Laicismo alla francese e laicità all’americana

Mauro Fornaro

chsUn’antica questione si ripropone, oggi a seguito dell’incremento di genti di religione musulmana nelle nostre città: la compatibilità tra credo, pratica e istituzioni religiose da una parte, Stato e istituzioni civili dall’altra parte. Se “libera Chiesa in libero Stato” è il principio guida negli Stati a costituzione liberal e social-democratica, quel principio può essere modulato in forme abbastanza diverse, con rilevanti conseguenze pratiche.

In un’ottica “laicista” non solo alcun simbolo religioso può apparire nei luoghi pubblici, come scuole, tribunali ecc., non solo alcuna istituzione di rilevanza sociale può qualificarsi confessionalmente (per es. Università cattolica, Banca del Santo spirito, ecc.), ma a rigore neppure il singolo cittadino può esibire nei luoghi pubblici i segni della sua appartenenza religiosa (velo islamico, piuttosto che il crocefisso al petto, ecc.). E’ questo il laicismo radicale alla francese, di cui ancora di recente abbiamo avuto un’espressione nella proibizione del burkini – fatte salve altre ragioni – da parte di vari sindaci della Costa Azzurra (saggiamente respinta dalla magistratura d’Oltralpe) e da tempo nella proibizione del velo alle allieve nelle scuole.

Altro è la laicità all’americana: da una parte, come nel laicismo francese si respingono (per lo più) ingerenze e subordinazioni delle leggi dello Stato alle norme religiose di qualche confessione, ma dall’altra parte è vista con favore la presenza di istituzioni di rilevante interesse sociale (Università, Ospedali) gestite da organismi confessionali. Anzi talora dette istituzioni, quanto  ad efficienza dei servizi prestati, si pongono in sana concorrenza reciproca e con analoghe istituzioni statali. La ragione del ruolo positivo riconosciuto alle istituzioni confessionali non è solo riconducibile al minor intervento degli States americani nei servizi sociali e al maggior spazio notoriamente lasciato all’iniziativa privata, ma anche, e più in radice, a una diversa sensibilità circa il significato e il valore della religione.

Da una parte, infatti, abbiamo una République il cui mito fondatore è la rivoluzione dell’89 contro il  potere assolutistico di un trono  colluso con l’altare e viceversa. Dall’altra parte abbiamo degli States e uno Stato federale alla cui fondazioni hanno molto concorso gruppi religiosi dissidenti, per lo più protestanti, fuggiti dall’Europa delle monarchie assolute. Nel primo caso la religione è guardata con sospetto, fino ad esser sostituita dalla dea Ragione nel corso della Grande rivoluzione o da un accentuato ateismo e anticlericalismo nelle correnti radicali e positivistiche dell’Otto e Novecento francesi. Nel secondo caso la religione, una qualche religione, come fatto di coscienza personale appare un ovvio e naturale attributo del cittadino americano, sì che, tra l’altro, il cappellano protestante, quello cattolico, ebraico e oggi musulmano è da tempo una doverosa presenza nell’esercito americano. La pragmatica mentalità americana in fatto di sentimento religioso trova forse la migliore espressione in William James, col suo The Will to Believe (La volontà di credere del 1896): a fronte delle “verità” religiose che non possono avere né convalida né smentita sul piano scientifico, questo grande filosofo e psicologo sottolinea come la credenza possa indurre a una prassi socialmente utile e come dunque sia sul piano della soddisfazione individuale e delle realizzazioni sociali che essa vada apprezzata.

Alla luce di queste ultime considerazioni sorprende come in un recente volume Paolo Flores d’Arcais (La guerra del Sacro. Terrorismo, laicità e democrazia radicale, Cortina, 2016)  spezzi più di una lancia a favore di un rigido laicismo alla francese. Egli paventa i rischi di una egemonia del teologico (il Sacro appunto, rinverdito oggi dall’integralismo islamico), più di quanto non riesca ad apprezzare i vantaggi almeno sul piano pratico della presenza della e delle religioni nella società civile. Una posizione come la sua appare criticabile sotto due aspetti. Anzitutto essa appare prevenuta a fronte della libertà di gruppi di cittadini di costruire istituzioni confessionali di pubblica utilità (a condizione ovviamente che non contraddicano le leggi dello Stato legittimamente poste e neppure siano settariamente riservate). Inoltre la relegazione della religiosità al foro interiore – secondo una rigida distinzione tra sfera pubblica e sfera privata – appare in lui motivata in definitiva da un gretto ateismo, che equipara in ogni senso la religione e il sentimento religioso a superstizione (non lo dice espressamente Flores d’Arcais, ma lo si inferisce dal suo discorso). Posizioni diverse troviamo invece nel pure recente volume di Vannino Chiti  (Vicini e lontani. L’incontro tra laici e cattolici nella parabola del riformismo italiano”, Donzelli, 2016, presentato il 16 u.s. a Santa Croce di Bosco Marengo). Pur non credente, l’autore riconosce come la religione possa positivamente “scaldare i cuori” a differenza della mera ragione, e comunque ricorda il valore anche rivoluzionario sul piano sociale di taluni principi religiosi come, nella fattispecie del cristianesimo, l’affermazione avversa ad ogni discriminazione, che “tutti gli esseri umani sono figli di Dio”.

D’altra parte la posizione laicistica sulla religione, tollerata come credenza da esprimere esclusivamente nel privato, introduce una spaccatura inaccettabile per ogni coscienza profondamente religiosa: un credente non può esser tale solo entro le mura domestiche. Certo non è di immediata evidenza come conciliare il carattere laico della società e dello Stato, in cui opera il credente, con il carattere inevitabilmente totalizzante ed inclusivo di ogni espressione di vita proprio dell’autentico credere. Occorre quanto meno accedere alla distinzione tra fede e religione: una distinzione che, corrente nella teologia protestante e poi cattolica del Novecento, è completamente ignorata tanto da Flores d’Arcais quanto dagli integralisti di ogni confessione religiosa. Ma è tema che merita sviluppo a sé.

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