Bernardo Caprotti ed il “paese cattolico”

Agostino Pietrasanta

caprBernardo Caprotti (1925/ 2016) è stato imprenditore di grande successo nel campo dell’industria tessile e poi nella catena dei supermercati (Esselunga). Di lui hanno fatto notizia le disposizioni testamentarie, segnate dalla preoccupazione di salvare l’azienda e, di conseguenza i posti di lavoro di numerosissimi dipendenti; il personaggio non è andato esente da qualche traversia giudiziaria, a metà degli anni novanta del secolo scorso, ma la sua autorevolezza rimane senz’altro di ragguardevole rilievo.

Anch’io, come tanti altri, ho letto il suo testamento, ma non mi sono interessato molto alle questioni di carattere proprietario; mi hanno colpito invece due passaggi finali, al limite persino irrilevanti. E tuttavia significativi di una personalità e di una cultura.

Sul primo passaggio, mi limito ad accennare: riguardano le disposizioni per il funerale che dicono della riservatezza di un uomo che punta all’essenziale, ma soprattutto richiamano, forse senza specifica intenzione, ma con impressionante evocazione, il testamento di Luigi Pirandello. Qui per la verità, a differenza di Pirandello, si chiede la celebrazione religiosa, ma con un’impronta di riservatezza che colpisce. Il mattino presto, senza annunci o divagazioni pubblicitarie: dalla Chiesa, direttamente al cimitero, senza disturbare chicchessia. Personalmente, mi pare impressionante l’analogia col grande drammaturgo siciliano.

Sul secondo passaggio serve un qualche ragionamento; nella conclusione Caprotti afferma, ovviamente non senza logica rispetto ai contenuti delle disposizioni, che “questo paese cattolico non tollera il successo”. Il richiamo è tutt’altro che irrilevante ed attiene l’influsso della Religione nei rapporti di un Paese e di una cultura. Di questo rapporto, oggi molti si interessano; tutti però cercano di individuarne gli aspetti positivi. Dopo un periodo di cultura di dichiarata irrilevanza della Religione, ora tutti ne scoprono le possibili influenze politiche e sociali. Eppure una tradizione culturale cospicua si era diversamente orientata, anche se parecchi autori si sono sempre preoccupati di distinguere l’influsso positivo della senso religioso dalle scelte talora oscurantiste delle diverse confessioni positive, compresa, ovviamente e soprattutto, quella cattolica.

Ora ci troviamo di fronte ad un’affermazione che sottolinea l’influsso del fatto religioso, ma individua nel cattolicesimo una pecca tradizionalmente evidenziata da parecchie proposte culturali. Inutile riprendere i saggi storici che hanno messo in luce lo spirito del capitalismo presente nell’etica protestante, ma assente nella predicazione cattolica tutta intesa non a celebrare il successo umano, ma la rinuncia personale in nome di una salvezza ultraterrena. Si finirebbe per riproporre una diatriba rimasticata ed obsoleta; tuttavia la questione resta particolarmente intrigante. Non c’è dubbio che il Vangelo raccomanda insistentemente il primato degli ultimi e degli emarginati, ma non per tranquillizzarli nella loro posizione, o quasi per adagiarli in una “felice” ed inoperosa acquiescenza. Anzi una parabola, ben conosciuta, quella dei talenti, indica e testimonia la rilevanza dell’impegno: chi nasconde i talenti è colpevole, anche se ne possiede uno solo. Ciò che fa la differenza è la volontà di produrre frutti e non la passiva accettazione dell’inevitabile, cosa ben diversa dalle speranze del futuro ultraterreno. Purtroppo un parziale accomodamento del messaggio evangelico ha scambiato e confuso la serenità indotta dalla consapevole accettazione della vita che ci è data con la rassegnazione alla passiva inattività.

Qui, a mio avviso, si pongono i termini di una questione decisiva. Il rispetto della persona e della centralità dell’uomo ne dovrebbe promuovere, al massimo possibile, le capacità, i talenti che possiede; e dunque (non vorrei ripetermi) la centralità del merito come motore del progresso. Un merito non messo a servizio del privilegio, ma della crescita complessiva di un Paese e di una civiltà. Purtroppo una zelante quanto improvvida sedicente strategia politica di alcuni decenni addietro, ha radicalizzato la lotta al merito ben al di là di una predicazione cattolica sulla rassegnazione passiva ai capricci del destino.

E tuttavia la secca battuta di Bernardo Caprotti sulle responsabilità di un certo influsso cattolico o sedicente tale, merita sicuramente rispetto, ma anche attenzione.

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