L’eutanasia sui minori

Il punto  Gian Piero Armano

minHa fatto scalpore la decisione della Camera dei deputati del Belgio approvando in via definitiva, con 86 sì, 44 no e 12 astenuti, la modifica della legge riguardante l’eutanasia che era in vigore dal 2002, estendendo la facoltà di applicarla anche ai minori di qualsiasi età. In altri paesi, come l’Olanda, l’eutanasia sui minori è applicabile dai 12 anni. Una legge approvata con troppa fretta, nonostante che i parlamentari cristiano-democratici, sia fiamminghi che valloni, avessero chiesto uno spazio temporale più lungo per discuterla. Il ritocco alla legge del 2002 consente ora anche ai minori di scegliere l’eutanasia in quanto si riconosce in loro la “capacità di discernimento” purché siano in grado di esprimere ciò che comprendono. La “capacità di discernimento” dovrà essere valutata da una commissione di psichiatri e psicologi dell’età evolutiva.

Le reazioni e le prese di posizione a questo provvedimento legislativo sono state molte e quasi tutte contrarie. Sul fronte religioso ci sono stati appelli di tutte le principali confessioni – cattolici, luterani, ortodossi, musulmani, ebrei e buddisti – per impedire l’approvazione di questa legge. Così come non sono mancate prese di posizione contrarie da parte di associazioni ed esponenti del mondo scientifico laico, in particolare da parte di 250 esperti riuniti a Mumbai in India, che partecipavano al Congresso internazionale delle cure palliative pediatriche, i quali hanno ribadito che l’eutanasia non fa parte della terapia palliativa pediatrica e non può essere un’alternativa.

Certo è che per i credenti o laici, la decisione presa dal parlamento belga è stata uno shock e che pone gravi interrogativi alla coscienza delle persone.

Non sono esperto di problemi morali, ma una persona come tante che è stata colpita dal fatto di una legge approvata dal parlamento belga e che mi ha lasciato non pochi e laceranti interrogativi nella mia coscienza; per questo oso scrivere qualcosa, scusandomi in anticipo se deludo le aspettative dei lettori.

Per chi è credente e che considera la vita un dono di Dio, affidata ad ogni persona perchè la custodisca e la migliori, non può esserci alternativa ad un no forte e deciso a tale legge. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ai numeri 2276 e 2277 recita: “Le persone ammalate o handicappate devono essere sostenute perché possano condurre un’esistenza per quanto possibile normale.” e “Così un’azione oppure un’omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore…”.

In forza della fede, il credente quindi deve sostenere e diffondere la “cultura della vita” in un mondo in cui, sotto diversi aspetti, sta prendendo il sopravvento la “cultura della morte”. Il diritto ad esistere è il fondamentale diritto della persona, perché fondante tutti gli altri diritti e pertanto la tutela della vita in tutte le fasi dello sviluppo è un dovere inderogabile. Il carattere “sacrale” della vita umana la rende inviolabile e il sapere, per fede, che la persona non è padrona della vita e della morte, porta all’affidamento alla volontà di Dio (cfr. n.46 dell’enciclica “Evangelium vitae” di Giovanni Paolo II).

Ma la testimonianza di chi è credente deve essere data vivendo tutti i valori che riguardano la cultura della vita, mettendo da parte crociate e prese di posizione che fomentano divisioni, polemiche sterili, insulti e giudizi affrettati, mancanza di rispetto ai criteri di coscienza di chi non è credente o che, proprio in forza della sua coscienza, opta per una scelta diversa. Anche questo fa parte di quei valori che riguardano la “cultura della vita”.

Inoltre la valutazione negativa dell’eutanasia che dà il credente, deve fare i conti con alcune riflessioni che non significano un rifiuto totale a qualsiasi forma di eutanasia. Il comandamento cristiano “non uccidere” non può essere un obbligo morale dal quale ne consegue direttamente un’etica normativa capace di fronteggiare l’insieme delle situazioni umane e di risolvere i molti complicati casi conflittuali per i quali c’è bisogno di fare ricorso ad altre mediazioni.

In forza di questo, l’etica laica ritiene possibile, in nome del principio di autodeterminazione, di staccare la spina della propria vita, ricorrendo anche all’aiuto di altri. In qualche modo questa posizione, sul piano puramente razionale, non ritiene che sia doveroso continuare a vivere in circostanze di grave sofferenza, quando la vita non può più essere vissuta in condizioni umanamente accettabili: determinare quindi la propria morte viene considerato dall’etica laica come un atto di rispetto della dignità umana.

Sollecitati dalla complessità delle situazioni della vita, anche alcuni teologi cattolici si sono soffermati a riflettere in questa direzione; lo stesso card. Martini, negli ultimi anni della sua vita molto travagliata, ha lasciato intendere alcune considerazioni importanti e più aperte rispetto alle affermazioni molto drastiche della dottrina cattolica nei confronti del problema dell’eutanasia.

Ad esempio il teologo svizzero Hans Küng ha sostenuto che assieme al diritto alla vita esiste anche un diritto cristianamente responsabile che riguarda l’autodeterminazione della morte (cfr. H. Küng, W. Jens, “Della dignità del morire. Una difesa della libera scelta”, Rizzoli, Milano 1966, pp. 60-90). Egli ritiene che nel diritto ad una degna vita rientri anche la possibilità che una persona decida come e quando morire. Dio ha lasciato alla responsabilità della persona l’inizio della vita, analogamente si può pensare che anche il termine della vita Dio lo lasci alla responsabilità della persona la quale deve agire secondo una libertà consapevole e responsabile che non diventi arbitrio o capriccio.

In questo modo l’eutanasia potrebbe essere espressione legittima di un’etica che ha la sua radice nella stessa volontà di Dio. Per il teologo svizzero la libertà di decidere in coscienza il tempo e il modo di morire rientrerebbe nelle prerogative umane.

E’ chiaro che la posizione di Küng può essere molto complessa e discutibile, ma lascia alla coscienza di tutti quelli che si pongono in modo serio di fronte alla pratica dell’eutanasia, nuovi interrogativi che possono mettere in discussione anche le conclusioni dell’etica cattolica così come si è espressa fino ad oggi.

Ritornando a quanto è avvenuto nel parlamento belga in questi giorni, ci sono però alcuni aspetti di perplessità e di stupore di fronte alla legge approvata. Li elenco soltanto senza approfondire, lasciando a chi avrà la bontà di leggere queste confuse righe, la possibilità di approfondire e di tirare le sue conclusioni.

  1. Il parlamento belga ha lasciato poco spazio alla discussione e ciò è stato messo in evidenza anche dalle forze politiche che sostengono l’attuale governo del premier socialista Di Rupo (tra l’altro, la legge è stata approvata con il voto di socialisti, liberali, verdi e nazionalisti fiamminghi e non dai cristiano-democratici valloni e fiamminghi che formano l’attuale maggioranza). Perchè tanta fretta, visto che in Belgio non esisteva alcuna pressante richiesta di eutanasia minorile da parte della popolazione (in Belgio, fra il 2006 e il 2012 soltanto ad un minore di meno di 20 anni si è applicata la legge dell’eutanasia)?

  2. La “capacità di discernimento”: può un minore discernere e manifestare la volontà di morire, quando normalmente i minori sono ritenuti incapaci ed irresponsabili di se stessi e della loro vita, fino alla maggiore età? Alcuni sostenitori della legge hanno affermato che in certe situazioni di morte prossima i minori sono in grado di sviluppare un forte livello di maturità che può essere maggiore rispetto a quello di un adulto. Ma non potrebbe essere vero anche il contrario, cioè che la malattia e la sofferenza riducano al minimo o annullino la capacità di discernimento di un minore, la sua libertà e la sua intelligenza?

  3. Come può essere rispettata la volontà di un minore che decide di porre fine alla sua vita, se la sua “capacità di discernimento” deve essere valutata e riconosciuta da psichiatri e psicologi dell’età evolutiva? In ultima analisi è ancora il minore che decide o viene rimpiazzato dal giudizio di altri che decidono per lui?

Sono domande che si aggiungono ai molti interrogativi inquietanti che già il problema dell’eutanasia di per sé impone alla coscienza dei credenti o dei laici. E’ comunque un dato di fatto che in situazioni di malati terminali, adulti o minori, le cure palliative sono funzionali per garantire una situazione di vita dignitosa o almeno accettabile perchè sono indirizzate non solo a curare la parte malata, ma a prendersi cura in modo globale del malato terminale e dell’ambiente in cui vive, allo scopo di rendergli meno gravoso il tempo di vita che gli resta e meno traumatico il momento della morte.

E’ certo però che, pur nelle difficoltà e nei tormenti interiori, il ricorso all’eutanasia, in alcune circostanze estreme, rimane un problema aperto, che deve sollecitare nella coscienza di ogni persona di buona volontà, credente o non credente, l’impegno di portare un aiuto reale a chi soffre nei diversi casi della vita: si tratta di un’azione di alto significato non solo cristiano, ma umano, segno di vera crescita civile e sociale.

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2 thoughts on “L’eutanasia sui minori

  1. La questione è quanto mai delicata: infatti, l’estensore dell’articolo si pone il problema relativo alla capacità di discernimento di un giovane, il quale, se, fino alla soglia della maggiore età, ritenuto incapace di contrarre negozi giuridici, a maggior ragione dovrebbe essere incapace di fare una scelta libera e consapevole in merito al terminare la propria esistenza.
    Un Medico, all’inizio dell’esercizio professionale, giura di non mettere in atto misure atte a cagionare danno, tanto meno la morte del Paziente, ragion per cui l’eutanasia non dovrebbe essere faccenda da personale sanitario. Giustamente, è stato posto l’accento sulle cure palliative, le quali, se, da una parte, non possono nulla contro la patologia di base, la quale è di per sé inguaribile o giunta ad un livello tale da esserlo, dall’altra alleviano le sofferenze in maniera non trascurabile.

  2. Caro Gian Piero,
    il tuo non è un articolo, bensì un mini saggio, peraltro chiarissimo e affatto confuso. Condivido tutte le tue perplessità e non ho soluzioni. Però continuo a pensare (vedi l’interessante dibattitto sviluppato sul Corriere alessandrino, generato da un intervento acuto e puntuale del vice direttore Antonuccio) che in caso di malati terminali, il confine tra eutanasia e accanimento terapeutico sia un filo sottilissimo, il cui mantenìmento è deciso dai medici, giustamente, magari, come nel caso di mia madre, sentendo il parere del parente più prossimo. Mi ha aspettato il medico e mi ha detto che la cura, protratta per 10 giorni, non funzionava più, e che lei stava per morire; non si poteva prevedere quanto sarebbe durata l’agonia. Preciso che aveva 94 anni, ridotta a 30 kg. di peso (un uccellino la definì il neurologo che ne ordinò il ricovero al pronto soccorso, seguendo con la sua auto l’ambulanza), e che fino a sei mesi prima aveva vissuto la sua vita, non priva di dolori anche tremendi, in piena coscienza: ” Razza Piave” la chiamavano una volta, era fiumana di famiglia. Io dissi che non volevo l’accanimento terapeutico, che può anche essere interpretato come una richiesta di eutanasia. Ho lasciato che decidessero i medici, peraltro professionisti integerrimi della corsia della morte dell’ospedale S. Martino di Genova, dichiarando esplicitamente che la loro decisione era da me condivisa e approvata. Le sue ultime parole le ho già ricordate..

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