Viaggio a Roma, negazione preventiva

Domenicale Agostino Pietrasanta

ragA Roma sono sempre andato volentieri, almeno fino ad una decina d’anni addietro. Lo confesso, mi metteva allegria e riusciva a rimuovere le frequenti condizioni depressive che, di natura, mi colpiscono. Allora i sindaci si chiamavano Giulio Carlo Argan, Clelio Darida, Luigi Petroselli, Franco Carraro, Walter Veltroni; certo non tutti confrontabili con Argan, ma la città offriva uno spettacolo molto meno problematico e deprimente di quello di cui oggi si riferisce, senso riserve. Per me, a testimonianza diretta, non saprei dire perché non ci vado più.

Intendiamoci; non è che tutto fosse perfetto: qualche zona era assai sporca, fastidiosi roditori facevano qualche comparsa imbarazzante, ma nel complesso si circolava con buona riuscita, si arrivava ai musei ed alle basiliche spesso aperte e si raggiungevano senza eccessive difficoltà le periferie più interessanti, senza escludere le catacombe sull’Appia. Quello che stava scritto sugli orari non era d’inganno e la maggior parte dei mezzi di trasporto non erano certo obsoleti, anche se molto spesso si notavano parecchi viaggiatori che si servivano senza pagare.

Poi, una decina d’anni fa un po’ perché già in allora gli anni segnati all’anagrafe costituivano un personale intralcio, ma anche per una delusione che provai per entrare a S.Pietro, ritornai a casa infastidito: le misure di sicurezza erano necessarie, ma insopportabili ed era soprattutto insopportabile che, una volta entrati in basilica, non ci si potesse avvicinare e partecipare agli spazi in cui si celebrava il culto.

Ora, ben capirete, se già questo mi infastidiva, figuratevi ora che si viene a sapere che i trasporti sono nel caos, che i rifiuti la fanno da padroni, che gli ordinari interventi di gestione ed amministrazione della città sono affidati a sindaci il cui progetto e programma si basa sulla sola onestà e non anche sulla competenza. Io avevo sempre creduto che l’onestà dovesse costituire il presupposto costitutivo di ogni persona e dunque anche di un amministratore, il quale però sapesse anche proporre un progetto e dei programmi di realizzazione; non solo, ma fatto sicuro che chiunque sia, il giorno dopo l’elezione, parte il tentativo al massacro da parte di tutti, amici e nemici, dal fuoco dell’opposizione a quello interno alla stessa maggioranza, se non alla giunta scelta; fatto sicuro di questo, pensavo dovesse anche avere capacità di risposta pronta e risolutiva, senza escludere una, sia pure simbolica, mannaia. Machiavelli direbbe: essere leone per spaventare i lupi ed essere volpe per evitare i lacci (l’ho messa giù traducendo in italiano moderno).

Ora è di palmare evidenza, per stare agli ultimi due sindaci romani, che né Marino, né tanto meno l’ineffabile Virginia rispondono a questi requisiti; e non ricordiamoci di Alemanno per carità di “patria”. E poi, sinceramente, se voi doveste affrontare un difficile intervento chirurgico, dovendo scegliere, preferireste un chirurgo onesto o uno che sappia intervenire nei modi canonici e, se del caso, affrontare l’emergenza. Io non avrei dubbi, ma lascio a voi la risposta più gradita.

C’è però una cosa che dovrebbe lasciarci basiti, se non fossimo ormai incalliti a qualunque tipo di corruzione: un intellettuale di grande rilevanza, anche titolare di “premio Nobel” afferma che la Raggi fa bene a non volere le olimpiadi del 2024 in città, per non creare l’occasione di una corrotta gestione di affarismo mafioso. Alla faccia! In questo Paese si sa, per definizione preventiva che gli affari si identificano con la corruzione. Come dire: non è che possa accadere il fatto malavitoso, ma il fatto stesso, come tale, è comunque e sempre malavitoso. Personalmente mi sono indignato di fronte alle vignette più orripilanti che schifose di una certa rivista francese che è saggio ed opportuno non citare, ma quando mi si dice che in Italia chi governa gli affari è la mafia, la vergogna accompagna l’indignazione.

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