La democrazia autoritaria

Marco Ciani

erIl fallito tentativo di colpo di stato in Turchia (si tratti o meno di una messinscena) pone seri interrogati per il futuro. E non solo in riferimento alla penisola anatolica.

Mi ha stupito la scorsa notte, mentre con qualche apprensione seguivo alla televisione e via internet l’evoluzione degli eventi – prima con i carri armati nelle strade e gli aerei a bassa quota che sorvolavano Ankara, quindi nel secondo tempo con la folla che invadeva la sede della televisione e le piazze – leggere sui social network le reazioni di alcuni amici, della cui salda fede democratica non dubito. Anche perché mi è accaduto di pensarla allo stesso modo.

In buona sostanza ci siamo ritrovati a parteggiare istintivamente per i militari. La sintesi in un post tra i tanti “Il problema del golpe turco è che è fallito”.

Ora, come può un ammiratore di Popper, di Berlin, di Rawls, per citare alcuni tra i maggiori autori liberali del ‘900 prediligere un regime militare ad una democrazia seppur molto discussa come quella di Recep Tayyip Erdoğan? E’ sostenibile? E come?

Io credo, pur rendendomi conto che il ragionamento che sto per sviluppare comporta qualche torsione, che dipenda dal concetto di democrazia che si adotta. E non vale solo per la Turchia in via di islamizzazione. Mutatis mutandis riflessioni simili si possono estendere alla Russia di Vladimir Putin o al Venezuela di Nicolàs Maduro. E forse anche, pur con caratteristiche più sfumate e complesse, all’Ungheria di Viktor Orbán o alla Polonia di Andrzej Duda. Tutti stati non musulmani. Come è invece la Repubblica Islamica dell’Iran, altro esempio che fa al caso nostro.

Cosa hanno in comune i paesi che ho appena menzionato? Che formalmente non sono delle dittature. Si vota più o meno regolarmente scegliendo tra una pluralità di liste e/o di candidature. A differenza di una tirannia stricto sensu dove, per definizione, la libertà politica (e non solo quella) è abolita. Ma…e qui iniziano i problemi.

Dicevo poc’anzi che bisogna prima definire le coordinate di riferimento entro le quali possiamo collocare correttamente il termine democrazia. Sappiamo che la parola designa etimologicamente un “governo del popolo” e che si presta a molte interpretazioni, anche contraddittorie. Pensiamo alle ormai superate “democrazie popolari”, per citare un caso noto.

In realtà la democrazia, almeno in senso liberale, prefigura un sistema complesso di istituzioni e procedure, di pesi e contrappesi tra poteri, di garanzie costituzionali e di diritti, nel quale certamente il popolo vota i propri rappresentanti, ma dove questa delega, da sola, non è sufficiente a connotare la forma di governo. Anche il Papa viene eletto, ma nemmeno il più fondamentalista tra i cattolici potrebbe sostenere che lo stato della Città del Vaticano costituisca una democrazia.

Come mettiamo allora la questione?

Il problema centrale  sta a mio avviso (ovviamente molto semplificando) nel rapporto tra il regime di democrazia e la libertà. O, in altri termini, nella possibilità per chi dissente dal potere costituito e legittimamente eletto di esprimere un pensiero alternativo, di opposizione o di contrasto che sia. In altri termini ancora, nella possibilità del dissenso.

Pertanto, più un governo ancorché rappresentativo della maggioranza impedisce l’esercizio della libertà, a cominciare dalla libertà di manifestazione del pensiero, più si allontana dal concetto di democrazia liberale e più acquisisce le caratteristiche di un regime autoritario, ancorché elettivo. In parole povere, di una dittatura.

Dal mio punto di vista, certamente molto molto opinabile, specie in questo caso, se la libertà non è garantita, o risulta fortemente compressa, non è detto che una democrazia formale, specie se di ispirazione religiosa, sia preferibile ad un regime militare “temporaneo”, sottolineo temporaneo, in vista di un recupero delle libertà fondamentali. Come avvenuto altre volte in Turchia. Meglio sarebbe sostituirla immediatamente con una democrazia compiuta, su questo non ci piove, è ovvio. Ma non sempre possibile.

Purtroppo la maggioranza, come insegna la storia, non ha sempre ragione. Anche se mi rendo conto che questo pone una serie di problemi molto complicati, a cominciare da come allora selezionare le classi dirigenti. Non a caso un altro autore liberale come von Hayek proponeva un’altra forma di governo, la demarchia, incentrata sulla riduzione del potere dello stato. Ma questa è una divagazione che lascio per un’altra occasione.

Forse la soluzione non autorizza un intervento militare, specie se cruento. Ma dobbiamo renderci conto che democrazia e libertà, non vanno sempre a braccetto, non sono sempre sinonimi.

Adolf Hitler arrivò al potere in una Germania piegata dalla guerra, dalla disoccupazione e dall’inflazione nel 1933 attraverso libere consultazioni. Questa lezione non dovremmo mai dimenticarla. La storia non si fa con i ma, però a titolo di pura fantasia se al suo posto nel marasma post-bellico il potere fosse stato conquistato da un gruppo di militari (in fondo il Presidente della Reich che gli conferì il cancellierato, Paul von Hindenburg, era stato un generale) magari ci saremmo risparmiati un’altra guerra. E certamente non sarebbe avvenuta la Shoah.

Per tornare a ieri sera, Erdogan, come ha scritto un altro amico che ricopre un importante ruolo in un sindacato nazionale “è ancora in sella. Quello «eletto democraticamente», che ha sospeso libertà di informazione, arrestato giornalisti indipendenti (che anche da noi sono rari), in un paese che ha un numero di desaparecidos vicino alle peggiori dittature sudamericane. Che ha sterminato migliaia di Curdi. Vi farei parlare con i miei amici del sindacato turco… Ne sappiamo qualcosa, senza libertà, la democrazia è una finzione per legittimare il potere.

Erdogan che finanzia e sostiene Isis e da dentro l’Europa geografica vuole imporre la Shari’a e da dentro la Nato adesso sta cercando di stringere patti con Putin… Peccato che ha un esercito e l’aviazione (foraggiati dalla Nato stessa) tra i più forti al mondo. Pensateci bene agli effetti perché questo maldestro golpe fallito oltre ai 100 morti di questa notte lo ha reso più forte”.

Mi sbaglierò, ma penso che le conseguenze del mancato colpo di stato di ieri le vedremo presto e non credo saranno positive. Immagino che rimpiangeremo il suo fallimento. Né credo che la Turchia evolverà prossimamente verso forme più moderne di stato, come in molti avevano sperato una decina di anni fa e poco più. Al contrario. L’attesa è quella di una islamizzazione sempre più marcata e di una riduzione della libertà, alla quale far seguire probabilmente un riposizionamento strategico dello stato negli equilibri sia regionali che globali che sarà fonte di problemi.

Dunque, per l’ennesima volta, sono costretto a sperare che la realtà mi smentisca. Più che in altre occasioni, questa volta lo auspico veramente.

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