Tragedie e speranze di un mondo che cambia – 1^ parte

Dialoghi con Franco Livorsi a cura di Marco Ciani

liv(Proponiamo di seguito, in tre parti distinte, che potranno anche essere lette utilmente anche ciascuna indipendentemente dall’altra, alcuni dialoghi con il nostro amico Franco Livorsi, già professore ordinario di “Storia delle dottrine politiche” presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, autore di molte opere, tra cui ci piace ricordare almeno quelle dal 2000 in poi: Il mito della nuova terra. Cultura, idee e problemi dell’ambientalismo (Giuffré, 2000); Coscienze e politica nella storia. Le motivazioni dell’azione collettiva nel pensiero politico contemporaneo (Giappichelli, 2003); I concetti politici nella storia. Dalle origini al XXI secolo (Giappichelli, 2006); Politica nell’anima. Etica, politica, psicoanalisi (Moretti & Vitali, 2007); Sentieri di rivoluzione. Politica e psicologia dei movimenti rivoluzionari dal XIX al XXI secolo (Moretti & Vitali, 2010); L’avventura di Jung. Romanzo-verità (Falsopiano, 2012); Kali Yuga. Il crepuscolo del nostro mondo (Moretti & Vitali, 2014).

Livorsi è stato anche a lungo un esponente della sinistra alessandrina, impegnato culturalmente e politicamente in essa dal 1962, eletto in Comune dal 1975 al 1985, dov’è stato prima assessore alla cultura e poi capogruppo del PCI. E’ stato pure tra i fondatori e presidente di “Città Futura”, al cui giornale online intensamente collabora. Ap)

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Nelle ultime settimane si sono concentrati una serie di avvenimenti che non è azzardato definire gravidi di conseguenze. È come se tutti gli assetti che nei decenni scorsi avevano consentito un minimo di stabilità nei rapporti tra stati – pur in mezzo a mille contraddizioni e contromarce – siano sul punto di saltare. Partirei quindi, per quanto possibile, da una premessa di carattere generale. Cosa sta succedendo a livello globale? Quali sono i vettori di tale stravolgimento? Quale mondo ci aspetta?

Come tu comprendi benissimo, sono questioni estremamente complicate. Comunque ti dico volentieri la mia opinione, quanto più possibile argomentata, nei limiti di un discorso necessariamente breve. Mi sembra che incidano tre fattori, che richiamo non in ordine d’importanza, perché mi paiono tutti e tre decisivi, bensì di comprensibilità. In certo modo dal meno al più complicato.

crIn primo luogo c’è stata una delle più lunghe crisi del capitalismo della storia, da cui si comincia lentamente a uscire, ma senza che nessuno degli effetti di disagio sociale sia stato ancora superato in modo rilevante. La cosa è molto grave anche perché forse si accompagna a una vera “distruzione creativa”, come Alois Schumpeter – in Capitalismo, socialismo e democrazia, 1942,  Etas Kompas, 2001) – aveva chiamato la prima rivoluzione industriale, che aveva cambiato i modi di lavorare e distribuire in un modo senza uguali dal neolitico in poi. Questo accadeva in Inghilterra negli ultimi decenni del XVIII secolo, poi in Francia e quindi in tutto l’Occidente. Poi c’é stata una seconda rivoluzione industriale, basata sull’acciaio e sulla chimica. E da decenni c’è la terza rivoluzione industriale, in corso, e forse solo all’inizio (per cui dobbiamo ancora attenderci immense trasformazioni), basata su informatica e robotica. Legandosi alla rivoluzione nell’informazione e nei trasporti, e comunque spazzando via ogni possibile forzata limitazione di capitali merci e persone, questa rivoluzione mette in concorrenza tutti con tutti, con conseguenze devastanti a livello sociale, sia perché unendosi all’informatica applicata diminuisce in senso assoluto la domanda di forza lavoro, sia perché potendo utilizzare forza lavoro – oltre a tutto ben qualificata in paesi ex comunisti o in grandi paesi in rapida modernizzazione – a prezzi stracciati, il Capitale ovviamente ne approfitta (nonostante le lamentazioni, anche moralmente apprezzabili, degli scopritori dell’acqua calda, i quali fanno sottili e vaste analisi per spiegarci che il capitalismo è cattivo). Questo lo richiamo più che altro per dire che si è esasperata la questione sociale. Ma questa, nell’epoca presente, non sembra trovare, ad affrontarla, un soggetto sociale forte e concentrato, nel suo lavoro “collettivo” e persino nei suoi quartieri (qual era stata la classe operaia) – che oltre a tutto era fornito di un pensiero esso pure forte, com’era stato il marxismo, che ha avuto una fioritura immensa -, ma pare essere una sorta di immensa massa immersa  in milioni di rivoli, formata da nuovi poveri difficilmente integrabili, com’erano stati le immense folle dei diseredati e affamati, per secoli e secoli, prima della rivoluzione industriale: poveri che dispersi e senza identità ideal-politica comune per lo più oscillavano tra lunghe fasi di rassegnazione ed esplosioni momentanee di rabbia, come nel mondo dei contadini, alias di “Jacques le bon homme”, con le sue “jacqueries”, che sono ora le periferie o banlieux delle metropoli “tentacolari”. Questi “dannati della terra” oggi naturalmente sono spesso gli immigrati, non solo di prima ma di seconda o terza generazione: brodo di coltura degli atti di terrorismo islamico, ma anche di rabbia allo “stato puro”, come si è visto nella strage recente al fastfood di Monaco di Baviera.

In secondo luogo – e qui sarei tentato di dire che siamo di fronte alla faccenda più importante, anche se tutti e tre i “fattori”, come ho detto, mi paiono decisivi – viviamo in modo sempre più grave una grande crisi dell’ordine mondiale degli Stati. Ho detto e scritto più di una volta che l’ordine mondiale in genere è stabilito da guerre mondiali, come accadde con il congresso di Vienna del 1815 dopo le guerre napoleoniche, estesesi da Parigi a Mosca; con il congresso di Versailles del 1919 dopo la Grande Guerra, e con i patti di Yalta del 1944, in vista dell’ordine mondiale, con annesse sfere d’influenza, fissate in vista dell’ormai prossima disfatta nazista. Dal 1989/1991, col crollo prima del muro di Berlino e poi dell’URSS, il mondo non è più “governato”, perché l’America – essa stessa in crisi – da sola non ce la fa a governarlo più o meno bene (o più o meno male), come in passato, ed è anche stufa di fare il poliziotto del mondo in aree diventate meno essenziali per la sua economia, come il Mediterraneo, “al posto” degli europei. La mia lettura è molto legata a una visione del rapporto tra le potenze un po’ alla Meinecke, che vedeva gli Stati in lotta quasi fatale per la potenza (L’idea della ragion di stato nella storia moderna, 1924, e Vallecchi, Firenze, 1942), sino alla catastrofe (Cosmopolitismo e Stato nazionale, 1908 e La Nuova Italia, 1975); o alla Carl Schmitt, grande politologo ex nazista, che nel Nomos della terra (1950, Adelphi, 1991) vedeva gli stati – dopo la fine del reciproco riconoscimento al tempo degli antichi Stati assoluti prima della Rivoluzione francese, e in specie dopo il 1914, come entità segnate da rapporti “homo homini lupus”, senza ordine mondiale – precipitare nell’anomia. A tale lettura si è di fatto opposto il grande libro di Michael Hardt e Antonio Negri Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione (Rizzoli, 2002) che io pure ho recensito e discusso, e che ha avuto un enorme successo in America, forse perché la rassicurava. Infatti – applicando al mondo il vecchio ragionamento del mio caro ex marxismo operaista, che diceva che il Capitale può regolare,con il suo essere tentacolare, tutti i conflitti salvo l’ineliminabile antagonismo proletario, che in certo modo “tutto muove” – Negri sosteneva che il mondo d’oggi si autoregola, risultando spontaneamente come un poliedro, fatto di poteri interconnessi, multinazionali o centri di finanza, agenzie internazionali e taluni stati, con l’America come polizia comune contro le crisi più gravi. Invece io penso che senKyza vero accordo tra grandi protagonisti statali del mondo, si vada – di crisi in crisi – verso la catastrofe. Su ciò ho anche scritto un romanzo d’idee, Kali Yuga. Il crepuscolo del nostro mondo (Moretti & Vitali, Bergamo, 2014), in cui immagino che senza una qualche forma di governance del mondo i totalitarismi potranno risorgere e che tra cinquant’anni – ma ne passeranno tanti? – potremo avere una guerra termonucleare. Ben inteso, solo se le forze macrostatali che potranno o potrebbero fermare le crisi sempre più gravi non si decideranno a fare un accordo epocale, o non riusciranno a farlo (come sarebbe e sarà possibile sino alla fine).

In terzo luogo siamo di fronte al risveglio di una grande religione e civiltà che aveva dormito per un lunghissimo periodo, pur espandendosi a macchia d’olio in tante parti del pianeta: l’Islam. Naturalmente il mio non è un apprezzamento, ma solo una constatazione. Dalla rivoluzione sciita di Komeini in Iran in poi (1978), è un continuum, specie dopo l’esplosione dei fondamentalismi. Parecchi anni fa Cossiga era stato geniale quando aveva definito il fondamentalismo islamico come il nazismo del XXI secolo. Naturalmente la cosa va presa cum grano salis. Non tutto l’islamismo, e neanche la gran parte di esso, ma solo una piccola frazione, è fondamentalista. E, soprattutto, persino dentro il fondamentalismo vanno fatte distinzioni, tra movimenti che tramite la rilettura dell’Islam perseguono fini di liberazione e altri puramente reazionari, che vogliono far tornare il mondo – in specie loro – al Medioevo. La faccenda forse è tremendamente difficile da dipanare perché i due fondamentalismi – quello con finalità progressive e quello con finalità regressive – s’intrecciano. Mentre è facile cogliere i tratti neo-medievali effettivi di movimenti del genere in paesi molto arretrati come l’Afghanistan oppure come certi paesi africani, altrove è più difficile.

Come puoi notare, la vedo piuttosto “nera”, pur ritenendo tutte le crisi “risolvibili” (ma non risolte). Guardo al futuro con ansia, come molti altri credo.

Dovremmo però cercare di vedere se tutti questi movimenti armati fondamentalisti, e in specie gli atti di terrorismo, configurino o no una guerra di religione, uno scontro di civiltà, una battaglia etnica o altro ancora. A tuo giudizio, come va inquadrata la questione e quali sviluppi ti attendi dalle dinamiche in atto su questo fronte? Esiste un Islam moderato? Perché non si sente? E’ integrabile nelle società occidentali?

Non credo né che sia  in atto una guerra di religione né uno scontro di civiltà né tanto meno di etnie. Esiste sì un forte conflitto di tipo religioso nel mondo, ma è fatto di guerre di religione nell’Islam. L’Occidente vi entra, in modo sconvolgente, perché l’amico del mio nemico è mio nemico. Ho sempre trovato utile, per cercare di capire il mondo, il confrontare gli scenari storici. Credo che l’Islam stia attraversando una fase molto simile a rifquella grande rivoluzione religiosa che ha riempito il XVI secolo (dal 1517) e che possiamo vedere all’opera nel mondo in modo forte più o meno sino alla rivoluzione puritana inglese della metà del XVII secolo: il protestantesimo. Anche nella Riforma aspetti reazionari e rivoluzionari s’incrociavano, benché in essa i secondi prevalessero o siano alla fine prevalsi sui primi. Si poteva anche pensare che dopo il grande Umanesimo e Rinascimento, questa Riforma fosse una specie di ritorno al Medioevo. E in effetti gente del calibro di Jacob Burckhardt e di Friedrich Nietzsche contrappose il Rinascimento, visto come una sorta di splendido neopaganesimo, al Medioevo (J. Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, 1860, Newton Compton, 2010), e uno dei due (Nietzsche) anche alla Riforma, vista come  un pretesco ritorno reazionario al cristianesimo antimoderno (L’Anticristo. La maledizione del cristianesimo, 1888 ma 1907, Adelhi, 1970: una delle poche operette del grande filosofo che io ritenga sommamente reazionaria, e a tratti già delirante). Ma come gli studi hanno poi acclarato, i due si sbagliavano. Il Rinascimento non era l’opposto del Medioevo o dello stesso cristianesimo, e per ciò stesso in parte più o meno rilevante neopagano, bensì neocristiano (pensiamo agli umanisti e al grandissimo e evangelizzante Erasmo, che oggi mi pare una specie di Zygmunt Bauman del XVI secolo, forse tutto da riscoprire); e la Riforma, persino applicando la filologia, alla Lorenzo Valla, alla fede – da Lutero in poi – proseguiva il Rinascimento, riportando il fenomeno cristiano alle sue vere origini storiche, come del Rinascimento era tipico. (Su ciò l’opera classica è stata: K. Burdach, Riforma, Rinascimento, Umanesimo (1918, Sansoni, 1936). Naturalmente la fede ritrovata era, in realtà, una fede rinnovata. Capita sempre così quando si ritorna “alle origini”. Ma in mezzo, quali bagliori erano emersi in cielo: le rivolte dei contadini, l’anabattismo, le sette, gli stermini, il radicalismo puritano, e così via. Così è oggi nel mondo islamico “rinascente”, che si “riforma”.

Purtroppo è sempre stato difficile – e in un mondo tutto interconnesso quasi impossibile – stare alla larga da grandi rivoluzioni (reazionarie o progressiste), che non ci riguardino. E gli Stati, tanto più se grandi, non hanno mai saputo o potuto farlo (per le ragioni spiegate da Meinecke). In caso diverso l’islamismo radicale non ci avrebbe affatto dichiarato guerra. Se le sarebbero date di santa ragione tra islamici, con i mezzi militari terribili che purtroppo ci sono oggi. Lo scontro tra sunniti reazionari e riformisti (ad esempio tra emirati e dittatori come quelli della Siria e prima ancora del Baath di Saddàm Hussein), e più ancora tra sunniti e sciiti, è di vecchia data. C’era stata una guerra spaventosa tra Iraq di Saddàm e Iran komeinista, e così via. Ma l’Occidente ha voluto metterci becco, per iniziativa angloamericana e poi francese. Oltre che dal solito amore per i pozzi petroliferi – che in Uganda non ci sono, per cui là si possono massacrare a centinaia di migliaia senza che alcuno intervenga – c’è stata l’idea universalistica della democrazia, sempre connessa pure alla politica di potenza degli stati. Non dobbiamo indignarci per l’idea “irrinunciabile” della libertà e dei diritti, propria degli angloamericani, perché grazie ad essa Hitler è stato fermato (e forse anche Breznev): Ma la cosa ha pure inconvenienti “interventisti” indesiderabili. E ha reso e rende difficile capire quello che la cultura dell’Occidente “continentale”, da Machiavelli a Meinecke e oltre, ha sempre saputo: che gli Stati sono strutture estremamente solide, delicate e decisive; e che chi li “abbatte” provoca sempre catastrofi, per cui dovrebbe farlo solo se assolutamente costretto, onde evitare guai ancora più spaventosi. La faciloneria con cui Bush e Blair, e consorti sino a Berlusconi, destabilizzarono un grande Stato come l’Iraq – che oltre a tutto era già a maggioranza sciita, sicché caduto Saddàm era ovvio che gli sciiti “vicini” si muovessero – ha avuto dell’incredibile. Analogo discorso vale per la Libia di Gheddafi, pur meno rilevante, E stava valendo per la Siria, che in odio alla quarantennale sovranità assoluta degli Assad, culminata nella tirannia di Basher al-Assad, ha registrato una lunga guerra civile, in parte sostenuta da Occidente, sinché l’irrompere del Califfato dell’ISIS tra Siria e Iraq, ha frenato i bollenti spiriti democratici. Il cosiddetto califfato dell’ISIS proclamatois nel 2014 da Abu Bakr al-Baghdadi, che ispira i “cani sciolti” – e non – del terrorismo islamista in Occidente, presuppone la destabilizzazione a fini “democratici” dell’Iraq e della stessa Siria (tardivamente interrotta). Si può e deve giustamente fare il tifo per i democratizzatori interni ai singoli paesi dittatoriali, ma distinguendo ben bene tra propaganda, e magari soldi offerti, e movimenti bellici contro gli stati. Mi sembra evidente che se non ci fosse stata la decisione di destabilizzare l’Iraq di Saddàm, la Libia di Gheddafi e “per un pelo” la Siria di Basher al-Assad – non parleremmo né di guerra tra civiltà né di religioni. Naturalmente nelle aree totalmente destabilizzate nascono movimenti rivoluzionari o rivolte reazionarie (a seconda dei casi), movimenti che poi hanno i loro fan, armati o meno, anche in Occidente, dove ci siano loro compagni di fede disadattati. Lasciamo stare taluni episodi rilevanti per gli psichiatri, che sotto qualunque paravento ideologico possono sempre manifestarsi. Restiamo ai soli eventi di terrorismo politicamente rilevanti, come quelli atroci di Parigi o di Nizza. Per i giovani musulmani estremisti, sono fenomeni come il terrorismo “guevarista” in Europa (per piccoli gruppi giovanili musulmani “il califfo”, per quanto a noi possa parere impossibile, è una specie di Che in Bolivia per estremisti della mia generazione, tra cui alcuni finirono nel terrorismo “rosso” di Prima Linea, come se l’Italia fosse Cuba o la Bolivia). Piccoli gruppi pensano di emulare i loro eroi (o pretesi tali). Ne fanno parte soprattutto  persone frustrate, socialmente e umanamente disadattate, infelici, alla ricerca vana di una sublimazione del loro “male di vivere”, al solito individuata nella distruzione di un “Grande Nemico” preteso fonte di tutti i mali (compresi i loro), in base a un meccanismo che il mio amico Luigi Zoja ha studiato nel suo “opus” Paranoia. La follia che fa la storia (Bollati Boringhieri, 2011). A tali atti si deve rispondere da un lato con più cura per i disadattati delle periferie (ma è un processo lungo e complesso); dall’altro con maggiore efficienza d’Intelligence (ridicola l’idea del governo francese di rispondere ai terroristi con una nuova “Guardia nazionale” invece che facendo saltare funzionari o ministri incapaci e riorganizzando i servizi segreti e i corpi speciali).

E’ anche interessante quel che chiedi sull’Islam moderato, sulla sua debole risposta contro gli atti terroristici dei correligionari e più in generale sull’integrabilità degli islamici nel nostro Occidente. Credo incidano due o tre caratteristiche dell’Islam. Benché gli islamici siano un miliardo e seicento milioni, e per ciò di livelli e costumi molto diversi, una loro caratteristica è quella di considerarsi quasi come una fede-nazione. Tra gli arabi, che sono poi gli islamici a noi più vicini (oltre che originari), questo è vero quasi in senso letterale. Quel che ha fatto superare l’originario tribalismo, o l’ha molto ridimensionato, è stato proprio il sentirsi il popolo di Dio. Era – e forse un pochino è – così anche per gli ebrei, ma essendo passati quasi 2000 anni dall’inizio della diaspora (dal 70 d.C.), la cosa si è stemperata. L’Islam è una religione aperta a ogni etnia, ma chi vi entra, entra a far parte di una sorta di nazione a base religiosa (della “comunità” o ùmma musulmana), tanto più che l’Islam, al pari dell’ebraismo (cui nonostante il conflitto israelo-palestinese somiglia parecchio), è una religione normativa, con un’idea della giustizia che vale pure verso lo Stato (solo il cristianesimo ha veramente distinto sin dall’inizio, almeno tendenzialmente, “Cesare” e “Dio”, politica e religione). Questo accentua la logica “noi e gli altri”, “popolo di Dio” (credenti in Allah) e “infedeli”: il che, nel caso, non aiuta di certo. Oltre a tutto tale atteggiamento porta molto a fare “clan”. Infine va detto che uno dei caratteri di fondo dell’Islam più diffuso, quello sunnita, è una qualità per me positiva, che però tra noi pone un grosso problema. I cattolici, come gli sciiti, sono stati detti “religione del prete” (ad esempio da Rousseau, nel Contratto sociale, del 1762, in “Scritti politici”, UTET, 1969), ma i sunniti, ossia la gran parte dei musulmani, non hanno preti; e soprattutto – anche volendo imdire tali i loro imàm (e non lo credo) – non hanno una chiesa unitaria e gerarchizzata. Ogni gruppo si autogestisce. Questo rende più difficile organizzare una voce comune forte, anche se qualcosa ora fanno. Proprio in questi giorni. Non ho però dubbi sull’assimilabilità degli islamici nel nostro Occidente. Qualcosa delle radici resta sempre, persino tra i nostri meridionali “al nord”, ma in grandissima parte, e per la grande maggioranza, c’è assimilazione, ed è ricercata. I figli sono difficili da distinguere dai nostri ragazzi, generalmente parlando, se non per talune abitudini alimentari, di preghiera o per il mese del digiuno diurno (il ramadàn). Ovviamente gli immigrati hanno più probabilità di essere disadattati, ma vale pure se uno sia indiano o romeno o altro. Considero però il meticciato, non solo etnico, ma culturale e religioso, non come un problema, ma come una grande risorsa.

La questione islamica ci porta ad affrontare il tema della deriva turca dopo il golpe fallito. La Turchia era considerata fino a poco tempo fa un baluardo dell’Europa, della Nato e dello Stato laico, se non democratico, in uno degli scenari strategici più complessi e pericolosi. Come valuti gli eventi delle ultime settimane e quale futuro per quello che sembra diventato ormai il sultanato personale di Erdogan? Quali ripercussioni politiche potrebbe comportare?

Mi sembra l’accadimento più grave di tutti quelli delle ultime settimane. Tralascio l’idea “complottista” dell’autogolpe da parte di Erdogan. Fa il paio con l’idea – da “Spektra” di James Bond – di quelli che nel 2001 credevano che le torri gemelle dei grattacieli gli americani se le fossero fatte saltare da soli. Gli oppositori di Erdogan hanno semplicemente fatto qualcosa che, non essendo riuscita, per lui è stata come il cacio sui maccheroni. Anche Eltsin, nel far cadere l’URSS, era stato molto avvantaggiato da un golpe mancato di burocrati sovietici contro Gorbaciov per restaurare la dittatura comunista.

La Turchia ha una grande tradizione di separazione tra fede e politica risalente ad Ataturk e poi alla continua egemonia dei militari, che hanno sempre tenuto la “democrazia” sotto tutela. Questo è molto interessante perché la separazione netta tra religione e politica non fa parte della cultura islamica, che anche quando l’ha praticata si sentiva in dovere di presentare come islamico pure il “socialismo arabo”. Dopo di che l’ondata neo-islamista è arrivata anche lì, portando al potere Erdogan. A lungo il suo partito è parso una specie di Democrazia Cristiana (Islamica), ma sottoposta alla pressione dell’integralismo e alle ambizioni del “Capo”. In tempi di continui attacchi del terrorismo islamico, e tenendo conto che in una certa fase Erdogan pare abbia sostenuto il califfato dell’ISIS facendo passare armi a suo favore, può darsi che qualche servizio segreto occidentale abbia dato una mano a golpisti per liquidare Erdogan, che è stato temporaneamente messo in fuga. I militari, che lì come in Egitto volevano certo cacciare via l’islamismo dal potere, in politica non sono mai stati tanto bravi. L’abile populista ha giocato bene le sue carte e, tornato al potere, un po’ per la gran paura passata e un poco perché gli faceva gioco, ha trasformato, tramite vastissima repressione, il suo Stato in una semidittatura. Probabilmente è nato una specie di fascismo o semifascismo islamista, in un grande paese popoloso e fondamentale per la NATO e ora persino per contenere l’immigrazione africana d’intesa con la UE.

Ma se così fosse, come probabilmente è, sarebbe gravissimo perché avremmo un dittatore nazionalista autoritario e islamico nella prima marca di confine dell’Europa. Sarebbe un fatto negativo di portata epocale. Probabilmente lo sta diventando, ma per fortuna il processo per ora non è irreversibile, sempre relativamente parlando.

tur

(fine prima parte)

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2 thoughts on “Tragedie e speranze di un mondo che cambia – 1^ parte

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