Il PD ed i ballottaggi del 19 giugno

Massimo Brina (*)

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L’esito del secondo turno alle elezioni amministrative 2016 ha lasciato l’amaro in bocca a molte forze politiche, dico molte perché in realtà il risultato è decisamente eterogeneo per tutti, atteso che in molti comuni il M5S ha raggiunto appena il 10% dei voti ed in altri il centrodestra ha perso amministrazioni importanti in territori dove aveva consolidato la sua egemonia.

Detto questo non voglio esautorarmi dal valutare la tornata elettorale per il PD che, accanto a risultati significativi come Milano e Bologna (ma anche Cagliari e Varese) ha riportato due clamorose sconfitte nella prima e nella quarta città d’Italia.

Se il dato di Roma veniva in qualche modo già dato per scontato, sia per l’epilogo della Giunta Marino sia per il risultato del primo turno, considerazione analoga non può essere fatta per Torino, città governata da 23 anni dal centrosinistra, con un candidato di prestigio che aveva riportato un ottimo risultato al primo turno e soprattutto con un’ottima fama, generalmente riconosciuta, acquisita per le scelte compiute in questi anni e per aver consolidato nel capoluogo piemontese un nuovo ruolo diverso da quello storico di città industriale.

I motivi che hanno portato a questo risultato sono oggetto di discussione e certamente il dibattito continuerà per molto tempo alimentato dalle indagini conoscitive che si svilupperanno prossimamente.

Un dato però è certo: aver governato una città bene, individuando gli assi portanti su cui determinare un nuovo sviluppo ed averli perseguiti senza incappare in incidenti giudiziari o di mala gestio della cosa pubblica, non è di per sé sufficiente per confidare in un successo rinnovato.

Nella società italiana degli ultimi anni per effetto della crisi, che in realtà nella vita reale dei cittadini non accenna a mollare la presa (almeno per quelli che ne sono rimasti coinvolti perché altri ne sono rimasti solamente lambiti) nonostante dati macroeconomici di ripresa, è scattata una repulsione per la conservazione e la continuità dei gruppi dirigenti anche quando questi ultimi sono riusciti a darsi una parvenza tecnocratica ed efficientistica. I ruoli devono “girare” e probabilmente in futuro non sarà più possibile professionalizzare l’attività politica attraverso le istituzioni. I cittadini hanno certamente visto nel M5S gente fresca e non legata a situazioni consolidate nel tempo.

Inoltre, la crisi spinge ad atteggiamenti moralistici anche in quei paesi la cui cultura non è improntata al calvinismo-ascetico, con la conseguenza che, quando le cose non vanno bene per tutti, la politica deve astenersi dal circondarsi di personaggi ambigui che inducono al sospetto del comitato d’affari o della mediazione tra scelta amministrativa ed impresa privata che quella scelta deve realizzare: non vi è dubbio che i numerosi scandali che hanno colpito amministratori del PD in diverse città d’Italia hanno certamente agevolato il consenso verso il M5S. Così come la valorizzazione delle piccole cose quotidiane, come la sicurezza nei quartieri, la manutenzione del verde e delle strade urbane vengono oggi percepite con maggior interesse rispetto alle grandi strategie di sviluppo economico: questo anche laddove le grandi strategie di sviluppo economico non sono rimaste nell’ambito della letteratura!

Ciò detto il tempo dei sindaci che, compiuti un po’ di lavori pubblici ed assunti qualche decina (o centinaia a seconda delle dimensioni) di dipendenti vincevano a man bassa il secondo mandato, è finito per sempre ed Alessandria è stata tra le prime città ad evidenziare questo dato.

Se questo è vero i partiti politici devono, prima di compiere le scelte, acquisire le opportune indagini conoscitive ed attivare, secondo i rispettivi statuti, i percorsi necessari per portare i rispettivi partiti (e non soltanto il gruppo dirigente pro tempore) verso il successo elettorale.

Oggi il PD ha al suo interno una forte vitalità, la quale deriva anche dalla sua eterogeneità, che se da un lato porta ad una conflittualità accesa, dall’altro consente anche di individuare figure e progetti che potenzialmente sono in grado di vincere ogni sfida e di ribaltare in poco tempo situazioni pericolose: è successo nel 2014 a livello nazionale e può essere replicato, come è avvenuto in alcune città d’Italia, ma a condizione che l’impronta riformista del Partito non perda di smalto ed il partito sia disponibile a valorizzare quella parte autenticamente (e non tatticamente) riformatrice. Anche e soprattutto in ambito economico.

(*) Segretario del PD di Alessandria

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