Falsi miti

Angelo Marinoni

mobDi molte dittature meno famose e più lontane dalla nostra storia restano, per i fortunati che non le hanno vissute, poche sprezzanti righe su alcuni libri e alcuni articoli, eppure durante il loro culmine sono state fenomeni largamente invasivi di molte esistenze e spesso hanno avuto il sostegno della maggioranza della popolazione che poi hanno soggiogato e privato dei diritti fondamentali, questo perché le particolari condizioni sociali e economiche avevano fatto assurgere al ruolo di falsi miti i loro fautori principali.

L’Italia unita con i falsi miti ha devastato la sua storia e rovinato quasi irrimediabilmente la sua coscienza, il suo modo d’essere, il Paese tutto: credo sia opportuna una riflessione su questo tema perché anche nell’Italia di oggi i falsi miti, siano essi interpretati in positivo come in negativo stanno producendo effetti devastanti.

Un primo esempio, ampiamente introduttivo alle problematiche oggi più contingenti è il mito dei “favolosi anni Sessanta”, un periodo che, a mio giudizio, di favoloso ha avuto il fatto che è finito.

L’aspetto più ludico è la ancora attuale diffusione di orride canzonette lanciate in quel decennio che ancora infestano l’etere nonostante in quel periodo, come in tutti quelli che lo hanno preceduto e lo hanno seguito, sia stata prodotta anche ottima musica, buona parte, però, divenuta prodotto di nicchia e ben più archiviata di alcune pedanti filastrocche.

Fra gli aspetti non ludici, ma estremante invasivi del mondo di oggi è ben più gravi, invece troviamo la devastazione del patrimonio urbanistico e architettonico di quasi tutte le città italiane: particolarmente in quegli anni vennero realizzati gli orridi palazzoni che sono stati inseriti nei centri storici quando addirittura non ne hanno preso il posto, spesso si sente criticare aspramente la realizzazione dei moderni centri direzionali in ferro-vetro, nati come riqualificazioni di territori devastati, proprio da quella generazione che non ha battuto ciglio quando venivano tirati giù palazzi storici per far posto ai condomini tristi che infestano quasi tutte le città, proprio come non hanno battuto ciglio quando sono state gettate alle ortiche tranvie urbane e interurbane che ora sarebbero la salvezza di intere aree metropolitane, un esempio per tutti è stato a Genova lo smantellamento di una rete tranviaria a scartamento ridotto, assoluto capolavoro di ingegneria e urbanistica per come è stato inserito in una realtà urbana complessa, e la realizzazione della “sopraelevata”, efficace strumento di sfogo della mobilità individuale, ma sfregio al volto a uno dei più bei colpi d’occhio d’Europa costituita dall’infilata di facciate che da Palazzo San Giorgio va a della Commenda.

Ci si collega quindi al falso mito delle automobili e dell’individualismo più pernicioso che ben sintetizzano, e proprio negli anni Sessanta sono state fatte le più scellerate politiche di mobilità a servizio di un’altrettanto scellerata politica industriale che ha prodotto danni sociali, ambientali e economici di cui non abbiamo smesso e non smetteremo a breve termine di pagare le conseguenze.

Siamo ancora a contare le automobili vendute dalla Fiat per sperare che non vengano licenziate persone, seppure si parli ormai di una marca di automobili straniera con pochi stabilimenti in Italia rispetto a quelli diffusi ovunque; in quegli anni si sono consolidate le scelte di politica industriale che hanno condizionato la vita del paese e spostando letteralmente di migliaia di chilometri decine di migliaia di persone.

I risultati di quelle scelte sono molto deludenti e per esempio, nonostante i trattamenti particolari che lo Stato ha garantito e le iniziative ad hoc per incentivare solo certa produzione, allo stato l’industria italiana non ha più, per esempio, la produzione di autobus e la fiorente e ottima industria ferroviaria, che pur mantiene momenti importanti di produzione in Italia, è comunque di proprietà straniera (Alsthom, la francese Alstom che ha acquisito Fiat ferroviaria,  Bombardier multinazionale canadese con stabilimento a Vado Ligure, Ansaldo-Breda cessata e acquisita da Hitachi Rail).

L’industria automobilistica è il problema di questo secolo perché da essa dipende la cautela nella correzione delle politiche di mobilità adottate dagli stati europei, politiche che dovrebbero tendere a ridurre con passi ad ampia falcata la mobilità individuale e che invece guardano ancora con occhio attento a non disincentivare l’acquisto di automobili e la realizzazione di nuove strade con quello che comporta come consumo del territorio e danno socio-sanitario e ambientale, il tutto a tutela di un livello occupazionale che andrebbe garantito convertendo le produzioni verso catene utili al progresso sostenibile della specie e non al consolidamento della sua insostenibilità strutturale. A questo proposito Serge Latouche introduce la teoria delle “erre”, centrata sulla cultura del riutilizzo (La scommessa della decrescita), e Jean Paul Besset (La scelta difficile. Come salvarsi dal progresso senza essere reazionari) descrive come la crescita insostenibile sia una religione dei falsi miti e come sia possibile vederne i danni immensi, valutarli e uscirne nel modo migliore, rendendosi conto che la follia non è pensare di uscirne, ma continuare a professare la religione del falso mito della crescita continua.

“Si stava meglio quando si stava peggio” è il luogo comune, invece, simbolo di uno dei falsi miti che sta finendo di devastare la politica italiana: spesso il consunto adagio viene riferito al gaudente decennio “Ottanta” in cui, a detta del falso mito, tutti rubavano e “ce n’era per tutti”, in barba a tutti i principi morali, al senso civico e di cittadinanza: è facile che bocche ampie accompagnate da crani spaziosi e ariosi si producano in lunghe invettive contro la corruzione della classe dirigente per poi convergere sul rimpianto falso mito del “ce n’era per tutti”.

Il primo motivo che rende non invidiabile il ripercorrere quei costumi che si fecero sistema a cavallo degli anni Ottanta del secolo scorso è di matrice civica e morale: una società interpretata come un “happy hour” è la madre delle ragioni per cui facciamo sempre più fatica a pensarci un paese normale e contemporaneamente una delle ragioni per cui questo paese resti sempre così lontano dalla decenza e trovi la sua parziale unità solo nelle manifestazioni sportive.

Il secondo motivo è che nel periodo che unisce “i favolosi anni Sessanta” e il gaudente decennio sono state bruciate le risorse delle generazioni future producendo come effetto finale in questi anni dieci del XXI secolo l’ultimo falso mito di questa breve riflessione estiva: “non ci sono soldi”.

E’ vero che le disponibilità di spesa, anche grazie alle scellerate politiche dei periodi citati si è significativamente ridotta, ma è altrettanto vero che la sperequazione della spesa da un settore a un altro rende insopportabile il nulla che viene dato da una parte e il troppo che comunque viene elargito a un’altra, in un contesto dove lo spettro delle parti va dai dipendenti pubblici agli investimenti infrastrutturali; per esempio si centellinano i fondi alla ricerca e alla scuola e si mantiene il blocco degli scatti agli insegnanti, ma si spendono cifre a sei zeri per i contratti dei mezzi busti, saltimbanchi della televisione, e boiardi di aziende di fatto di Stato, si spendono migliaia di milioni in bretelle autostradali dannose e inutili e non si trovano pochi milioni per riaprire all’esercizio migliaia di chilometri di rete ferroviaria complementare.

Individualismo e arricchimento personale come unico mentore del proprio agire difficilmente possono far progredire una Nazione, più probabilmente la consumeranno come abbiamo fatto con le risorse statali e private faticosamente accumulate dalle generazioni precedenti.

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3 thoughts on “Falsi miti

  1. Complimenti vivissimi per un articolo che analizza appieno alcune delle ragioni che hanno portato all’infausta situazione odierna.
    Aggiungo che sono stati mandati in prepensionamento milioni di lavoratori del comparto pubblico, al solo scopo di distruggere le professionalità esistenti ed appaltare le stesse prestazioni a privati, sovente con regime di subfornitura, con risultati quanto meno discutibili, se non francamente criticabili: un esempio evidente è nelle Ferrovie dello Stato, dove la riduzione del personale, con dipendenti che, alla non certo avanzata età di quarant’anni, godevano già di trattamento pensionistico, è stata finalizzata allo smantellamento pressoché totale del servizio merci e ad una modifica in senso fortemente sperequativo di quello viaggiatori, oltre, ovviamente, alla creazione di una sacca d’interessi privati collegati, oltre al mondo dell’autotrasporto, anche a quello della manutenzione del materiale ferroviario, a sua volta, peggiorato di qualità, poiché non più progettato da personale interno, con criteri ispirati alla massima durabilità, pur senza trascurare i vantaggi offerti dalla tecnica moderna.
    Lo sfacelo non è ancora terminato, visto che, dopo avere scelleratamente creato un mercato e privatizzato le telecomunicazioni e l’energia, si stanno privatizzando i trasporti pubblici, le poste e si vuole arrivare anche al servizio sanitario, dove, tra appropriatezza prescrittiva, livelli essenziali d’assistenza, assicurazioni, accorpamento di strutture, con l’obiettivo di eliminare quelle minori, senza, peraltro, potenziare quelle maggiori, né i trasporti, i quali però, più di tanto non possono fare per la tutela di un Paziente che ha bisogno di stabilizzazione immediata, altrimenti, arriverebbe non già nel Reparto o nella Sala Operatoria dell’Ospedale maggiore, ma nel suo obitorio.
    Purtroppo, gli anni Ottanta del secolo scorso sono terminati solo dal punto di vista cronologico: la ripresa ci potrà essere solamente allorquando, ad iniziare dalla famiglia e dalla scuola, si formeranno Cittadini educati secondo principi ispirati al rispetto della cosa comune, della società, dell’interesse generale.

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