Fine di Renzi (e del PD)?

Marco Ciani

Roma: termina comizio Raggi a Ostia, in piazza coro "Onest‡"

La politica è una dimensione strana, dove le previsioni sono sempre complicate, e molto spesso fallaci. Troppi intrecci e troppe varabili imprevedibili, anche dell’ultimo minuto, finiscono per condizionarne in modo determinante l’esito.

E tuttavia…

Tuttavia, dicevamo, a meno di clamorose ed inimmaginabili rimonte, la sorte dell’attuale premier e segretario del PD, del suo partito, del suo governo, al 20 giugno 2016, sembra avviata verso un ineluttabile destino. Un destino che troverà probabilmente nel referendum costituzionale di ottobre uno scoglio insormontabile.

Renzi paga oggi un acconto sulla fattura che potrebbe arrivargli in autunno. E paga l’arroganza (che in politica ė sempre fatale, prima o poi, ma è sempire e solo una questione di tempo); il mancato ascolto delle istanze sociali e la troppa vicinanza con manager e finanzieri; il non aver portato avanti il rinnovamento radicale nel suo partito (la classe dirigente periferica ė rimasta sostanzialmente la stessa, salvo il cambio della casacca); il non aver chiuso i conti con la minoranza interna, lasciata libera di sabotare l’azione del partito e del governo sostanzialmente senza conseguenze (a differenza del M5S che, nel frattempo, ne ha espulsi non pochi); il non aver presidiato lo strumento delle primarie che avevano funzionato bene – ad esempio a Milano con Pisapia – degenerate fino a produrre voti di scambio devastanti per la credibilità dello strumento, mito e rito fondativo del PD, come sosteneva l’inventore dell’Ulivo, il professor Arturo Parisi.

In sintesi, Renzi a cui pure vanno ascritte riforme importanti e già dimenticate, non ė riuscito a dar seguito alla spinta innovatrice (definita sinteticamente “rottamazione”) che lo aveva portato al successo travolgente delle elezioni europee di due anni fa. La mancata evidenza di risultati economici tangibili e percepiti anche dalle classi meno abbienti chiude il quadro.

Il messaggio consegnato ieri dalle urne,salvo sorprese, non lascia molto spazio a ipotesi alternative. Si è constatato che la tentazione di dare la spallata definitiva ad un sistema ormai inviso (e mai realmente stabilizzato dalla nascita della Seconda Repubblica in avanti) appare fortissima. E si innesta sulla spinta di un vento più globale che pervade tutto il mondo occidentale impoverito e reso insicuro dalla crisi.

L’avanzata imponente di Trump in America, di Madame Le Pen in Francia, di Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, Alternativa per la Germania, Partito della Libertà in Austria, Ukip nel Regno Unito…sono segnali convergenti di un malessere che trova in formazioni e personaggi “originali” la sua valvola di sfogo elettorale.

In questo panorama però va colta un’asimmetria. La destra e la sinistra tradizionali, pur entrambe ridimensionate, non sono sullo stesso piano. Chi paga il conto più salato è decisamente la sinistra social/democratica che rischia, se non di sparire, di essere relegata quasi ovunque in posizioni marginali o accessorie a coalizioni con i conservatori.

In Grecia l’avanzata del partito di Alexis Tsipras ha spazzato via il Pasok. In Spagna le prossime elezioni relegheranno il Psoe al rango di terza forza dopo i Popolarie ed il movimento populista di Pablo Iglesias. In Francia i sondaggi danno il presidente Hollande addirittura quarto alle prossime elezioni per l’Eliseo. Non se la passano molto meglio i socialdemocratici tedeschi, scesi ormai sotto il venti percento, né i loro cugini austriaci che nelle ultime presidenziali hanno racimolato appena il dodici percento dei suffragi.

Più solida appare la destra democratica, in quanto fortemente condizionata da una base sociale borghese che predilige la stabilità e tendenzialmente rifiuta le avventure (come sarebbe, ad esempio, l’uscita dall’Euro); ovvero, in altri termini, che predilige le condizioni più favorevoli per lo sviluppo degli affari economici. Diverso, dicevamo poc’anzi, il caso della sinistra socialista, in crisi di rapporto con la propria base storica. Le classi più disagiate e colpite dalla crisi costituiscono infatti il principale serbatoio di voti per i partiti/movimenti che incarnano il cambiamento. Ne è testimonianza il fatto che a Roma e Torino il PD ha vinto in centro e nei quartieri benestanti, mentre ha perso in quelli popolari.

Tornando alle cose italiane, vi è dunque una concreta possibilità che da qui a ottobre si consumi la crisi definitiva di un percorso politico, quello che in molti hanno sintetizzato con l’appellativo di PdR, ovvero Partito di Renzi, o anche, con qualche variazione di tono, Partito della Nazione. Questa fase sembra destinata a giungere presto al suo epilogo, con il referendum di ottobre.

Dei risultati di ieri, credo sia opinione condivisa, il più clamoroso è stato quello di Torino. A Roma infatti la vittoria di Virginia Raggi era ampiamente prevista, in quanto successiva alla gestione disastrosa del PD romano, a mafia capitale, alle dimissioni roccambolesche di Ignazio Marino. Ed a molti anni di mala gestione della cosa pubblica.

Torino no. Infatti viene da un periodo particolarmente lungo di buona amministrazione che ne ha rilanciato sia l’immagine che la vivibilità. Certamente senza pretesa di aver esaurito tutti i problemi non risolti che una città, ancorché ben governata, deve mettere in conto. Oltretutto guidata da un sindaco che non era inviso ai cittadini.

Ma la forza del vento anti/casta e la tenaglia prodotta dalla convergenza dei voti di destra sui 5 Stelle hanno realizzato ciò che a prima vista poteva anche apparire una velleità: espugnare la più robusta delle roccaforti del PD (perfino la rossa Bologna aveva conosciuto dopo la fine della Prima Repubblica, con Guazzaloca, amministrazioni non progressiste, mentre Torino no).

Quello che è accaduto sotto la Mole rischia concretamente di essere un presagio di quanto potrebbe succedere ad ottobre. Ma quali tappe è realistico attendersi da qui al referendum?

A mio avviso (anche se come dichiarato nella premessa le previsioni, in politica, sono sempre ad alto rischio) è probabile che nel poco tempo che manca da qui all’inizio dell’autunno, nè Renzi, nè il PD, nè tantomeno il governo, riescano a modificare in modo significativo la tendenza.

Al contrario, penso che nel PD la minoranza alzerà i toni contro il suo segretario e premier, in questo ricordando molto quei peones della Dc e del Psi che durante Tangentopoli, vista la falla apertasi nelle rispettive imbarcazioni, tentavano di salvarsi attaccando il capitano di bordo ed il suo equipaggio. Come andò a finire è ormai storia. In ogni caso, tale atteggiamento avrà l’effetto di indebolire ancor più la leadership di Renzi, che forse sarà tentato da un coup de theatre stile Berlusconi, ma ormai fuori tempo massimo.

Anche gli alleati minori, Alfano e Verdini più quel che resta di Scelta Civica, nel panico generale, dovranno decidere cosa fare e alla svelta, a meno di non voler vedere le residue e striminzite truppe accasarsi per conto proprio e senza di loro. Normalmente, in scenari del genere, la politica più gettonata è il “si salvi chi può”, purchè la legislatura duri fino alla scadenza naturale (cosa delle quale io dubito fortissimamente).

La destra, che tra l’altro ieri non ha vinto in nessuna delle città maggiori ed ha pure perso tutti i capoluoghi della Lombardia (se Atene piange, Sparte non ride…) riportando un risultato che in altri momenti sarebbe assomigliato molto ad una disfatta, divisa e incerta com’è, stante la confusione sul dopo Cavaliere, può solo mirare ad abbattere il premier, nella speranza di sostituirsi prossimamente alla sinistra come competitor principale dei grillini.

In quanto al Movimento 5 Stelle, viaggia come è di tutta evidenza col vento in poppa. Certo, ci fosse ancora un anno prima del referendum, potremmo cominciare a vedere i frutti buoni e/o cattivi delle nuove amministrazioni pentastellate. Perchè un conto è fare opposizione, un altro governare. Soprattutto quando si tratta di città complesse con problemi cronici come la capitale. Ma da qui ad ottobre il tempo per tirare le prime somme, ragionevolmente, non ci sarà. E quindi, passate le vacanze estive, ormai in prossimità del referendum, nessuno potrà formulare giudizi sensati sulle mosse dei nuovi sindaci.

In questo scenario, la cosa più probabile è che al referendum che sarà ormai a tutti gli effetti un plebiscito contro Renzi, prevalga il no.

A quel punto l’ex sindaco di Firenze non potrà che farsi da parte. E sarà la fine sua, del suo governo e forse anche del suo partito, che uscirà dalla consultazione con le ossa rotte, con buona pace anche della minoranza interna la quale si illude di poter recuperare l’irrecuperabile.

La palla passerebbe allora nelle mani del Presidente Mattarella, al quale spetterebbe innanzitutto una difficile opera di rassicurazione dei paesi esteri e dei mercati internazionali, il cui credito residuo al nostro paese derivava principalmente dalla fiducia, giusta o mal riposta che fosse, nella capacità del governo Renzi di portare avanti le riforme.

Ovviamente la speculazione e gli investitori non starebbero fermi ed i rischi per una ripartenza a razzo dello spread, che potrebbe riportarci a scenari da incubo come quelli vissuti a fine del 2011, potrebebro manifestarsi in tutta la loro virulenza.

Nel frattempo costituire un governo di emergenza sarebbe molto complicato, sia per lo stato confusionale del PD, sia perché in molti sentirebbero l’odore di imminenti elezioni. E, cosa di non poco conto….l’Italicum sarebbe già in vigore da luglio. Ricordiamo infatti che la nuova legge elettorale non sarebbe pregiudicata da un esito negativo del referendum.

Pertanto, nella più rosea delle previsioni, il parlamento potrebbe al massimo modificare la legge elettorale per renderla coerente nei due rami del Parlamento, in modo che non si voti con il ballottaggio alla Camera e con una legge pressoché proporzionale al Senato, garantendo, salvo sorprese, l’ingovernabilità per il tempo a venire.

Ma chi dovrebbe fare tale accordo? Un PD allo sbando? Forza Italia nelle condizioni attuali? La Lega di Salvini? Grillo? Se non è la tempesta perfetta, gli assomiglia molto. Se sia invece solo fantasia, lo vedremo presto.

Concludo come ho iniziato. Fare previsioni in politica è sempre difficile. E spesso chi ha l’audacia di esporsi in questo gioco viene smentito dalla realtà. Si tende sempre a ricordare solo e soltanto i pronostici azzeccati, rimuovendo le valutazioni erronee. Invece spesso sbagliamo nel guardare la sfera di cristallo, io per primo. Ma allo stato, purtroppo, il poco tempo che ci separa dalla prossima consultazione mi induce a tentare. Sperando che i fatti si incarichino di smentirmi.

Resta il fatto che si apre, da qui a pochi mesi, una delle fasi più delicate e rischiose della storia italiana recente. Su questo almeno, mi sento piuttosto tranquillo.

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