Erdogan, consenso e democrazia

Agostino Pietrasanta

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Avrei aspettato l’occasione del “domenicale”, ma allo spettacolo di migliaia di oppositori, soprattutto militari raccolti nelle palestre e nelle stalle turche, denudati ed umiliati, in attesa di un destino precario, senza escludere un massacro venturo ed assai prossimo, mi ha indotto a qualche ragionamento sui sistemi istituzionali basati sul consenso, nonché ad una schematica elencazione delle opzioni democratiche. Aggiungo, per la precisione, ma non sarebbe neppure necessario, che non la pretendo certo ad alcuna sistematicità.

Premetto che il sistema turco di Erdogan sta procedendo ad un vero e proprio genocidio, e non da oggi; l’eliminazione dei Kurdi e dei partiti da cui la popolazione dei tale etnia si sente rappresentata (in particolare il Partito dei Lavoratori del Kurdista PKK) è in atto da ben prima del Golpe dei militari, avvenuto nei giorni scorsi. Si ha notizia che nella scorsa primavera le forze di polizia fedeli ad Erdogan hanno raso al suolo Cizre ed alte 14 città. Delle stragi che ne sono derivate, compreso l’eccidio di intere famiglie, bruciate nelle cantine in cui si erano rifugiate, ci è pervenuta testimonianza certa, anche fotografica. Non c’è stata diffusione mediatica dell’evento; ma qui entreremmo nella valutazione di una vergogna di cui l’Europa, condizionata principalmente dalla resistenza dei singoli Stati nazionali, non è certo esente.

E su questo resta inutile insistere, come è inutile sottolineare, che il golpe, probabilmente provocato ad arte è servito e serve al governo turco per continuare nelle liste di proscrizione, già pronte prima dell’evento. Altro che civili, Satrapi sono! Almeno secondo la concezione dei diritti come noi li intendiamo, ma che l’Europa e gli USA faticano (eufemismo) non poco a confrontare in un rapporto dialettico globale.

Veniamo così al dunque. Erdogan governa col consenso popolare dunque la sua è un’Istituzione politica del tutto legale; ci chiediamo se sia anche legittima. Se legalità e legittimità si identificassero, sì. Tuttavia quando l’azione del potere legale non accetta la dialettica in nome del consenso ottenuto, nella civiltà europea, e da sempre, la succitata azione perde la sua legittimità. E questa differenza fra legalità e legittimità, sia pure tra parecchie contraddizioni, ha sempre percorso le opzioni politiche del dibattito interno all’Europa, tanto che autori autorevolissimi, hanno spesso sostenuto la legittimità morale del tirannicidio. Aggiungerei che di questo bisognerebbe tener conto quando, e non senza ragione, si afferma che anche l’Europa ha avuto i suoi genocidi e le sue contraddizioni sul cammino della Democrazia.

E qui si pone il problema. A mio avviso ci sono almeno tre criteri per determinare le funzioni democratiche proprie delle istituzioni politiche.

Primo criterio. Che il potere si basi sul consenso e non sull’arbitrio neanche se di ispirazione religiosa. Dunque il sistema turco sarebbe democratico; analogamente in Italia, al netto delle stragi che neanche il fascismo arrivò a perpetrare (lasciamo stare il periodo bellico), il sistema più democratico sarebbe stato quello di Mussolini. Nessuno prima di lui e nessuno dopo, ormai è ben noto, ebbe un analogo consenso, neppure la Democrazia Cristiane nel 1948.

Certo non possiamo prestare il nostro modo di intendere la Democrazia a popolazioni che non partecipano della nostra tradizione e delle nostre conquiste soprattutto nel campo della laicità, ma resta fin troppo chiaro che il consenso non assicura il sistema democratico.

Ed allora, il secondo criterio. Che oltre ed assieme al consenso ci siano delle regole che assicurino il controllo del potere. Si tratta della principale conquista liberal/democratica che assicura le possibilità dei governi stabili, ma assicura la legittimità delle opposizioni. Anche per questo mi infastidiscono le urla da campagna elettorale piazzaiola che insultano il nemico più caro ad andarsene a casa, anziché obbligarlo al controllo proprio dell’opposizione. Si tratta della democrazia delle regole e delle procedure condivise della istituzioni formalmente democratiche che derivano dai risultati più cospicui del 1789 di Francia.

C’è tuttavia un terzo criterio di cui in Italia si è fatto un tentativo, a mio avviso riuscito nelle formulazioni, ma abortito nelle realizzazioni, nell’Assemblea costituente. Ed è il criterio della Democrazia sostanziale o progressiva, che non si accontenta delle regole, ma si preoccupa della capacità dei cittadini di concorrere alle conseguenze di bene comune che ne derivano. Non per nulla si afferma che la Repubblica si fa carico di rimuovere tutte le cause che potrebbero, anche in campo economico impedire al cittadino di farsi carico e soggetto attivo del bene comune. Si tratta di un progetto di democrazia assolutamente realizzata se lo fosse veramente fatta tale; e si tratta del più straordinario fallimento della nostra democrazia. Aggiungo anche che la formulazione più lucida al riguardo, in Costituente, era stata possibile grazie alla convergenza del Cattolicesimo democratico con le sinistre soprattutto comuniste.

Non vi pare che l’aborto che ne è derivato nella realizzazione, costituisca oggi, una delle tante palle al piede dei percorsi e delle opzioni del Partito democratico (PD)? Ma soprattutto non mi pare che gli Stati del “vicino Oriente” abbiano, almeno in gran parte, alcuna familiarità né col secondo, né tanto meno col terzo criterio.

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One thought on “Erdogan, consenso e democrazia

  1. Agostino, mi sarei aspettato che alla luce delle recenti stragi dei curdi perpetrate dalle forze armate turche, avresti concluso che un satrapo come quello che da anni governa la Turchia, che davanti a così gravi violazioni delle elementari regole del vivere civile, per la Turchia non c’era posto nella UE. Ed invece ti sei avvitato in tanto contorsionismi

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