Due autobiografie parallele. IL REGISTA E L’ATTRICE. De Bosio e Occhini rileggono mezzo secolo di spettacolo italiano

Nuccio Lodato

teaI libri sul teatro che valga la pena di acquistare e leggere non sono, da noi, particolarmente frequenti. Le editrici specializzate, che offrono materiali di eccellente livello, non dispongono purtroppo di una rete distributiva minima che le renda note al pubblico, e si rassegnano a un sottile strato di addetti o quasi. Gli editori maggiori raramente rivolgono la attenzione al settore, divorati come sono nella camicia di forza della facile vendibilità.

Al primo gruppo, tra le uscite di quest’anno, appartengono i due bei libri di Franco Quadri e Italo Moscati sul lavoro di Luca Ronconi, di cui ci si occuperà in un prossimo giro. Al secondo, eccezionalmente, altrettanti volumi in libreria da qualche mese o qualche settimana, meritevoli di una particolare attenzione.

Gianfranco De Bosio è stato (con Costa e Giannini, Visconti, Strehler e pochi altri, su tutti appunto Ronconi) uno dei grandi protagonisti del predominio della regìa sul miglior teatro di prosa della seconda metà del Novecento. All’esaltante età di 92 anni, ancora fresco di attività didattiche alla Scuola di recitazione del Piccolo di Milano e all’Open Academy della natìa Verona, propone -con una sigla editoriale a lui memorialmente cara, quella che fu del grande amico Neri Pozza, anche attore nel suo magnifico film Il terrorista (1963)- un’autobiografia grondante fierezza, vitalità e ottimismo. Ne ha tutte le ragioni.

La sua vita ha voluto innanzitutto dire, da neppure ventenne, una partecipazione in primissima linea e incarichi di particolare, delicata responsabilità nella Resistenza veneta (esperienza della quale il singolarissimo e profondo film su ricordato porta profondi echi). Ma il risvolto più imperituro dell’incipiente esperienza culturale e scenica è stato da subito costituito dalla (ri)scoperta, prima letteraria poi scenica e registica, di quello che è forse in assoluto il massimo autore teatrale, qualitativamente parlando, con Goldoni e Pirandello, del nostro paese: Angelo Beolco detto il Ruzante (1496/1500 ca.-1542). Cui si accosta già nel 1942, nel quarto centenario della morte, quando era completamente rimosso, stimolato dall’edizione benemerita che dei lontani testi dimenticati compie filologicamente Emilio Lovarini, originando l’allestimento di Moscheta (ma in italiano, non nell’originario “pavano”: per cui ad esempio, con compiacimento della vigilante censura fascista, la battuta ‘A he tanta legreza che la camisa me sta tanto erta dal culo diventava Ho tanta allegria che la camicia non mi tocca il fianco!).  E in quell’estate, nel cortile di Castelvecchio, con l’incoraggiamento di un’insegnante, allestisce addirittura anche lui il suo primo Ruzante, Fiorina, a 18 anni!

Terminato il periodo bellico vissuto eroicamente (è la parola), De Bosio si ritrova curiosamente in maniera momentanea nell’ambiente democristiano e inaugura una vicinanza personale con Giulio Andreotti (che sorpresa!) che gli sarà utile anche nel lontano e diversamente orientato futuro. Inizia subito l’attività teatrale, prima al CUT Padova, poi a Parigi in formazione con Marceau e Lecoq, che si trasferirà addirittura con lui a Padova alla ripresa.

Comincia poi il vero lavoro su Ruzante, con Alvise Zorzi (vi concorreranno da lontano anche Carlo Grabher e Mario Baratto) che culminerà da un lato nel fondamentale “Millennio” einaudiano di cinquant’anni fa con l’opera omnia del genio pavano, dall’altro nelle ulteriori, fondamentali e fondanti regìe, con la scoperta della Betìa, la ripresa scenica della Moscheta, e poi le realizzazioni magistrali dell’Anconitana, della stessa Betìa e i suoi altri memorabili spettacoli ruzantiani, fino all’inopinato coinvolgimento del grande Marcello Bartoli e del Gruppo della Rocca nel memorabile antologico Il Ruzante; e ancora sempre con lui la Piovana dell’87, per non dire, poi, del Parlamento in Ungheria e di Bilora in Cina…

Bisognerebbe a questo punto seguire dettagliatamente la sua successiva attività: il lungo periodo ricchissimo di direzione dello Stabile di Torino con la punta brechtiana dell’Arturo Ui con Franco Parenti, e l’altrettanto lunga e costruttiva stagione della doppia sovrintendenza lirica alla rilanciata Arena della città natale. Per non dire degli allestimenti televisivi, e della titanica impresa del Mosé RAI con Lancaster.

Il libro è originalmente interrotto da periodici interludii (denominati “omaggi”) in cui l’autore traccia medaglioni ritrattistici di presenze particolarmente rilevanti per la sua formazione e la sua esistenza: Alvise Dal Negro e Dino Formaggio, Enrico Franceschini e Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti, Diego Valeri e Manara Valgimigli, appunto Marcel Marceau e Jacques Lecoq, Paolo Grassi, Parenti, Dario Fo e Franca Rame, Erno Egri Ernstein (il direttore tecnico del grande Torino scomparso a Superga, suocero di De Bosio che ne ha sposata la figlia Marta, sorella della celebre coreografa Susanna), Otello Pighin, Lele Luzzati, Anthony Burgess e Burt Lancaster, Rajna Kabaivanska e Placido Domingo, Mario Chiara e Luciano Pavarotti, Franco Zeffirelli e Luca Ronconi: tutti punti di riferimento centrali delle singole stagioni della sua ricchissima e multiforme attività di metteur en scéne.

Che lo fa incrociare con Ilaria Occhini, salvo errori od omissioni, una volta sola: l’allestimento – sempre RAI, marzo 1979 – in due puntate del Mercante di Venezia, appositamente ritradotto dall’amico e conterraneo Sergio Perosa, con l’attrice fiorentina nella parte protagonistica di Porzia (e con lei Tedeschi, Fantoni e la Sastri). Il regista evoca dettagliatamente l’esperienza (pp. 192-193);  l’attrice si limita all’inserimento di due belle foto nell’inserto illustrato.

Ilaria Occhini -tra le attrici italiane maggiori- occupa un posto di particolare rilievo nella mia memoria personale. Avevo undici anni quando i miei genitori, in un’epoca in cui solo i ricchi avevano già in casa mastodontici ricevitori tv, mi portavano le domeniche sere in una vicina osteria gestita da una famiglia amica, per assistere alle puntate dello sceneggiato Jane Eyre, diretto da Majano e interpretato da lei presso che esordiente con Raf Vallone (le puntate furono cinque, a partire dal 9 marzo 1957, ricostruisco dal bel libro di De Fornari Teleromanza; il giorno precedente avevo compiuto 11 anni, terminavo la quinta elementare e mi addentravo nell’infernale preparazione dell’”esame di ammissione alla scuola media”). E proprio alla scuola media Ilaria tornò di scena prepotentemente. La nostra immensa insegnante di lettere, Emilia Provenzal, figlia dello scrittore Dino, intimo di Giovanni Papini, avvalendosi dell’antologia compilata dal padre “Il buon cammino” (Lattes), ci avrebbe fatto leggere  i testi papiniani dedicati alle figlie e alla nipote (“La mia Ilaria”), rinsaldando la conoscenza della giovane interprete di Jane. Il terzo incontro fu una vera e propria apparizione: in un anno Ottanta che non riesco a isolare, ma compreso fra l’83 e l’87, all’ora di pranzo, rincasando dalla scuola dove allora lavoravo, all’incrocio alessandrino fra via Cavour e corso 100 Cannoni, la grande attrice, impegnata in quei giorni in repliche presso il Teatro Comunale cittadino, non ricordo in che spettacolo, sostava nel sole di fronte a Villa Borsalino, contemplando la facciata della storica fabbrica, in procinto di diventare sede dell’università. Bellezza allo stato puro.

In teatro ho avuto occasione di ammirarla dal vivo in un’unica occasione, nel 1996, indimenticabile nella parte della signora Balducci in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, tratto e inscenato da Ronconi dal capolavoro gaddiano (lo spettacolo del quale nel libro l’attrice, estremamente sintetica, quasi telegrafica, su presso che tutto il resto, parla più diffusamente: pp. 143-145). Una prestazione superba in un allestimento magistrale che, grazie alla versione filmata curata da Giuseppe Bertolucci, può essere tuttora visionato in rete grazie a youtube.Un’ulteriore emozione indiretta, nel 2002, con la lettura del Carteggio 1932-1956 intercorso tra suo padre Barna e il suocero Giovanni Papini, che Simonetta Bartolini aveva curato per le Edizioni di Storia e Letteratura.  Ma l’ultima e definitiva, la più diretta, sarebbe giunta nel 2008, allorché mi toccò il piacere di presentare, al Mexico di Milano, la prima del bel film d’esordio Mar Nero di Federico Bondi (non parente!), con lei presente ma dall’immensa discrezione, nella grande interpretazione da protagonista che le sarebbe valso l’estate successiva il meritatissimo premio di Locarno.

Questa lunga premessa per spiegare che, all’uscita della sua autobiografia lo scorso aprile, credo di esserne stato tra i primissimi se non addirittura il primo acquirente… Ma debbo confessare che la sua rapida e agilissima lettura (150 pagine non fitte) mi ha inaspettatamente ma sinceramente deluso.

Innanzitutto -ma non è più purtroppo una novità, e non è colpa dell’autrice, anzi ne è stata lei stessa la prima danneggiata- per quanto attiene alla cura editoriale del volume. Non c’entra niente l’argomento, ma è insopportabile che in un libro Rizzoli, nel solito sedicesimo di inserto fotografico, si riesca a chiamare Sarah Ferrati, la massima attrice di prosa del secondo Novecento, Sarah Ferranti, e qualche pagina dopo si confonda addirittura Vittorio De Seta con Vittorio De Sica!

Venendo al testo, cosa a mio modesto avviso spiazza il lettore? Direi, paradossalmente, proprio…la leggerezza! Occhini – forse è un dono invidiabile – attraversa la sua straordinaria esperienza umana, artistica e culturale esattamente come Alice transita il Paese delle Meraviglie: tra uno stupore, un sorriso e un’alzata di spalle. Apprendiamo così, della sua esistenza pubblica, e anche privata, decisamente molto se non tutto o quasi. Ma giungiamo rapidamente alla fine della lettura con la sensazione (magari ingiusta e infondata) di essere rimasti alla superficie delle cose. Pur avendo avuto la benefica sensazione positiva di essersi imbattuti in una vita felice.

Gianfranco De Bosio, La più bella regìa. La mia vita, Neri Pozza, Vicenza 2016, pp. 236, € 17;

Ilaria Occhini, La bellezza quotidiana.Una vita senza trucco, Rizzoli, Milano 2016, pp. 159,  €17.

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