Per Francesco, ma fino ad un certo punto

Carlo Baviera

mnoMi ha colpito, qualche settimana fa, un’intervista di Michael Novak, il filosofo cattolico americano che ha coniato il termine «capitalismo democratico», che fu collaboratore di Ronald Reagan, sulla figura e l’indirizzo di Papa Francesco. Perché, dai titoli e in alcuni passaggi, quell’intervista dava l’impressione di un’inversione di posizioni da parte di un cattolico importante del Continente nord americano  molto critico verso le posizioni progressiste.

“Nonostante all’inizio Francesco abbia espresso giudizi non sempre positivi sull’economia americana e sulla diseguaglianza della nostra società, la sua spontaneità, i suoi gesti, il suo modo di avvicinarsi ai fedeli, il modo in cui guarda e tocca la gente, soprattutto i poveri lo rende incredibilmente popolare negli Stati Uniti e non solo fra i cattolici. Papa Francesco ha colto con precisione quanto secolare sia il mondo di oggi e quanto poco la gente sappia della cristianità. E ha capito che per comunicare il nocciolo del cristianesimo a una società abituata alle notizie flash devi parlare di misericordia”.

Qui la prima mezza delusione perché anche un conservatore moderato, che conosce la Dottrina Sociale, riesce ad apprezzare i gesti e lo stile di Francesco; ma non riesce a metterli in collegamento con i giudizi espressi sulle diseguaglianze economiche create dal sistema capitalista. Quell’iniziale <nonostante> denota una chiusura verso la <novità> che ha investito il cattolicesimo.

In un’altra risposta aggiunge: Penso che il Papa sia stato frainteso e giudicato troppo a sinistra. Ma nel suo discorso al Congresso ha sottolineato che la giustizia sociale non è solo responsabilità dello Stato, ma di tutte le forze della società civile: aziende, famiglie, associazioni di categoria, organizzazioni di volontari. La giustizia sociale è una manifestazione della sussidiarietà e il Papa lo ha sottolineato”.

Questo conferma che Francesco non parla da “comunista” e non deve essere respinto come invece alcuni politici statunitensi sembrano fare. E questo passaggio mi ha soddisfatto sufficientemente, in quanto si ricorda l’importanza di un sistema sussidiario.  Ciò che non sembra dire Novak è che lo Stato non solo deve riconoscere il ruolo della cosiddetta società civile, dei corpi e dei nuclei intermedi, ma deve creare condizioni perché lo Stato stesso ragioni in termini di socialità, di solidarietà; la giustizia sociale è anche compito della Stato, che deve farsi carico dei più deboli; mentre un certo sistema purtroppo espelle ancora chi non è funzionale agli interessi economici. Sono gli <scarti> di cui parla il Papa quando critica <la globalizzazione dell’indifferenza>.  E’ ciò che la nostra Costituzione all’art. 3 (finchè non si deciderà che anche i principi non sono più attuali) sottolinea con “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”.

L’intervistato comincia poi a prendere qualche distanza in fatto di immigrati: dice che gli Stati Uniti sono sempre stati aperti e integrano quanti arrivano, ma che il problema è mantenere gli arrivi nell’ambito della legalità, mantenere ordine ai confini, prevenire le tragedie dei migranti irregolari. Non sono forse le cose che dicono da noi alcune forze politiche che non stanno tanto ad ascoltare gli appelli papali? Sottolinea favorevolmente, di Francesco, il parlare con forza e con coraggio dello scandalo della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e in Africa: “Ha chiamato la persecuzione con il suo nome: genocidio. Così come alla vigilia di Natale del 1981 Ronald Reagan chiese agli americani di mettere una candela accesa alla finestra per la libertà religiosa in Polonia. Fu un grande gesto simbolico”.

Va riconosciuto al popolo americano il merito di aver dato un contributo significativo alla libertà delle nostre nazioni europee, e non solo. Ma se costante fu, almeno nell’ultimo secolo, l’impegno contro ogni dittatura, non vanno sottaciute le responsabilità di alcuni governanti e di alcune organizzazioni sia nella repressione dei popoli indigeni che abitavano il continente prima delle colonizzazioni, sia nella realizzazione delle “riserve”, sia nella segregazione razziale; né le responsabilità per l’appoggio dato a Governi dittatoriali soprattutto del sud America. La necessità di difendersi dal comunismo sovietico, non giustifica una serie di supporti equivoci dati nel corso del dopoguerra a dittature in diverse parti del mondo o ad azioni di guerra anche recenti.

Ciò che mi ha convinto a considerare una non grande <conversione> da parte del cattolico Novak (e immagino di molti conservatori moderati statunitensi) è stata l’ultima battuta dell’intervista: “Condivido le preoccupazioni di buona parte del mondo cattolico per l’avanzata di Donald Trump verso la nomination repubblicana. Ma se lo scontro a novembre fosse fra lui e Hillary Clinton sarei in difficoltà. Sappiamo che Clinton è al 100% pro aborto, pro matrimonio gay e che non difenderebbe l’obiezione di coscienza. Se vince, sarà nella posizione di nominare almeno tre giudici della Corte suprema, che influenzeranno pesantemente la giurisprudenza e la società americane per 30 o 40 anni. In coscienza, come cattolico non posso votare per lei”.

Mi auguro che significhi un voto di astensione; potrei anche capirlo (anche a me, per alcune ambiguità, non convince totalmente la Clinton). Anche se, con un tale atteggiamento, i cattolici come Novak dimostrerebbero di restare dei clerico-moderati e di non partecipare al cambiamento profondo che è richiesto oggi alla politica dell’occidente. E non oso immaginare cosa pensasse se fosse stato Sanders il candidato democratico! Che Novak non abbia altrettante motivazioni (quante ne porta contro Hillary) che lo dissuadano dal votare un personaggio come Trump significa, secondo me, che lo ritiene pericoloso ma non al punto da opporvisi con decisione e con la lucidità che un conoscitore della Dottrina Sociale dovrebbe avere.

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