L’A.N.P.I. desiderata e che vorrei

Domenicale Agostino Pietrasanta

anpiFu mons. Giuseppe Almici, medaglia d’argento della Resistenza a dichiararmi che la bandiera più bella è quella dell’ A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). Anche per questo dispiace a me e forse ai miei lettori che, all’interno della gloriosa Associazione, si trascinino delle polemiche che, purtroppo ed a mio sommesso avviso si esprimono in un contesto che si trascina dagli anni appena successivi al 25 aprile del 1945.

Succede che un protagonista indiscusso della Resistenza, partigiano riconosciuto per la sua attività di combattente, lamenti l’allineamento dell’ A.N.P.I. Provinciale ad una parte politica, al punto da far dire a qualcuno che la vera tessera dell’Associazione dovrebbe definirsi AnPd.

Bene ha fatto Pasquale Cinefra a chiarire due cose. A) Per i soliti problemi e le solite ragioni d’anagrafe il numero dei Partigiani si sta assottigliando ed è necessario aprire l’Anpi alle nuove generazioni; B) La lotta per la Liberazione è stata fatta per chiudere col fascismo ed il suo alleato nazista.

Nulla da eccepire sul punto A. Sul punto B l’affermazione di Cinefra è quanto mai opportuna, ma va contestualizzata con qualche distinguo. C’è un primo interrogativo: è proprio sicuro che tutti i Partigiani abbiano solo voluto la Liberazione? Certo, l’hanno voluta, ma con qualche aggiunta di carattere politico in cui la lotta di classe, per altro del tutto legittima, poneva però grossi problemi di unità del movimento resistenziale, soprattutto a quelli che andavano a morire non certo per condividere posizioni estreme ed al limite di carattere partitico.

Il vero problema però è ancora un altro ed, a mio avviso, decisivo. In particolare non si è voluto ammettere che la lotta per la Liberazione si è realizzata in un Movimento tanto complesso quanto inedito nella storia della Nazione. Per la prima volta, dalla formazione dello Stato unitario, negli anni della Resistenza c’è stata una ribellione ed una presa di coscienza, anche di quelli che non hanno combattuto; ci fu la consapevolezza che non si poteva stare alla finestra mentre rischiava di crollare il Paese. Non era Resistenza quella dei conventi che ospitavano Ebrei e Partigiani per difenderli dalla prepotenza del nazismo? Non era Resistenza quella del Collegio romano maggiore (Laterano) in cui trovavano rifugio tutti i membri del Comitato di Liberazione romano? E soprattutto non era Resistenza quella delle famiglie che ospitavano i perseguitati politici, ben sapendo che rischiavano la pelle? Ed infine (ma ci sarebbe ben altro da dire) non era Resistenza quella dei deportati nei vari campi di sterminio tedesco perché avevano dato ospitalità ai combattenti fuggitivi?

Certo chi ha combattuto in montagna ha diritto ad una priorità di riconoscimento, ma non si può isolare l’azione eroica di 80.000 persone (ché tanti erano i combattenti, indipendentemente da quelli che si sono fatti presenza e ressa dopo il 25 aprile) da un contesto di risveglio di larga parte, e del tutto maggioritaria, del popolo italiano che se era “attendista” (ben strana valutazione!), lo era però stando dalla parte giusta.

Qui sta il problema e qui stanno le ragioni di ripetute o ricorrenti polemiche su una Resistenza che sarebbe stata di parte e che, al contrario, Cinefra richiama al suo carattere di Liberazione di tutto un popolo. Qui stanno le ragioni (ed è un rammarico che esprimo da tempo) per cui non si riesce a fare del 25 aprile una data di riconoscimento collettivo. Purtroppo non abbiamo qualcosa di simile al 14 luglio francese: un vero peccato!

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