Cristianesimo e cristianità

Domenicale Agostino Pietrasanta

laiAlla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile 1948, Giuseppe Dossetti manifestò la sua intenzione di non candidarsi; solo un invito della S. Sede che evidentemente temeva le difficoltà della Democrazia Cristiana (D.C.) sulla sinistra, lo convinse (costrinse) ad accettare la candidatura. Tuttavia scrisse al segretario politico del partito che “…dopo le elezioni, nessuna esigenza di difesa della cristianità, mi farà tradire il mio Cristianesimo, né mi farà schierare tra i difensori cattolici di un ordine ingiusto, accomodato ad un regime politico/sociale eretto contro i lavoratori…”. Sotto traccia c’è, notoriamente una critica ed un distinguo che si rivelerà insanabile, soprattutto con De Gasperi; al netto però della severa e forse ingiusta imputazione a De Gasperi di una politica da blocco, al limite clerico/moderato, c’è la ovvia consapevolezza che il Cristianesimo è giunto ad un bivio di straordinaria rilevanza: non può più avvalersi di alcun braccio secolare. Il regime di cristianità non è più proponibile.

Il percorso aveva marcato tappe importanti. Dalla proposta cavourriana di una libertà della Chiesa solo se priva di un temporalismo ingombrante, al fondamento del popolarismo sturziano che considerava un assurdo logico la stessa espressione di partito cattolico perché costituiva un vero e proprio ossimoro che accostava la dialettica (partito) all’universalità (cattolicesimo) e definiva improponibile il coinvolgimento della Chiesa nella parte politica, la strada aveva superato, non senza difficoltà, gli ostacoli di una resistenza cristallizzata. L’ultimo organico tentativo di ripristinare, dopo i contraccolpi del Risorgimento e della formazione dell’unità nazionale coi cattolici all’opposizione, era stato quello di Pio XI che avrebbe voluto dare l’Italia a Dio, attraverso delle norme concordatarie e dunque con il sostegno e l’ingerenza dello Stato. La delusione che ne seguì, soprattutto per papa Ratti, non toglie realtà al tentativo intrapreso di una nuova cristianità. La svolta veramente definitiva sul piano ufficiale fu espressa dal Concilio Vaticano II con la dichiarazione, nel discorso di apertura di papa Giovanni, che la Chiesa non chiedeva né desiderava la protezione dei poteri dello Stato e “…l’indebita ingerenza di autorità civili…”. Alcuni passaggi reazionari successivi che certamente ci furono, si rivelarono di per sé effimeri, anche se esiziali per la presenza del cattolicesimo democratico nella costruzione della città dell’uomo. Inutile sottolineare che la Chiesa arrivava con un secolo di ritardo, rispetto a Cavour; Carlo Maria Martini (qualcuno ricorderà che è stato vescovo e cardinale di santa romana Chiesa) era stato più severo, aveva parlato di due secoli.

Tuttavia, al netto delle responsabilità della Chiesa, anche in campo laico non sono mancate delle contraddizioni vistose. Ne cito due soltanto: la pretesa di relegare la religione nella sfera del privato e “…la concezione, ingenua ed errata che, per quanto riguarda la coscienza religiosa, basterebbe l’estensione delle conoscenze a determinare modificazioni radicali. Questa concezione derivante dall’illuminismo settecentesco e dal materialismo dell’Ottocento, non ha retto alla prova della storia”. Ho virgolettato perché si tratta di prendere da un’affermazione di Palmiro Togliatti del 1962, al X Congresso del Partito comunista italiano. Il problema sta nella resistenza di alcune culture laiche nel ritenere irrilevante il ruolo della Religione nei rapporti con le strutture sociali; una resistenza che fa il paio corrispondente a quello della Chiesa ad insistere sul regime di cristianità. La due resistenze creavano inevitabile reciproca incomunicabilità. Eppure grandi personaggi da Mazzini a Gramsci si erano posti il problema. Il primo non ha dubbi, il Vangelo predica amore e fratellanza e conseguentemente, nella ispirazione cristiana esiste il sostrato della democrazia e della libertà. Purtroppo il regime di cristianità (Mazzini lo scriveva poco dopo la metà dell’Ottocento) con i suoi parametri di composizione del potere, ha spento il Cristianesimo. Gramsci dal canto suo, esaminate con giudizio critico le possibili influenze della Chiesa sulle masse, negate le ragioni di un positivismo che affida alle sole conoscenze scientifiche il progresso dell’umanità, recupera la funzione della fede religiosa come momento di riscatto sociale.

Insomma le tracce ci sono e sono cospicue: liberato dal regime secolare la Religione può assumere ed ha assunto un’indubbia rilevanza pubblica: se il dialogo cattolici/laici è stato tanto difficile ed accidentato la responsabilità è anche da addebitarsi ai sordi delle due sponde.

Concludo richiamando una convinzione proposta da un’umile protagonista della Resistenza alessandrina, Maria Bensi, ormai dimenticata anche dalla sua Chiesa, sempre più sorda alla storia dei suoi testimoni passati. Vicesindaco del C.L.N. locale, consigliere comunale nei secondi anni quaranta, votata per l’Assemblea Costituente, con un numero di suffragi che la esclusero per poco dall’elezione; certamente non dotata di specifiche conoscenze, ripeteva che, nell’attività politica, Lei teneva presente la Bibbia e soprattutto il Comandamento “non rubare”. Resta inteso che, per non rubare, basta un’onorevole ed onorabile etica laica, ma qui stiamo parlando di rilevanza pubblica della Religione.

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