gravi o politici.

Per divulgare l’editto sulle piazze, viene scelto il boia, ben conosciuto perché le esecuzioni avvenivano in piazza, alla presenza anche dei bambini, il quale chiede al popolo il suo parere e ottiene consenso unanime.

Il sonetto è un apologo (Piero Gibellini, 1991), breve favola dotata di un messaggio “morale”.Le due quartine sono un crescendo via via più minaccioso, la prima terzina una constatazione irrefutabile. Finisce il discorso; la seconda terzina contiene il messaggio: se il popolo è vile, si governa meglio.

Il sonetto ha un’architettura esemplare: le rime ABAB ABAB alternate nelle quartine e nelle terzine CDC CDC. Endecasillabi (versi di 11 sillabe) perfetti. A ogni verso corrisponde una frase. Le rime delle quartine si fondano sulla doppia Z (affricata sonora) per imprimere la forza dell’editto, sostenute dalla dentale occlusiva inesorabile.

Notevole al v.11 la catena di false disgiuntive, in realtà conta solo il Papa, gli altri due sono attributi che lo connotano; l’accostamento è inevitabilmente ironico.

Il verso finale è quasi onomatopeico (imita un suono), il belato delle pecore, prodotto dalla quadrupla e, dalla liquida r e dalla doppia fricativa sonora v.

Rilevante il dominio delle dentali occlusive t e d; le vocali più presenti sono dure, ostili, la o e la u.

Giorgio Vigolo, che ha curato la prima fondamentale edizione dei Sonetti del Belli (Mondadori, Milano, 1951, 3 voll.) sottolinea il “risalto delle figure: il re che manda l’editto, il boia inviato per corriere, il popolo che bela unanime, par di vederli vivi e presenti”.

L’attualità del sonetto è più sottile del giudizio di Vigolo, per il quale esso “si configura in un mito gnomico (sentenzioso).

Basti mettere la TV del dolore al posto dell’editto, un conduttore mortuario (da piccolo giocava con i soldatini nelle bare) come Bruno Vespa (non vale per lui l’obbligo di tutti gli statali di andare in pensione, raggiunta l’età, escamotage a parte?).

L’ultimo verso richiama probabilmente il cap.XVIII del “Principe”: “e sono tanto semplici gli uomini che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare”.

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