Coerenza, coraggio, ed esami di coscienza

Carlo Baviera

bojSo che la notizia non solo è superata, ma addirittura stagionata: l’ex Sindaco di Londra Boris Johnson, uno dei vincitori del Referendum britannico per l’uscita dall’Unione Europea e, in quanto tale, indicato come uno dei probabili nuovi leader conservatori e molto probabile futuro Premier, non ha esercitato la possibilità di candidarsi a leader del Partito Conservatore per diventare Premier del Regno Unito. Ciò, pare, che sia avvenuto a causa del venir meno del sostegno del suo miglior alleato il Ministro della giustizia Gove, il quale si era proposto, a sua volta, come nuovo leader. Per ritirarsi anche lui dopo pochi giorni.

Mi soffermo su questa notizia <trapassata> per sottolineare che  non c’è nulla di nuovo sotto il sole della politica. C’è chi ti manda avanti, ti usa perché più capace a “bucare il video” o perché più in grado di dare credibilità alla battaglia che si porta avanti, e poi ti scarica. E’ successo più di una volta e succederà ancora. Anche se appartiene ad un modo di fare politica non particolarmente apprezzabile eticamente e moralmente.

Non voglio parlare del <caso Johnson> perché sia deluso da questo inaspettato abbandono; o meglio, momentaneo mettersi in disparte, in quanto è ora Ministro degli Esteri e perciò avrà la possibilità di fare altri danni all’Europa. Perciò mi ero rallegrato di quella che poteva sembrare una uscita di scena.

Ho citato questo esempio (uno fra i tanti) solo per ricordare anche a me stesso che ciò che si afferma durante le campagne elettorali o quando si cercano consensi per il proprio movimento politico, viene troppe volte dimenticato o retrocesso rispetto ad altre priorità: ottenuta la vittoria non si ha il coraggio di sostenere fino in fondo le proprie posizioni. E’ così per Boris Johnson, che sicuro e forte delle proprie ragioni, si spaventa per il “tradimento” (chiamiamolo così, se è così) di un alleato. Così è avvenuto per l’altro “vincitore” della Brexit, Farage.

Non è così forse per i pentastellati, che presentatisi come i grandi moralizzatori e innovatori, giunti al potere in qualche città e ottenuto un risultato importante sul piano generale, non sono più i giacobini moderni rispetto ai casi di <parentopoli> che li riguardano nei casi di portaborse, capi di gabinetto, segretari, ecc.?

Mi pare che un po’ in tutta Europa (e non solo, visto il fenomeno Trump negli USA) si facciano strada, a volte anche grazie a smemoratezze, errori di prospettiva, immobilismo dei politici più equilibrati e con senso di moderazione, gruppi capaci solo di protestare e sfasciare i sistemi di convivenza e di sostegno sociale che si sono costruiti nei decenni scorsi. Quando si vuole stravolgere tutto si rischia sempre di buttare acqua sporca e bambino: anche quando esistono ragioni profonde per reclamare un ribaltamento delle solite logore politiche. Cambiamenti profondi sì, far saltare elementi di convivenza civile e equilibri sociali di welfare no!

La politica, con tutti i suoi limiti e le imboscate e le lobby, è pur sempre un’arte che va appresa con l’esperienza e con il confronto (frequentazione di assemblee deliberative, di Convegni, di riunioni di partito, incontri locali con le persone, ecc.) e che deve avere un’anima, dei valori che la orientino, per non restare solo arrivismo, lotta per il potere, sopraffazione dell’avversario, interesse di parte, o anche soltanto pragmatismo dell’ultima ora.

Queste cose mi sono venute in mente, durante una casuale chiacchierata con amici, tutti più o meno con esperienze amministrative o politiche. Si parlava di prospettive per una città e un territorio come il Basso Monferrato, sempre più in crisi demografica, in crisi occupazionale, con poche imprese che resistono e garantiscono lavoro a non molte centinaia di famiglie, con una crescente povertà economica e anche culturale (non per l’offerta che è ampia, ma per non apprezzare la vera cultura), isolata dal punto di vista dei trasporti, con un tessuto commerciale sempre più in difficoltà, con aumento di insicurezza e perdita di quella capacità di accoglienza e integrazione che fino a non molti anni fa ci caratterizzava in positivo.

Ognuno aveva qualche medicina da suggerire (ma non è questa la sede né l’occasione per sviluppare un discorso che a Casale Monferrato e nel casalese si dovrà avere il coraggio di iniziare), senza pensare alle scadenze elettorali, o alle alleanze che si andranno definendo in vista di quelle.

Ciò di cui c’è bisogno è la capacità di esame di coscienza collettivo, di più dinamicità per attirare investimenti (andando anche all’estero a parlare ad imprenditori e offrendo tutto l’appoggio del territorio), di tornare a progettare investimenti strutturali e di supporto all’economia: le pur importanti iniziative in campo turistico e culturale necessitano di essere affiancate da attività produttive nuove e da una indagine socio economica che supporti ogni decisione.

Mi fermo qui, proprio per non comportarmi anch’io come chi getta il sasso e nasconde la mano. Non è mia intenzione intentare processi a questa o quella amministrazione, a questa o quella coalizione, a questo o quel Paese di collina o di pianura. Ma il ritorno alla progettualità complessiva, anche in periodi di difficoltà come questi (anzi proprio perché in difficoltà), e a  una specie di Stati Generali di Monferrato che sappiano raccogliere suggerimenti e proposte e, soprattutto, dare priorità ad un paio di obiettivi condivisi, diventa sempre più necessario; pur in presenza di buone iniziative turistiche e culturali in tutta la zona.

Come serve non abbandonare lo spirito di coesione, accoglienza, ospitalità, sussidiarietà per non fare scivolare il sentire monferrino verso posizioni populiste, di chiusura, di autarchia, di isolamento. Il faro dei principi costituzionali deve continuare ad indicare la via anche per uscire dalle difficoltà.

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