La tv del dolore

Elvio Bombonato

TVDon Mario Picchi (Pavia 1930-Roma 2010), dopo essere stato per 10 anni viceparroco di Pontecurone, viene chiamato da Paolo VI presso la Pontificia Opera di Assistenza. Fonda il Centro Italiano di Solidarietà per i tossicodipendenti e la lotta alla droga. Ricordo, a metà anni ’70, in via dei Riari a Trastevere, un romano che mi disse: “Aho, è un prete che se tutti erano come lui, io in chiesa ci andavo”: notate lo splendido anacoluto del che polivalente. Identico il giudizio di Papa Francesco: “Un apostolo della misericordia”. E’ stato uno dei promotori della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche, che, dopo 30 anni, riunisce 50 Centri in Italia, affollati di volontari, che si occupano nella lotta all’esclusione dei tossicodipendenti, malati di Aids, disabili, emarginati ecc.

Il 14 febbraio 1992 “Repubblica” ha lodevolmente ospitato una sua lettera aperta sulla TV DEL DOLORE, attualissima; anzi oggi la situazione è ulteriormente peggiorata. Questo articolo è un capolavoro di strategia espositiva, andrebbe studiato nelle scuole di giornalismo (don Picchi ha fondato e diretto la rivista “il delfino” e ha scritto alcuni libri): un cerchio, inizia e termina con la storia di Gianfranco, e in mezzo la condanna dei metodi usati da certi giornalisti, con interrogazioni retoriche (affermazioni forti), e dichiarazioni perentorie, inconfutabili. Il registro linguistico è volutamente colloquiale: paratassi (frasi brevi coordinate) e persino stile nominale (frasi senza verbo), che si impenna quando prevalgono l’indignazione e lo schifo per la violazione degli spazi personali. Un profeta, inascoltato. (Elvio Bombonato)

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“La tv del dolore” di Don Mario Picchi

DOPGianfranco ha 33 anni. Sposato, una bambina di 6 anni che ama pazzamente. I suoi colleghi lo stimano per l’impegno, l’onestà e il senso di responsabilità. Martedì scorso, nel pomeriggio, come quasi tutti i giorni è in giro per lavoro. Quando torna a casa, trova la figlioletta in lacrime e la moglie affranta. I genitori hanno già chiamato più volte. Hanno telefonato anche un paio di amici.

Che cosa è accaduto? Per lanciare un film sulla droga, la RAI ha rispolverato una vecchia videocassetta e l’ha mandata in onda. Con le “confessioni” di Gianfranco. Quando aveva 4 anni di meno e stava per iniziare un programma terapeutico presso un centro di accoglienza.

Una confessione ottenuta con un sotterfugio: del resto, quando ci si droga, è facile cadere nella trappola. Qualche intervistatore è un abile manipolatore: “Vogliamo soltanto aiutare altri a non dogarsi”. “Questa videocassetta resta tra noi. Anzi, è un regalo per la tua comunità”. Altri confessano candidamente di aver pagato tossicodipendenti o malati di Aids in cambio di un’esclusiva, magari dopo essersi aggiudicati l’asta con le testate concorrenti.

E se poi queste interviste sono trasmesse dopo molto tempo, quando ad esempio il nostro giovane ha cambiato radicalmente vita? Quando ha faticato anni per rimpossessarsi della propria esistenza, riallacciare rapporti di affetto e di civiltà con il suo mondo relazionale, ritrovare la capacità di progettare il proprio futuro?

Il giornalsta fa il suo mestiere; IL DOLORE IN TV è uno dei temi del giorno. Commozione, esternazioni, denunce. Ma anche caccia spietata agli indici di ascolto, indifferenza, menefreghismo, cinismo. Quello di Gianfranco è solo uno dei tanti casi. Da sempre, in ogni occasione possibile, il Centro Italiano di Solidarietà si è battuto perché il diritto di cronaca non uccida la pietà, per non rischiare una strage di speranza. Il giornalista è un professionista con tutti i suoi diritti.

Ma sono veri professionisti quelli che si avvicinano a una donna che piange disperata per chiederle “Signora, soffre molto per la morte di suo figlio?”. Sono professionisti quelli che acquistano le dosi di eroina al tossicodipendente per ottenerne interviste? Qualcuno replicherà: attenzione, spesso sono proprio loro, i malati, i disgraziati, i violentati, ad offrirsi a noi, a mettersi all’asta. Non dubito che vi siano casi di questo genere. Ma di chi è la responsabilità, se la VIOLAZIONE DEGLI SPAZI PERSONALI è in continua crescita? Ci troviamo di fronte a una sorta di pornografia sociale, dove sono stati dimenticati il pudore, la riservatezza, la misericordia, la pietà.

Le stesse reti televisive, che hanno creato “redazioni del sociale” e quelle che hanno lanciato “rubriche dalla parte del cittadino” distruggono come Penelope quel che di buono riescono a tessere, con le pagina del sensazionalismo, della morbosità, della strumentalizzazione. Personalmente faccio fatica ad essere amico dei giornalisti. Semplicemente perché ho scelto di non immolare sul video i nostri ragazzi, la disperazione delle nostre famiglie. Li tuteliamo. Ad ogni costo. Ci sono tanti altri modi per testimoniare che la vittoria contro la droga è possibile e per tentare di fare prevenzione.

Quotidianamente ci vengono formulati inviti del tipo: ”Avete per caso una ragazza che abbia tentato il suicidio per il fidanzato tossicodipendente?”, “Ci servirebbe un ex cocainomane passato all’alcool”, “Avremmo bisogno di una famiglia disperata. Però aristocratica e colta povera gente ne abbiamo già trovata tanta”. Una volta mi chiamò una giornalista “Ci servirebbe un bambino violento”. Le risposi che , seppure l’avessi conosciuto, non glielo avrei certo segnalato. E lei: “E’ proprio quello che volevo sentirmi dire. Spero che la trasmissione non vada in porto. Però, cosa vuole, mi pagano per queste ricerche”.

Non voglio mettere sotto accusa un’intera categoria. E quando penso che sarebbe indispensabile poter esprimere la propria obiezione di coscienza alle regole del gioco, mi rispondo che forse anche tra i giornalisti ci sono tanti obiettori: ma non li conosciamo, perché non fanno carriera. Alla grande ribalta giungono sempre più direttori di circhi equestri, a caccia di bestie feroci, di acrobati della sofferenza clown bastonati dal destino, da esibire al pubblico plaudente.

Giorni fa ho letto una curiosa proposta, quella di creare un’agenzia del dolore: una raccolta di casi disgraziati cui le trasmissioni possano rivolgersi per pescare gli ospiti, un po’ come i pubblicitari cercano presso le agenzie di modelli i protagonisti dei loro spot.

Personalmente ho due controproposte: la prima: i giornalisti, i programmisti, i direttori delle emittenti e dei giornali si pronuncino chiaramente se sono disposti e rispettare i tenti codici deontologici già esistenti o a crearne di nuovi se gli attuali consentono questo scempio di speranza.

La seconda: il pubblico, tutti noi,abbiamo il coraggio di usare l’unica arma potentissima di cui disponiamo. Non comprare più quel quotidiano, non guardare più quella trasmissione, non acquistare più i prodotti di quello sponsor da cui vogliamo dissociarci per non diventare complici della compravendita del dolore.

Ma intanto che cosa racconteremo a quella bambina di 6 anni che ora ha scoperto che il papà picchiava la nonna. Come restituiremo serenità a quei familiari che hanno visto ripassare davanti agli occhi, e a quelli di milioni di spettatori la loro antica tragedia? Come toglieremo dai colleghi e dai clienti di Gianfranco l’ombra che il passato abbia segnato il presente? Il sospetto che gli sia rimasta una cicatrice nel carattere o un virus nel sangue secondo i pregiudizi dettati dall’ignoranza? Taciteremo la coscienza dandogli quattro soldi se fra 10 anni vincerà una causa di risarcimento?

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