Tragedie e speranze di un mondo che cambia – 3^ parte

Dialoghi con Franco Livorsi a cura di Marco Ciani

(Con la terza parte dei Dialoghi, concludiamo oggi la piacevole ed istruttiva chiacchierata con l’amico Franco Livorsi. Spostandoci parzialmente dai temi geo/politici precedentemente analizzati, affronteremo questa volta il tema della trascendenza e delle sue implicazioni per l’uomo attuale. Per chi avesse perso la prima o la seconda parte dell’intervista – è sufficiente cliccare qui o qui. Nei giorni a seguire raccoglieremo comunque tutto il materiale prodotto nell’arco delle tre puntate nel primo Instant Book edito da Ap).

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Nei nostri dialoghi siamo partiti dalla religione. Chiudiamo tornando al mondo dello spirito. Cosa pensi dell’attuale pontefice e delle sue “innovazioni”? Esiste ancora nel mondo attuale supertecnologico e iperfinanziarizzato lo spazio per una dimensione spirituale?

I problemi che poni ora mi interessano moltissimo, ma dovrai assumere la mia risposta – più ancora delle altre precedenti – “cum grano salis”. Sono stato ateo e marxista per diversi decenni, anche se da diversi altri decenni non lo sono più. Quantomeno sulle “questioni ultime”. Tuttavia non sono neppure diventato, per ora, uno che pratichi una religione specifica. Mi considero da decenni un amico fraterno di Gesù Cristo, ma non lo considero né l’unico né l’ultimo tra i “Salvatori”. Benché ormai abbastanza vecchio, mi sento solo un piccolo Nicodemo in sessantaquattresimo che di notte dialoga con l’essere umano-divino. Oggi mi considero una persona profondamente religiosa, nel senso che sono assolutamente convinto – forse molto più di tanti cattolici che vanno a messa – che ci sia una dimensione – ecco, io parlerei proprio di una “dimensione” – di infinità, eternità e anche empatia cui l’essere umano – se vuole e ne è capace – ha accesso, e che gli è anzi consustanziale. Si tratta solo di attivarla, ma è molto difficile. Non ho paura di dirlo con la più grande forza. Come “cane sciolto della fede” le mie idee, però, dovranno essere prese un poco con beneficio d’inventario. Se risulteranno stravaganti, pazienza. Non intendo proprio insegnare niente a nessuno né tanto meno pontificare. Esprimo pensieri su cose su cui, lontano da ogni comunione, ho molto letto e meditato, ma che rappresentano solo me stesso.

Ciò premesso vengo ai tuoi quesiti. Il papa Francesco mi coinvolge e m’interroga profondamente. Mi sembra che sia impegnato soprattutto su tre fronti: fare una grande pulizia  morale nel centro della cristianità (o cattolicità), alias nelle “segrete del Vaticano”; aprire la chiesa a chi pur avendo violato taluni sacramenti voglia farne parte, e se dipendesse solo da lui senza limitazione alcuna; spalancarla, soprattutto, ai poveri e ai dannati della terra. Tutto ciò mi piace moltissimo. Tuttavia mi chiedo se questo “riformismo” – umanissimo e anche simpaticissimo – basti nella società senza Dio in cui viviamo, e in un mondo globalizzato in cui le fedi entrano drammaticamente a confronto l’una con l’altra. Ormai siamo tutti a casa di tutti e per ciò la vera e propria contaminazione, che giungerà a nuove sintesi impensabili, è fatale, e farsene carico coscientemente sarebbe semplicemente saggio. L’evoluzione spirituale è avvenuta, avviene, e sempre più avverrà, a scapito di ogni “tradizione”. La famiglia, dal tempo in cui c’era la poligamia (pure nella Bibbia) a oggi, è molto mutata, come lo è l’organizzazione della chiesa dagli “Atti degli apostoli” a oggi. Ma la chiesa cattolica non ha ancora riconosciuto tante cose, ovvie persino per i protestanti, come la fine del celibato ecclesiastico e il sacerdozio femminile, per non parlare di divorzio, aborto e diritti dell’uomo di decidere sulla fine della propria vita. Ho l’impressione che ci vorrebbe – ma bada cmarhe parlo da “cane sciolto”, anche se come sai il cardinale Martini lo diceva pure in punta di morte – un concilio Vaticano III, e forse qualcosa come fu la Riforma protestante: una sorta di nuovo inizio del cristianesimo, insomma. Anche per invertire la tendenza rispetto al tempo della “morte di Dio” e della connessa, e non connessa, secolarizzazione,
propria di chi sostiene che di qualunque cosa ci si occupi – dalla scienza alla politica – è bene lasciare Dio fuori dalla porta (ossia ragionare “sulle cose naturali e umane” come se Dio non esistesse, ci sia “Lui” o meno: il che è giusto, ma espone anche al rischio di non vedere Dio da nessuna parte,  per cui – scienze “pure” a parte – l’homo religiosus dovrebbe avere un suo “punto di vista”, pur rinunciando alla pretesa reazionaria di imporlo per legge).

Nell’epoca della morte di Dio, ma anche della secolarizzazione, in Occidente è prevalso il culto di Mammona: denaro e potere (ossia “l’idolatria”). A stelle a strisce o, sino a non tanto tempo fa, anche e soprattutto con la bandiera rossa. In America però la religiosità è viva e forse controbilancia il vacuo consumismo.

C’è stata e c’è la morte di Dio. La gente non credeva in Lui o se ne infischiava di Lui. Ma poi è accaduto qualcosa d’inaspettato. La tendenza sembra essersi invertita. Già i fondamentalismi, come quello islamico, sono rivoluzioni religiose (o rivolte reazionarie a sfondo religioso): comunque sono movimenti “religiosi e sociali” di decine di milioni di persone, e credo siano solo la punta dell’iceberg. Direi che ormai gli idoli sono stati smascherati da molti, anche al di fuori delle chiese. Secondo me il XXI secolo, anche nella cultura, si presenta come religioso (neoreligioso). Riccardo Mutti diceva che il XXI secolo o sarà mistico o non sarà. C’è una continua ricerca in proposito. E c’è anche la pratica (o ci sono le “pratiche”) di preghiera o di meditazione. Sono soprattutto forme di dialogo e autodialogo con l’eterno. La meditazione mi persuade di più, ma ciascuno si apre all’eterno, infinito, amore – minuscolo o/e maiuscolo – come vuole, come gli detta il cuore.

La mia impressione è che si andrà necessariamente verso l’unificazione religiosa del genere umano, con forte meticciato e nuove sintesi. Non ho dubbi sul fatto che tanto in termini di arte e filosofie quanto in termini morali, il cristianesimo potrebbe essere “il plinto” di una nuova religiosità mondiale, essendo la forma religiosa culturalmente – ossia artisticamente, letterariamente e filosoficamente – più avanzata (anche se sul pianobud meditativo, e per ciò mistico, buddhismo e induismo sono cento miglia più avanti). Ma il cristianesimo potrà diventare il nucleo forte di una nuova religiosità mondiale “in cammino” solo se riconoscerà che le storie di redenzione che racconta non sono né più vere né più false delle altre di Maometto o di Krishna o di Buddha: perché tutti i popoli e anzi tutti gli esseri umani hanno cercato, e spesso trovato, vie all’infinito, all’eterno e all’empatia “a loro misura” (benché l’Uno sia Uno, e Uno rimanga, e per me tutti vi nuotiamo dentro come pesci nel mare). Il problema non è più, per me, di coesistenza pacifica tra fedi, ma di loro contaminazione; e in una prospettiva non tanto vicina, ma neppure tanto lontana – quando sarà, sarà – di fusione. Del resto il mondo globalizzato pone fatalmente il problema dell’unificazione economica, politica e spirituale del genere umano, che tra immani tragedie è “in cammino”. Magari ci vorranno duecento anni, e forse miliardi di morti, ma l’umanità là arriverà. Come diceva Kant in Per la pace perpetua (1795, e Editori Riuniti, 1968) il mondo è tondo e tende ad unioni umane sempre più vaste, ossia all’unificazione politica del genere umano: la sola che potrà porre fine alle guerre. Ma vale pure per i conflitti religiosi, anche se la varietà, in ogni campo, resterà immensa (ma potrà diventare varietà nell’unità).

Ora se uno va alle origini del cristianesimo nota subito quanti culti misterici e filosofie neoplatoniche siano confluiti in esso. Anche quel piccolo mondo era globalizzato (tramite l’impero di Roma) e un 2000 anni fa viveva la sua “morte di dio”, cioè dei suoi dèi, e intanto molti ne cercavano di nuovi, tra cui gli ebrei della diaspora e i cristiani dei primi tre secoli d.C. (mentre i barbari stavano per provocare catastrofi, giunte poi specie dal 476 in poi). Oggi la questione – vissuta e risolta dal e tramite il primo cristianesimo – si pone alla scala planetaria, non solo tra le tre religioni del “Libro”, classicamente monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islamismo), anche se sarebbe già moltissimo, ma anche, almeno, nei confronti dell’induismo e del buddhismo, con i loro immensi tesori di meditazione, mistica e riflessione. Non penso a un mero sincretismo, come quello della religione Baha’i nata in Iran nel 1844. Piuttosto ritengo che sia in fermentazione un nuovo pensiero unitario che nella sua potente sintesi dovrà tenere conto di tutta questa varietà, riformulandola in termini originali e facendo nascere un nuovo movimento di rinascita e marrivoluzione. Il marxismo e connesso socialcomunismo, sono stati un tentativo di redimere l’umanità senza e contro la fede nell’eterno; ma la redenzione promessa è fallita a livello planetario. E la religiosità, che da Cristo ai puritani era stata lo spirito di ogni movimento rivoluzionario per 1600 anni consecutivi, riemerge. Nella cultura e pratica, e nei movimenti. Marx nel 1844, in Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico. Introduzione (in: “Annali franco-tedeschi”, a cura di G. M. Bravo, Edizioni del gallo, 1965), diceva che la religione era “l’oppio dei popoli”, che distraeva dalla lotta per il paradiso in terra. Invece era la lotta per il paradiso in terra contrapposta a quello che è “nei cuori”, ossia in interiore homine, a essere un’illusione. Senza rivoluzione morale e spirituale “a monte” – da una persona sola a innumerevoli persone – l’altra non può arrivare, e spesso irrompe la barbarie. Il mutamento mentale deve necessariamente anticipare quello sociale, che pure è indispensabile; oppure si edifica sulla sabbia e si lavora per “Mammona”. Ora si pone – in mezzo a tante rovine – un’istanza di civiltà nuova: spirituale solidale ed ecologica. Una tal “renovatio” potrebbe benissimo germinare sull’humus del cristianesimo, ma ove ciò non accadesse potrebbe pure manifestarsi del tutto al di fuori di esso, come già il cristianesimo rispetto all’ebraismo, di cui era stato una setta interna (come già il buddhismo con l’induismo).

In sostanza prendo alla lettera il titolo (non so se del tutto correttamente) di uheina famosa intervista-testamento di Heidegger del 1969 (ma 1976): Ormai solo un dio potrà salvarci (Guanda, 1981). O cambiamo in senso spirituale (oltre che ecologico e solidale) il paradigma mentale dominante, o faremo la fine dei dinosauri, o se si preferisce della specie umana dei Nearderthal. Ma qui mi fermo, per non galoppare troppo con l’immaginazione, filosofica e storica, limitandomi a dire che per molti motivi religiosità e rivoluzione, a lungo divisi e contrapposti, tendono di nuovo a congiungersi e che “Dio” (o meglio “l’Uno”), dato per “morto”, è risultato un “47 morto che parla”.

(fine)

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