“Islam, religione di violenza”: e poi?

Mauro Fornaro

isNell’editoriale de Il giornale del 12 u.s., Luigi Mascheroni si compiace che firme di giornali moderati quale il Corriere della sera (articolo di Galli della Loggia del giorno prima) e pure altri pubblicisti vicini alla sinistra si siano accorti finalmente che l’islam “ha uno specifico problema” con la violenza e che certo buonismo è miope. Come dire che nella religione islamica la violenza fisica contro i miscredenti non è una degenerazione appannaggio di gruppi deviati, ma appartiene alla sostanza del messaggio di Maometto e alla tradizione musulmana. E’ un implicito avallo della tesi che Magdi Cristiano Allam ha espresso ancora di recente, in termini persino rabbiosi, nel talk show La Gabbia di Luigi Paragone: la violenza sarebbe nel “DNA dell’islam”. Dunque i musulmani non pronunciano condanne inequivocabili contro i terroristi che operano in nome di Allah, perché non potrebbero farlo restando coerenti col loro stesso credo. Il messaggio che si lascia così intendere è inquietante per i rischi islamofobici che comporta. Ma cosa c’è di vero in esso?

Occorre preliminarmente osservare, contestualizzando le prese di posizione dei moderati nostrani, che i ripetuti, sanguinosissimi atti di terrorismo operati da musulmani di certo facilitano l’equazione islam uguale violenza. Si trascura però spesso di appurare se gli attentatori agiscano espressamente in nome di Allah (iscrivendosi dunque nell’islam radicalizzato), o se invece usino la bandiera di Allah – o anche nessuna bandiera, trattandosi semplicemente di squilibrati di religione musulmana, come forse nel caso dello stragista di Nizza – con motivazioni o scopi diversi da quello primario di affermare un credo religioso (dando luogo piuttosto a una islamizzazione del radicalismo, cioè una islamizzazione della rivolta sociale o individuale, di cui parla il noto politologo francese Olivier Roy). In questo secondo caso non sorprende come – fallite le speranze di emancipazione delle plebi arabe suscitate dal cosiddetto socialismo arabo, fallite poi le speranze di rivalsa nei confronti di un Occidente ex o neo colonialista dei ceti più abbienti o intellettuali, e, ancora, fallita l’integrazione degli immigrati nordafricani nelle periferie delle città europee – avvenga la riscoperta della tradizione religiosa di provenienza, quale unica matrice ideologica su cui far leva.

Del resto l’impossessamento della religione a scopi non religiosi è fenomeno di sempre, che riguarda anche la storia del cristianesimo: dall’utilizzo fattone nell’impero romano, fino ad arrivare ai nostri giorni. Si parva licet, fa sorridere come un partito che fino a ieri praticava i culti celtici del dio Po, si faccia ora paladino di tradizioni cristiane a fronte dell’ “invasione” dell’islam. E chissà quanti atei o già mangiapreti riscopriranno le radici cristiane!

Per tornare all’interrogativo sulla vera natura della religione islamica, anche al confronto con quella cristiana, occorre indagare sia i messaggi contenuti nei testi sacri, sia i comportamenti effettivi dei credenti. Per quanto riguarda i comportamenti tenuti dai musulmani, lo stesso Maometto fu un profeta guerriero, che si impose con la spada sulle tribù arabe idolatre e acconsentì allo sterminio di 700 ebrei traditori (nel 627 presso Medina). Gli eredi di Maometto, poi, divisisi sulla successione al profeta, presto si scannarono tra sunniti e sciiti, per non dire del seguito. La differenza col cristianesimo presto si evidenzia se pensiamo a Gesù Cristo, profeta disarmato morto in croce, e parimenti se consideriamo le prime comunità cristiane. Ma se poi ricordiamo il comportamento dei cristiani nel corso dei secoli, si ha poco da invidiare al mondo islamico quanto a violenza, esercitata in nome della fede sia nei confronti dei non cristiani, sia nei confronti dei confratelli cristiani appartenenti ad altra confessione.

Passando a considerare i rispettivi testi sacri, le differenze che pur ci sono tra cristianesimo e islam, non giustificano schematismi semplificatori. Nel Corano – come faceva rilevare Paolo Branca, eminente islamista, in una conferenza il 24 maggio nella nostra città – troviamo passi contraddittori circa la legittimità dell’uso della violenza nei confronti dei non musulmani. Inoltre si danno interpretazioni contrastanti delle medesime sure, a partire dal significato stesso di Jihad, cui il credente è invitato: inteso ora come forte impegno morale e spirituale, ore come guerra santa. Comunque il Corano, se non mostra tolleranza verso i culti idolatri, ha invece parole di considerazione verso vari profeti della tradizione ebraica, inoltre verso le figure Gesù e di Maria, in quanto tutti precursori del monoteismo maomettano. Tant’è che nei Paesi conquistati militarmente, la prevalente tradizione musulmana prevede che ebrei e cristiani possano praticare i loro culti, a patto di pagare una specifica tassa a mo’ di sottomissione.

Per quanto riguarda la Bibbia troviamo passi terribili nel Vecchio Testamento, fino alla legittimazione del genocidio: Jahvé ordina di sterminare Amorrei, Cananei e altre popolazioni che gli ebrei trovano sul loro cammino (Deuteronomio, 20, 15); a Gerico passano a fil di spada, oltre a vecchi, donne e bambini, pure gli armenti (Giosuè, 6,21), dove si vede che, con la distruzione dei beni del nemico, l’odio etnico diventa disfunzionale rispetto alla stessa logica della conquista militare. Non si può tuttavia  non evidenziare la linea progressiva che porta dai profeti veterotestamentari ai Vangeli, dove il messaggio non violento nel complesso è inequivocabile e le frustate di Gesù ai mercanti nel tempio sono espressione di umana indignazione e non giù un invito alla violenza in nome di Dio. Allora una differenza vi è rispetto al Corano: nel messaggio evangelico l’orientamento alla non violenza è chiaro e netto.

Del resto il linguaggio poetico e metaforico del Corano, oltre a prestarsi di per sé ad ambiguità, non trova interpretazioni ufficiali da parte di una autorità centrale ampiamente riconosciuta, in parallelo a quanto avviene per lo meno nel cattolicesimo. Va comunque notato che i dotti teologi islamici dell’Università al Azhar de Il Cairo, al momento la più accreditata in area sunnita, condannano unanimemente la violenza praticata in nome di Allah, e inoltre vi sono studiosi islamici, purtroppo in esigua minoranza, che operano per una interpretazione non letteralista e in certo senso modernista dello stesso Corano.

In conclusione, giudizi schematici sull’uso della violenza nel mondo islamico vanno evitati, tante sono le correnti interpretative e le pratiche effettive tra i seguaci di Maometto.

Stando così le cose dal versante del messaggio religioso e della pratica nel corso dei secoli, che senso ha nel nostro contesto insistere sulla violenza come  costitutivamente inscritta nell’islam? L’insistenza sull’identità di islam e violenza, oltre ad essere storicamente inesatta, rende illusoria ogni possibilità di convivenza: se tu sei violento a seguito della tua fede, la mano che mi tendi non può che essere ingannevole e strumentale; con te non può che esserci guerra. Inevitabile allora è confinare tutti i musulmani, pure quelli che vogliono la convivenza e praticano la tolleranza – e sono la maggioranza – nel territorio di un nemico che alla fin fine vuol sopraffarci, che dunque è da combattere, anzi, meglio, da prevenire (a partire dal blocco dell’immigrazione). Inoltre chi vorrebbe respingere in blocco i musulmani, in quanto sarebbero portatori di una religione di per sé violenta, non tiene conto che finisce di fatto col sospingerli verso le correnti del radicalismo ostile, incrementando così artificiosamente i motivi di conflitto.

Se vogliamo evitare questi esiti, logica conseguenza dell’assunto errato che l’Islam sarebbe in definitiva violento, non resta che isolare chi strumentalmente usa la bandiera dell’Islam per fini diversi da quelli religiosi e soprattutto valorizzare nel dialogo, nella concessione di luoghi di culto, ecc., quelle correnti che entro il mondo islamico portano avanti un messaggio di pace e tolleranza in nome di Dio-Allah grande, ma anche clemente e misericordioso.

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2 thoughts on ““Islam, religione di violenza”: e poi?

  1. Si esamini l’articolo che ha postato ieri sul suo blog l’ex vaticanista de La Stampa, Marco Tosatti, riguardo il rapporto fra islam e violenza.

  2. All’Islam manca la distinzione tra religione fede.
    I religiosi sono “religati” nelle norme (sempre diversamente interpretabili a secondo dei diversi orientamenti culturali); le persone “fedeli” sanno di aver ricevuto un dono per il quale esprimono sempre gratitudine e che sono sempre lieti di condividere in libertà e senza “relegare” alcuno: la fede fa liberi, la religione condiziona.
    Alla libertà della fede sono maturati tardi anche i cristiani: oggi, riflettendo sulla loro storia possono aiutare gli islamici a maturare il primato della fede: che non cancella la religiosità, ma la orienta al bene comune invece che alla costruzione di nemici da distruggere.

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