La generazione sedata

Marco Ciani

gioE’ stato presentato lo scorso 6 ottobre il “Rapporto Italiani nel Mondo 2015”, a cura della Fondazione Migrantes, Organismo Pastorale della CEI che da quasi 3 decenni si occupa di temi relativi alle migrazioni.

Molte testate giornalistiche hanno ripreso l’interessante analisi, soprattutto per i risvolti che essa pone in luce rispetto agli espatri dal nostro Paese, in particolare dei giovani e dei meridionali. In sintesi: 107.529 italiani sono emigrati all’estero lo scorso anno, in crescita del 6,2% rispetto all’anno precedente. Di questi, 39.410, pari al 36,7% del totale, sono ragazzi tra i 18 e i 34 anni.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, commentando il fenomeno, ha osservato come «I flussi rappresentano un segno di impoverimento piuttosto che una libera scelta ispirata alla circolazione dei saperi e delle esperienze».

Giusto che la massima autorità dello Stato si preoccupi di tale emorragia. Ma, a ben vedere, per come la situazione dei giovani si presenta oggi in Italia, c’è da stupirsi non tanto di coloro che partono, quanto di chi rimane.

In altri termini, le nuove generazioni hanno validi motivi per andarsene.

Prendiamo alcuni dati di riferimento, a cominciare dalla disoccupazione, che in termini complessivi riguarda l’11,4% della forza lavoro, ma ben il 38,8% (circa 15 punti oltre la media europea) dei 15-24enni, secondo gli ultimi dati Istat disponibili, pubblicati il 30 settembre.

Poi abbiamo i cosiddetti «Neet» (Not engaged in Education, Employment or Training), i 15-29enni che non sono né occupati, né a scuola, né in formazione. Ebbene, questi ragazzi nel 2014 rappresentavano il il 27% del campione, il secondo livello più alto nell’Ocse dopo la Turchia.

Sappiamo inoltre, senza necessità di molti riscontri, che la gran parte dei giovani che hanno la “fortuna” di trovare un lavoro, sono normalmente precari e/o con redditi bassi, tanto che una buona parte di loro sono costretti a vivere, volenti o nolenti, con le famiglie di origine (8 su 10 tra i 15 e i 29 anni, sempre secondo l’Ocse).

Non parliamo poi di sposarsi o convivere e fare figli, ormai un privilegio per pochi, anche a causa dei carenti e costosi servizi per l’infanzia, che contribuiscono in modo determinante, assieme all’assenza di politiche di sostegno alla famiglia, a schiacciare il tasso di fertilità a 1,4 bambini per donna, contro l’1,7 dell’area Ocse, con buona pace del Ministro Lorenzin e delle ridicole campagne per il “Fertility Day”.

La combinazione di redditi bassi, precarietà e squilibrio demografico, in un paese tra i più longevi al modo, portano con sé un futuro di povertà. Infatti, il Presidente dell’INPS Tito Boeri, alla fine dello scorso anno, ammoniva «I trentenni di oggi in pensione a 75 anni e con assegno basso». Per questa banale costatazione, l’economista bocconiano si è anche sentito rivolgere l’accusa di terrorismo sociale. Peccato che in un sistema pensionistico contributivo, l’inferenza logica di Boeri risulti del tutto evidente, se non addirittura banale nella sua ovvietà.

Aggiungerei un altro aspetto. Anche i giovani più validi e volenterosi, coloro che si impegnano e dunque potrebbero legittimamente aspirare ad ottenere un posto di lavoro ed una carriera decente in virtù delle loro capacità, imparano presto – pur con importanti eccezioni che però finiscono per confermare la regola, non per smentirla – che in Italia i criteri di selezione sono altri e principalmente basati sulle conoscenze, le parentele ed ulteriori ancor meno nobili parametri.

Non a caso, per citare un esempio di pochi giorni fa, il presidente dell’Autorità nazionale anti/corruzione Raffaele Cantone, commentando gli innumerevoli casi di segnalazioni riguardanti gli atenei italiani, sosteneva «Non mi pare affatto realistico circoscrivere, come eccezionali, i fenomeni del nepotismo o della presenza di situazioni di conflitto di interessi: non riguardano certo l’intero mondo universitario, ma sono purtroppo radicati».

A me verrebbe da osservare che se nell’Università, che dovrebbe rappresentare la punta avanzata del progresso e della conoscenza in ogni nazione evoluta, la base della sua prosperità futura, la selezione avviene in questi termini, immaginiamoci il resto. Ma sono certo non dovremmo sforzarci particolarmente. Lo vediamo tutti i giorni.

Infine mi pare di poter affermare che ci si interessa poco dei giovani, troppo poco, a cominciare dalla politica. Ma non sarebbe giusto scaricare il problema solo sulla politica. Certamente non si interviene in modo serio. Al più si esibiscono iniziative spot di corto respiro e nessuna valenza concreta. Il che rende il nostro un Paese dal futuro preoccupante. Di questo, a me pare, le nuove generazioni abbiano una percezione piuttosto chiara.

Fine della premessa. Dunque cosa dovremmo attenderci?

Sarebbe strano se i giovani che se lo possono permettere non avessero voglia di partire, legami familiari e sociali e condizioni economiche permettendo. Le loro prospettive, qui in Italia, sono misere. Ed è quindi del tutto comprensibile che cerchino altrove lidi più accoglienti dove farsi valere e costruirsi un futuro.

Ciò che ogni tanto mi stupisce è come mai chi non può o non vuole andarsene tra costoro non si ribelli e non lotti contro lo status quo. Perché è del tutto evidente che senza una battaglia per l’affermazione dei loro diritti, senza un assalto anche radicale al potere costituito, la loro condizione, a meno di sconvolgimenti sociali prodotti da fattori esterni, non può mutare. Le resistenze e gli egoismi dei gruppi che detengono le leve decisionali sono troppo forti, consolidate e numericamente schiaccianti.

In altri termini, perché non scoppia un nuovo 1968, con tanto di proteste giovanili, di contestazione dei genitori e delle autorità, vista e considerata la situazione?

Probabilmente la risposta sta nel fatto che rispetto a mezzo secolo fa mancano sia il senso di appartenenza ad una categoria ben definita (pensiamo a quante canzoni negli anni ’60 inneggiavano alla nuova generazione. A me viene in mente “Dio è morto” di Guccini, magistralmente eseguita dai Nomadi), sia l’aspettativa di poter ottenere dei risultati tangibili con un’azione se non violenta, almeno risoluta.

In assenza di legami sociali profondi (del resto viviamo nella società liquida, come ci ha insegnato il sociologo Bauman) e di una visione positiva del futuro, di una ideologia politica o di un credo religioso, o comunque di una convinzione robusta riguardo il proprio destino, cioè senza un sole che illumini l’avvenire, ci si rifugia nella famiglia, comodo ricovero e supporto, certamente anche economico, ma nello stesso tempo prigione dorata. Col risultato di ritrovarsi molti 30-40enni ancora non cresciuti e impreparati alla vita. Mentre il tempo passa.

Personalmente mantengo la convinzione che senza un parricidio sociale, cioè senza che i giovani facciano sentire forte la loro protesta, anche presso le istituzioni, e non soltanto quelle politiche, senza un’affermazione anche aggressiva di ciò che spetta loro, senza una presa del potere ottenuta sfondando a calci le barriere costruite da chi li ha preceduti, non avverrà alcun cambiamento importante. E questo, nel medio termine, sarà un problema per tutti, non solo per i diretti interessati. Soprattutto il sistema di welfare non reggerà senza un equilibrio intergenerazionale.

Cari giovani, non date retta a chi vi dice di portare pazienza, che prima o poi il vostro turno arriverà. L’ottimismo fatalista (e sciocco perché privo di razionali) non porta risultati. Non ci sono liberatori. E nessun Godot verrà a risolvere i vostri problemi. Dovete diventare più cattivi e agire. O rassegnarvi ad un vittimismo impotente.

Scappi pure all’estero chi può. In quanto a chi rimane deve sapere che nulla gli sarà regalato e che, in difetto di iniziativa, potrà solo sperare, salvo colpi di fortuna particolari, nel buon cuore dei familiari (la celebre “borsetta di mammà” resa popolare da Renato Carosone in “Tu vuo’ fa’ l’americano”) e magari in una futura eredità che permetta di campare più o meno decorosamente quando i genitori se ne saranno andati.

Non esattamente quella che si definirebbe una prospettiva invidiabile. Forse è meglio cominciare a pensarci.

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One thought on “La generazione sedata

  1. L’Italia è una Regione dell’Unione Europea: viva i giovani italiani che portano le cultura italiana in Europa (finché ogni “Regione” non chiederà il suo “exit”, anche per impedire gli “Stati Uniti d’Europa”).

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