Kairos. Che Albione se ne vada!

Mauro Fornaro

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Kairos, che non è Chronos, per i Greci era il tempo qualitativo degli eventi epocali, momenti di svolta e dunque anche di occasioni storiche. L’Europa, dovendo ormai superare  il disappunto dei tanti –  forse la maggioranza di italiani e di europei  dell’UE  – per i risultati del referendum in Gran Bretagna, si trova in un frangente critico, che può significare l’inizio dello sfascio dell’Unione o al contrario l’occasione di un rilancio.

La Gran Bretagna ha voluto andarsene: è un male, ma fino a un certo punto.  Quanto ai suoi guai, dovrà vederseli lei e non tanto gravi appaiono i danni economici, superabili, quanto piuttosto  ben più gravi quelli politici:  due delle quattro nazioni che formano il Regno Unito (Scozia e Irlanda del Nord) , convinte europeiste, andranno a chiedere verosimilmente un referendum di secessione da Inghilterra e Galles.  Del resto  la Gran Bretagna si è sempre posta in una posizione ambivalente verso l’unità europea, divenendo così  un convitato piuttosto scomodo nell’Unione:  fece già difficoltà a entrarvi, per altro tenendo  anche allora (1975) un referendum; rinunciò poi a partecipare alla moneta unica; ha goduto infine di norme speciali e altre ancora, alquanto favorevoli, il primo ministro Camerum ha ottenute il febbraio scorso, per convincere i concittadini britannici al remain. Dunque la gran Bretagna è stata e sarebbe ancora una palla al piede in vista di auspicabili maggiori integrazioni tra i ventotto dell’Unione. Che dunque se ne vada quanto prima dalla varie istituzione dell’UE a definitiva chiarificazione, e non faccia ancora un doppio gioco, dilatando il più possibile il tempo dell’uscita, come sembra si stia profilando col nuovo primo ministro in pectore, l’avventuroso Boris Johnson

E il male nostro, cioè degli altri Paesi dell’Unione? Quello economico prima o poi troverà ammorbidimento (le paure espresse dalle borse sono senz’altro  speculazioni  eccessive). Il pericolo politico è invece serio, in quanto la vicenda britannica funge da esempio da seguire per altri Paesi euroscettici,  avviando referendum secessionisti verso  l’Unione e/o verso l’Euro (come accaduto lo scorso anno in Grecia, ma in altro contesto). Sarebbe l’ inizio del disfacimento. Ma il distacco della Gran Bretagna può essere letto anche come formidabile occasione per  serrare i ranghi contro l’euroscetticismo,  rafforzando politicamente l’Unione da una parte, modificando le sciagurate politiche economiche dall’altra parte.  E un surplus di unione politica è la condizione perché seguano politiche economiche all’insegna della crescita, oltre che davvero convergenti tra i vari Stati, i cui cittadini altrimenti sentirebbero ogni misura di contenimento della spesa un’imposizione di Bruxelles.  

A riguardo di decisioni che significhino davvero una svolta, i Paesi dell’Unione non possono procedere con la pletora di 28 “teste”, ora 27, che dovrebbero trovare ampie convergenze. Occorre invece che Germania, Francia e Italia, cioè il nucleo forte del Paesi fondatori e più importanti per popolazione e per dimensioni economiche, incrementino anzitutto tra esse stesse l’integrazione; gli altri Paesi potrebbero o meglio dovrebbero poi seguire. Passi in avanti vanno fatti nella convergenza delle economie e dei sistemi bancari , ma pure dei sistemi fiscali; nell’integrazione delle forze di polizia e dunque dei Ministeri degli interni (in vista della lotta al terrorismo e delle politiche relative all’immigrazione); nell’armonizzazione delle politiche estere (è una vergogna il comportamento tenuto attualmente dalla  Francia in Libia, con l’appoggio di fatto del dittatore egiziano al-Sisi), incominciando con un direttorio di coordinamento e,  come primo tangibile segnale, con l’unificazione delle ambasciate nei Paesi extracomunitari. Infine una maggiore integrazione delle Forze armate. I tre step di integrazione appena delineati  (economia-finanza, Ministeri degli interni, politica estera e forze armate) sono certo di impegnatività crescente; ad essi  sul piano dell’architettura istituzionale va aggiunta la riforma del Parlamento europeo, con l’attribuzione di crescenti poteri , inevitabilmente a scapito di Parlamenti e governi  nazionali (non si può avere, come si suol dire, la botte piena e la moglie ubriaca).

E’ certo un lavoro enorme, per il quale occorrono statisti visionari – visionari nel senso del visionnaire francese, cioè colui che ha grandi visioni, e non nel senso dell’illuso utopista. Altrimenti di che cosa andranno a discutere oggi pomeriggio i capi della “Triplice” (Merkel, Hollande e Renzi)? Restare solo sulla difensiva per parare i danni dell’uscita della Gran Bretagna, è avviarsi a perdere la partita dell’unità europea. Ma che “i Nostri” abbiano il livello dello statista con la S maiuscola, che sa guardare lontano, è cosa di cui dubitare alquanto, tanto più se cedono alle momentanee preoccupazioni, provenienti dai rispettivi Paesi (elezioni il prossimo anno in Francia e in Germania, indebolimento del  Pd  e di Renzi  in Italia). C’è solo da sperare nel miracolo per cui anche i conigli, pressati dalle circostanze, a volte possano diventare leoni

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