L’altro rivela chi siamo

Andrea Zoanni

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Mentre scorrono immagini e notizie del tremendo incidente ferroviario con relative polemiche di dubbio gusto pure in presenza di aspetti contrastanti, ove treni moderni corrono su tratte vecchie dalla sicurezza inadeguata (discorso luogo e complesso tra ferrovie pubbliche nazionali/regionali/locali e private, alta velocità e magma restante, intermodalità e pendolarismo, investimenti e sostenibilità economico/ambientale) è ormai trascorso quasi un mese dalla Brexit e qualche giorno in più dai ballottaggi nazionali, episodi politici vissuti da lontano per via di un soggiorno nell’emisfero australe.

La qual cosa non mi ha disturbato, immaginando come l’informazione abbia dato il peggio di sé in quanto a povertà di altre notizie e di analisi dei fatti prima menzionati. Analisi che pur nel rispetto della libertà di espressione avranno tenuto raramente conto di quella critica necessaria per comprendere gli errori commessi. Popper insegnerebbe l’opposto, ma di Karl non vedo traccia alcuna.

Il secondo turno delle amministrative ha sancito la quasi consunzione dei partiti di centro destra. Per certi versi la loro debacle a Varese è un macigno simile a quello di altri a Torino (anche se di natura diversa) e l’incapacità di andare oltre un Cavaliere segnato dal tempo tarpa le ali a qualsiasi velleità altrui. Sono inguardabili per i contenuti.

A sinistra sta invece immobile la solita minutaglia massimal-radical-sciccosa, ove ognuno rappresenta se stesso e i propri interessi personali (o poco più) e per i quali ogni soluzione è percorribile in nome di una libertà coniugata col diritto a fare ciò che si vuole prescindendo da ogni conseguenza. Sono irricevibili per i comportamenti.

E il PD ha pagato il suo folle novello corso ultra narcisista e narratore di un Paese irreale (che non si deve mettere in discussione) unitamente alla presenza di spezzoni residuali e post epocali incapaci di proporre moderne strategie alternative dentro e fuori lo stesso partito. Sono inascoltabili per definizione, Torino docet.

In questo contesto l’ascesa pentastellata ha trovato terreno fertile, sia per alcune loro coerenze e proposte ben assortite, sia per iniziative come la rinuncia a diverse prebende economiche (mai prese in considerazione da altri) ed investite nella società, sia per una cattiva vis polemica avversaria che ne ha ulteriormente accelerato l’ascesa.

Si sono meritati una certa fiducia, io stesso da tempo avevo manifestato alle mie conoscenze romane l’intenzione di votare Virginia, fossi stato elettore in quella città, considerato il livello da schifo sopra ogni limite raggiunto e superato nella monnezza da rifiuti e umana. Città pur sempre tra le più belle al mondo ma con un retroterra spaventoso, comunque lo si guardi. Città capitale d’Italia e che dunque mi auguro possa decisamente migliorare nel tempo, con l’aiuto determinante di più cittadini onesti possibili.

Insomma, invece di riflettere sui motivi di un mancato sfondamento del centro destra e dell’arresto della corsa nel centro sinistra si è continuato e si continua con una riprovevole navigazione col trucco, alla ricerca di un consolidamento che giovi alla propria causa e non certo al bene della nazione.

Infatti il risultato elettorale ha avuto un impatto così intenso a livello nazionale (contrariamente a quanto si sosteneva) che ora anche l’inossidabile premier pur di rimanere in sella sta pensando di rimettere in discussione l’architettura portante dell’Italicum e le modalità della consultazione referendaria sulla Costituzione, in coerenza con l’aver trasformato legge elettorale e modifica costituzionale in un fatto prevalentemente personale e del suo cerchio magico, che lascia anche allo scrivente forti dubbi su come comportarsi per questa modalità di approccio alla politica che non condivido. E gli avversari naturalmente di conseguenza.

Non mi dilungo, non ne vale la pena, ma sulla Brexit vedo uno scenario simile, invece di provare a modificare ciò che in Europa non funziona nemmeno si analizzano le cause della decisione del popolo britannico: la colpa è di chi non ha capito! E se fosse il contrario?

E’ o non è l’Unione Europea costruita sulla finanza e su una moneta che non avendo copertura politica per certi versi non dovrebbe nemmeno esistere in quanto contraria (o border line) alle leggi fondamentali dell’economia? Se nel Paese della seconda piazza finanziaria mondiale si è presa codesta decisione, cosa ci si doveva aspettare?

Infatti, ad una capitalizzazione borsistica degli istituti di credito e finanziari diminuita (crollata) di quasi un terzo in pochi giorni come media europea, ha corrisposto una tenuta dei mercati complessivamente migliore, con Milano fanalino di coda da inizio anno (meno 25%) e Londra invece (udite udite) in territorio positivo.

Segno che pagano più le banche e meno i valori dell’economia reale; segno che tutto è possibile, non essendoci spazi vuoti in un potenziale contesto di rimescolamento totale: basta avere capacità di reazione e muoversi per tempo.

Sotto certi aspetti non so se piangere o ridere, i pochi post che mi arrivavano erano sgomenti e disperati, spero per finta. Ma quando mai oltre Manica sono stati europeisti? Guarderei invece con più attenzione a cosa potrebbe succedere in Germania prima di fine anno; non mi riferisco a Deutsche Bank ma al destino di frau Angela Merkel.

Bisognerebbe però cambiare e non porre più al centro ragionamenti prettamente finanziari, lontani dalla popolazione. Anch’io sono spesso caduto in questa monotonia, pur sostenendo una finanza di tipo etico, una crescita come sviluppo sostenibile e una economia che ritorna al sociale. Una edulcorazione necessaria che però non modificava la direzione intrapresa.

Ora voglio riconoscere i limiti di codesti ragionamenti e credo serva uscire da questo schema prendendo le distanze anche da certe cassandre monocorda, probabilmente interessate, altrimenti andrà sempre peggio.

Ridare più equilibrio al sistema significa ritornare a valutare se certi paradigmi considerati portanti sono cosa buona e giusta e se è lecita la dubbia sorgente di certi redditi, invece di farli propri a prescindere. Chi è in grado di tradurre nella pratica questa affermazione? E come? Perché se si vuole è possibile.

In momenti come questi ritorna sulle labbra di chi non ha ruolo l’idea degli Stati Uniti d’Europa. Ricordo quando alcune decine di anni or sono da giovani studenti dicevamo che prima andava percorsa l’unità politica e poi quella economica.

Molta acqua è passata sotto i ponti, invertire l’ordine dei fattori poteva servire da innesco al completamento dell’opera, invece col trascorrere degli anni è prevalsa una finanza non bisognosa di confini e il disegno politico europeo è involuto. Questa stasi si sente nei momenti di crisi ed il futuro da qualunque modo lo si guardi non è propedeutico ad un continente europeo più forte di oggi.

E’ ancora attuale una accelerazione verso l’unità politica europea? Necessaria direi, ma andrebbero sostituiti i politici presenti, quelli che (intendiamoci bene) ci mettono in guardia conto il populismo, i populisti e chi non la pensa come loro, ma che intanto si sentono inamovibili e più passa il tempo nulla fanno per accelerare questa unità. Ritornato sul continente non vedo segni che vadano in questa direzione.

Per di più non esistono leader forti nei loro Paesi di origine, anche Merkel è a rischio e gli altri sono poco più che comparse: il francese deve ringraziare due attentati devastanti, altrimenti la sua fama derivava dalle gite in motoretta a trovare sua bella di turno; lo spagnolo che ci sia o no è la stessa cosa; il nostro ve lo immaginate lavorare per lasciare la cadrega? Cosa sono disposti a perdere questi politici per migliorare? Nulla!

Il futuro dovrebbe essere in mano alle nuove generazioni, se vogliono salvare il salvabile e non guardare ognuno al proprio ombelico. Direi “a nuove generazioni”, non solo di età ma nel pensiero ragionato e nelle azioni conseguenti. Ad esse ho dedicato ampio spazio su Appunti il 15 aprile (Informarsi e partecipare) per un domani più sostenibile, ma dovrebbero muoversi più all’unisono e con decisione (questo il mio piccolo suggerimento) dedicando un po’ meno tempo ai musei e un po’ più spazio ai mercati popolari, traendo spunto dai bisogni reali della gente.

Alcuni però lo fanno e forse sintetizzano più o meno inconsciamente il pensiero filosofico dell’alterità di Emmanuel Lévinas, dove è l’altro che rivela chi siamo, anche nel nostro mondo parziale e minoritario, erroneamente convinti come siamo dell’opposto. Già questa sarebbe una rivoluzione, la sfida più grande da vincere in un contesto di chiusure identitarie propedeutico al mantenimento del sistema attuale.

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