Francesco ad Auschwitz

Domenicale Agostino Pietrasanta

Papa Francesco entra solo nel lager di Auschwitz venerdì mattina

Ha scelto il silenzio. Per certe orribili derive, per le aberrazioni della ragione non ci sono né commenti, né condanne adeguate; per l’orrore di Auschwitz, di Dachau, di Buchenwald, di Bergen Belsen, di Flossenburg e di centinaia di altri luoghi di sterminio e di dolore assoluto non servono parole, sempre inadeguate.

Tuttavia, ed era inevitabile, a fronte del silenzio di Francesco sono stati richiamati altri silenzi colpevoli e non solo della Chiesa, ma di tutti quelli che sapevano ed hanno opposto un atteggiamento di irrilevante reazione, non ultimi gli alleati che si organizzavano per “liquidare” la Germania di Hiltler e del nazismo, nei tempi che non l’umanità, ma la strategia militare imponeva. E nasce un primo interrogativo; per un credente con riferimento alla Chiesa. Giovanni Paolo II ha già chiesto perdono per la scarsa sensibilità dei popoli cristiani di fronte allo sterminio del popolo ebraico; sarebbe ora di affermare a chiare lettere che almeno dalla primavera del 1942 la Chiesa nei suoi vertici ecclesiastici (altro che popoli cristiani!) sapeva. Solo dopo, forse, diventerebbe ragionevole l’eventuale spiegazione del silenzio diplomatico “ad maiora mala vitanda” e diventerebbe legittimo il richiamo all’azione concreta delle strutture ecclesiastiche per salvare migliaia di Ebrei dalle deportazioni dei più diversi Paesi europei. Bisogna chiudere i conti per rendere credibili o almeno dialetticamente proponibili le ragioni.

Francesco ha taciuto ad Auschwitz/Birkenau, ma subito dopo, alla “Via Crucis” pomeridiana ha espresso il grido a Dio e gli ha chiesto dove mai sia finito, a fronte del dolore totale di ieri e di oggi. Ed inevitabilmente la memoria va alla domanda di tanti internati di fronte alla aberrazione dell’umanità vissuta nei campi di sterminio. C’è solo la domanda, non la risposta; perché se per il non credente, o chi si dichiara tale, non rimane che la negazione di Dio, per il credente non c’è che l’incapacità di capirlo. C’è una solidarietà di ragione che conclude allo stesso modo; sul serio qui, come non mai la convergenza razionale di coloro che tentano di pensare è più completa e totale. Il credente dirà che la negazione dei più elementari diritti della persona sono conseguenti la radicale rimozione di Dio, il non credente si limiterà a chiedersi dov’è finita l’umanità, si porrà il quesito di straordinaria efficacia “…se questo è un uomo”. Il risultato però è lo stesso: solo la centralità della persona e dei suoi diritti individuali e di gruppo, può riportare alla presenza di Dio o al ripristino di una ragione che quando muore genera mostri.

E parlando di diritti, prima di concludere, aggiungerei una nota, certo meno tragica, ma altrettanto inquietante: il diritto alla libertà religiosa. Spesso dalla sua negazione si parte e si arriva a negare tutte le libertà. Certo l’offesa a questo diritto, di per sé, non ha determinato le aberrazioni dei totalitarismi, ma spesso di lì si è partiti. Ed anche qui, mi piacerebbe, nella modestia dei miei pareri, che la Chiesa chiudesse i suoi conti. Non si può dire che sul punto ci sia una continuità tra le condanne della “Mirari vos” (Gragorio XVI) ed il Concilio Vaticano II (“Dignitatis Humanae”): quello che là veniva ritenuto una follia, nel Concilio viene ritenuto un contributo di ragione. Che la ragione sia in continuità con la follia mi pare troppo anche se si evita l’unico peccato che neanche Dio perdona, quello di affrontare il ragionamento storico senza contestualizzazione.

Chiudere i conti, perché in nome della mancata libertà religiosa, dal momento che solo la “verità” avrebbe diritto di essere libera, sono partite le più efferate persecuzioni; se non si parte dal poco (!?) si crolla nell’esecrabile negazione di tutti i diritti, anche della vita dei popoli delle etnie e delle stirpi.

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