Guado senza fine del Partito Democratico

Agostino Pietrasanta

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Alcune debolezze e contraddizioni del Partito Democratico (P.D.) sono evidenti a prima lettura o, come si dice “ictu oculi” (a colpo d’occhio); non sono necessari specifici approfondimenti. Al suo interno è diviso su tutto o quasi, sulla sinistra soffre di una concorrenza che non ha possibilità di imporsi con autonomia, ma ne ha molte per indebolire la sinistra a mio avviso, unica possibile. Una forza popolare come il socialismo si è, almeno in parte, accomodata nel centro/destra con la benedizione, oggi rimossa dalla scena politica, di Silvio Berlusconi; il cattolicesimo democratico che, nella sua cultura, aveva i semi di un riformismo progressivo, non è riuscito a guidare l’elettorato di centro alla casa della nuova sinistra democratica, auspice un po’ le vittorie trapassate del cavaliere, un po’ le indebite ingerenze di alcuni vertici ecclesiastici (la Chiesa è altra cosa).

Di tutto questo si è fatto rilievo e si è discusso nella presentazione del libro di Vannino Chiti, venerdì scorso a Bosco Marengo (Vannino Chiti, Vicini e Lontani, l’incontro tra laici e cattolici, ed. Donzelli). Tuttavia, nella stessa sede si sono valutate le ragioni di un guado interminabile delle forze politiche interessate alla costituzione del P.D. Si è parlato anche d’altro, ma sulle predette ragioni, a mio sommesso parere si sono dette cose interessanti.

L’acquisizione di fondo sta nella constatazione che l’impianto democratico previsto dalla Costituzione, sulla carta, non si è mai realizzato; e non solo, e neanche prevalentemente, perché la Democrazia Cristiana, in un passaggio storico di difficile congiuntura internazionale, non ha realizzato alcuni istituti con la dovuta prontezza (es. Regioni e Corte Costituzionale); ma soprattutto per la mancata realizzazione dell’impianto statuale di una democrazia progressiva: mancata realizzazione che non ha mai permesso un’alternativa tra destra democratica e sinistra riformista. La conseguenza più esiziale di questa premessa sta nella impossibile distinzione, soprattutto oggi, tra destra e sinistra, sia perché una destra democratica non esiste, ridotta alle ceneri del populismo inguardabile di Matteo Salvini, ma anche perché la sinistra priva del suo fondamento progressivo, non riesce a decollare nell’unico partito che la renderebbe praticabile, il P.D.

In fondo è su questo punto che sia i difensori ad oltranza della Costituzione, sia i fautori della “Riforma Boschi/Renzi” dovrebbero riflettere, sulla mancata realizzazione dello stesso impianto costituzionale, sugli stampi sui quali (bisognerebbe esplicitarlo) hanno realizzato convergenza i costituenti cattolici (democristiani) e le sinistre (comunisti). Costoro hanno programmaticamente descritto una democrazia delle regole condivise, poi bistrattate dalla “bufala berlusconiana” della volontà popolare, una democrazia capace di alternanza, una democrazia sensibile alla legittimazione dell’avversario, ma di tutto questo, posta la necessità, si è anche detto della insufficienza dal momento che era necessario approntare le condizioni perché tutti i cittadini fossero posti in grado di concorrere alla concreta realizzazione di queste regole. Il loro riconoscimento, premessa necessaria, è anche sufficiente per una destra democratica, la possibilità, oltre al riconoscimento, di una conseguente concreta realizzazione attiene i compiti di una sinistra riformista. Purtroppo la dispersione dell’unità delle forze popolari ha stoppato questa distinzione ed i programmi che ne sarebbero potuti conseguire.

Il P.D. avrebbe dovuto e, se vuol concludere il guado, dovrà, ricomporre le forze popolari disponibili a riaprire il discorso delle premesse democratiche descritte dalla Costituzione e chi si scanna per difenderla, e chi si affanna per le riforme, fatte salve tutte le conseguenze, anche drammatiche, dei possibili esiti elettorali, dovrebbero (tutti quanti!) rendersi conto che, se rimane nelle nobili intenzioni dei suoi padri, anche la Carta più bella del mondo appare retorica.

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