LA PASSIONE ED IL DISINCANTO. Dossetti e “Cronache Sociali”

Agostino Pietrasanta

dossetti2

(Nei giorni scorsi è stata presentata, prima ad Alessandria (Cultura e Sviluppo) e poi a palazzo Robellini ad Acqui Terme, un’antologia di scritti tratti da “Cronache Sociali”, la rivista del gruppo dossettiano, pubblicata dal 1947 al 1951. Si tratta di un testo di estremo interesse, sia per gli scritti scelti, sia perché dopo l’antologia precedente, curata da Marcella Glisenti e Leopoldo Elia, nel 1961, non c’era più stata alcuna iniziativa editoriale analoga e la succitata antologia non era più disponibile.

Richiesti da alcuni amici presenti alle serate o assenti perché impossibilitati a partecipare, pubblichiamo la presentazione proposta da Agostino Pietrasanta, prima degli interventi degli autori, Giuseppe Sangiorgi e Gian Luigi Capurso. Ap)

Il 23 febbraio 1948, e dunque a meno di due mesi dalle elezioni del 18 aprile, Dossetti scrive una lettera ad Attilio Piccioni, in quel momento segretario politico della Democrazia Cristiana; egli è ormai convinto della impossibilità di una composizione della sua idea di democrazia, di partito e di politica sociale con quella di De Gasperi, con cui condivide tuttavia la scelta democristiana. La battaglia che ha ingaggiato con lo statista trentino, ha raggiunto un livello di non ritorno e Dossetti aveva deciso già negli ultimi mesi del 1947 di non ripresentare la propria candidatura per le elezioni politiche. Infine su invito/ordine della Santa Sede, fattogli pervenire da Montini, ma per decisione della “superiore autorità”, che temeva una pericolosa frattura di  parte dell’elettorato democristiano  a favore delle sinistre, accetta controvoglia, ma dichiara a Piccioni che nel futuro non farà mai più la scelta di tradire il proprio Cristianesimo per difendere la cristianità. Ritengo significativo che Giuseppe Sangiorgi, in un passaggio della sua prefazione all’antologia che presentiamo, richiami un episodio di molti anni dopo: Dossetti ad un convegno del 1962 ( è già sacerdote e presto contribuirà in modo determinate ai lavori del Vaticano Secondo); durante i lavori sottolinea che  i grandi cattolici non hanno mai fatto una politica cattolica destinato ad una deriva clericale, ma una politica di ispirazione cristiana. Per lui le due posizioni non solo non si conciliavano, ma erano anche in contraddizione: se il regime di cristianità con le conseguenti condizioni di accordo o compromesso tra Stato e Chiesa avevano avuto un senso nell’età dell’assolutismo non poteva più aver spazio nei sistemi democratici. Per questo se in De Gasperi e talora anche per una parte delle sinistre (Togliatti stesso) il problema dei rapporti bilaterali e concordatari servivano ad evitare una conflittualità di carattere religioso, per Dossetti si trattava  di riprendere la sua tesi canonistica e di diritto ecclesiastico secondo cui veniva riconosciuto l’istituto giuridico della Chiesa come potere originario e come tale in reciproca autonomia col potere originario dello Stato. Ed in Costituente si fece interprete di questa visione che superava contestualmente il regime di cristianità e la pretesa giurisdizionalista di uno Stato che legiferava unilateralmente in materia ecclesiastica. Vorrei aggiungere, per precisione che dopo aver fatto valere la posizione nella prima sottocommissione, lo ribadì esplicitamente in aula il 21 marzo 1947 “…la disciplina bilaterale concordataria non implica confusione tra le due potestà, né limitazione della loro sovranità… né ingerenze da parte della Chiesa nello Stato, né dello Stato nella Chiesa.” Chiedo scusa di questa premessa forse fin troppo lunga, ma in ogni caso resta indispensabile sgombrare il campo da ogni interpretazione circa il pensiero e l’attività di Giuseppe Dossetti con la cifra dell’integralismo.

Vengo ad uno schematico ragionamento su alcuni punti nodali della prefazione e poi cercherò, ancora schematicamente, di raccogliere attorno a tre blocchi di intervento gli scritti di “Cronache sociali” (C.S.), scelti  da Gian Luigi Capurso per l’antologia.

La prefazione contestualizza in senso sincronico e diacronico il dibattito di C.S.; e lo contestualizza tenendo conto del complesso dibattito interno al Movimento cattolico. Mi limito a due aspetti: il primo attiene l’idea di Stato da Toniolo, quindi a cavallo dei secoli XIX e XX, attraverso Sturzo e fino agli anni del secondo dopo/guerra. C’è una sostanziale continuità che viene descritta nella sua formulazione, a mio parere, la più matura da Luigi Sturzo nel congresso del PPI a Torino del 1923. Sturzo afferma “…lo Stato non crea i diritti dell’uomo, della classe, dei comuni, della religione: soltanto li riconosce, li tutela, li coordina nei limiti della propria funzione politica”. Nasce dal contesto di questa continuità l’idea della priorità della persona della società civile e dei corpi intermedi sullo Stato, idea ribadita con forza anche dal gruppo dossettiano. Tuttavia in Dossetti ed in C.S., almeno per diversi aspetti, gli esiti sono diversi.: se Sturzo e, prevalentemente, anche De Gasperi guarderanno con sospetto l’intervento dello Stato in economia, i dossettiani ed in particolare La Pira (lo richiamerò tra poco analizzando alcuni interventi su C.S.) riterranno essenziale l’intervento dello Stato per assicurare la lotta alla miseria, ma soprattutto la piena occupazione.

Un secondo aspetto della contestualizzazione proposta dalla prefazione è lo scontro generazionale tra gli uomini del popolarismo sturziano ed in seguito soprattutto De Gasperi ed il gruppo della seconda generazione del movimento politico dei cattolici ed in particolare Dossetti.

De Gasperi era convinto del cammino positivo della democrazia liberale; andava innovata, ma la radice era del tutto positiva; tutto questo non solo concludeva per un giudizio positivo sul Risorgimento, ma su tutto il pensiero scaturito dal liberalismo a partire dal 1789 francese. Ancora al Congresso della DC, a Venezia (siamo nel 1949), durante il quale si sancì la vittoria di De Gasperi su Dossetti, egli dichiarò che i principi di libertà e solidarietà (cita il trinomio “libertà, fraternità, uguaglianza”) sono ispirati ad un evidente spirito evangelico. Su questo la frattura era totale; La Pira negò in Costituente che ci si potesse rifare alla prima Costituzione (1791) della Francia rivoluzionaria perché frutto del pensiero liberale, ma soprattutto affermò che ci si doveva riferire alla Costituzione sovietica del 1936 ed a quella della Repubblica di Weimar. I dossettiani, guidati in questo da Dossetti promossero un dibattito nella prima sottocommissione  dell’Assemblea costituente che concludeva per una scelta di libertà politiche funzionali alla crescita sociale e della persona umana. Se per De Gasperi la libertà democratica era un assoluto indiscutibile che convergeva sullo stesso fine con la giustizia sociale, per i dossettiani era sì indispensabile, ma funzionale  e strumentale ad un progetto sociale.

Peraltro il primo scontro duro ed esplicito tra De Gasperi e Dossetti avvenne sulla questione del Referendum istituzionale. Il deputato reggiano, convinto repubblicano accusava De Gasperi di essere monarchico e solo per questo motivo favorevole ad un Referendum; non credeva alla buona fede del Presidente del Consiglio che, al contrario, temeva un ripiegamento del proprio elettorato in parte monarchico e le pressioni della Chiesa il cui consenso era importante per le difficili scelte democratiche dei cattolici.

In questo quadro di riferimento si capisce il ruolo della rivista C.S. Nasce sotto la direzione di Giuseppe Glisenti, ma è ispirata direttamente da Dossetti con la collaborazione più sistematica di Lazzati, La Pira e Fanfani. E nasce col primo numero il 30 maggio del 1947 quando si sta preparando il quarto ministero De Gasperi, il primo senza la collaborazione delle sinistre. Non mi soffermo sulle ragioni complesse dell’esclusione scelta dal Presidente del Consiglio; resta interessante invece la posizione di Dossetti sullo specifico della questione. Egli scrive, al riguardo sul primo e secondo numero della rivista. C’è da precisare che se può considerarsi una sciocchezza ragionare di un comunismo dossettiano, rimane il fatto che il leader di C.S. già nel febbraio del 1945, quando dopo essersi definitivamente convinto della necessità per la presenza cattolica di un partito autonomo (prima aveva espresso contrarietà e dubbio), scrive una lettera ai parroci della montagna dove si reca per la scelta di una Resistenza combattente; in tale lettera sostiene con dichiarazione esplicita, che il capitalismo contiene radici più anticristiane dei movimenti che gli fanno opposizione.

In ogni caso, e per estrema sintesi, Dossetti non contesta, almeno nelle forme del consenso parlamentare, le scelte di De Gasperi, ma ritiene indispensabile che lo spirito della collaborazione fra i partiti di massa non venga rimosso e che la prospettiva di qualche convergenza non sia esclusa, soprattutto non può essere ignorata una politica economica svincolata dalla sola preoccupazione della ragione monetaria. Per Dossetti la collaborazione dei partiti di massa costituirebbe, se ancora possibile la realizzazione dello spirito della Resistenza e si sbilancia a citare Sturzo (i due non si amavano, ma Dossetti, lo cita ogni volta che può servire ai suoi ragionamenti) che alcuni mesi prima (ottobre 1946)  aveva dichiarato“…l’Italia oggi non risolverà i suoi problemi senza l’intesa politica fra i tre partiti di massa”.

Siamo nel maggio/giugno del 1947; l’anno dopo, a seguito delle elezioni politiche del 18 aprile, a fronte di una vittoria dai risultati insperati della DC ed a fronte delle entusiastiche reazioni di gran parte del mondo cattolico e delle forze moderate, C.S. Pubblica una serie di ragionamenti articolati e di una complessità inedita sui media dell’epoca. Gli interventi sono moltissimi e sono richiesti a personalità anche di diverso orientamento politico; l’antologia riporta tutto il dibattito a cui mi permetto di rimandare, ma Glisenti alla vigilia delle elezioni e Dossetti in un suo intervento successivo sottolineano il pericolo di un blocco conservatore che, dato un contributo sostanziale alla vittoria,  avrebbe potuto stoppare un programma sociale e l’autonomia della DC per un progetto cristianamente ispirato; partiti minori, sostenitori di interessi propri delle forze moderate e di destra, avrebbe potuto condizionare la collaborazione di governo.

Vengo ad un secondo blocco di interventi di C.S., quello della “povera gente” completamente sostenuto da Giorgio La Pira.

L’antologia pubblica i tre interventi sull’argomento: uno dell’autunno del 1949 (“Il governo delle cose possibili”: stava per essere varato il VI governo De Gasperi); e due del 1950, (“L’attesa della povera gente, gennaio e La difesa della povera gente,marzo). Siamo ormai nel secondo periodo di C.S. tuttavia la rivista già nel corso del 1947 e soprattutto del 1948 aveva affrontato alcuni problemi che ritroviamo negli interventi lapiriani, descrivendo ed informando i suoi lettori sull’attività e sui programmi del governo laburista inglese al potere dal 1945. Mi permetto il richiamo perché quando nei primi anni cinquanta De Gasperi scriverà a Pio XII sottolineando che un “certo laburismo cristiano” metteva a rischio, sulla sinistra l’unità politica dei cattolici, aveva evidentemente presente la prospettiva del dossettismo e degli articoli di C.S. che avevano parlato di cristianesimo e laburismo, anche con riferimento ad una politica della piena occupazione.

Gli articoli sono molto complessi, ma la preoccupazione di La Pira è soprattutto attenta, per l’appunto, alla piena occupazione; tuttavia ciò che colpisce è la complessità dell’impianto concettuale e di riferimenti sia al testo sacro, sia alla teologia classica del cristianesimo, sia agli economisti dell’età contemporanea. Sono interventi che vanno letti; basti richiamare la continua insistenza dell’autore sul significato della presenza nel lavoro della “povera gente”; si tratta di persone che non pretendono l’impossibile, ma che attendono che l’intervento dello Stato crei le condizioni sia attraverso l’iniziativa privata, sia  direttamente a risolvere la piaga della disoccupazione. Non ci sono i tempi per dire di più, ma le proposte e le conclusioni di La Pira suscitano un’interesse di cui l’antologia da conto, ma che provocano una serie tanto numerosa di consensi e di contestazioni che nasce l’ultimo intervento intitolato “La difesa della povera gente”. Purtroppo, secondo alcuni per fortuna, la rivista marcava le sue ultime battute, anche per una specie di disincanto (il titolo dell’antologia) che cominciava a provare lo stesso Dossetti, dopo il Congresso della DC a Venezia agli inizi di giugno del 1949; tanto che si può ritenere logica l’ipotesi dell’antologia (ipotesi che però, lo vedremo, mi lascia perplesso,) che l’ultimo scritto di Dossetti su C.S. sia del novembre dello stesso anno, nonostante la rivista abbia continuato le sue pubblicazioni fino all’ottobre del 1951.

Accenno di sfuggita alla questione del Patto atlantico, ratificato nell’estate del 1949. Dossetti era contrario, ma dopo aver votato contro, nel gruppo parlamentare, in aula dette voto favorevole, ossequiente alla maggioranza scaturita dal dibattito nel partito. In ogni caso C.S.  espresse alcune delle valutazioni tra le più lucide sul problema. La politica estera del rovesciamento delle alleanze  per l’Italia non è più possibile; necessita uno schieramento o con l’Occidente o con le posizioni neutrali per concorrere al dialogo tra i blocchi (Eugenio Minoli, settembre 1948). Oppure prendere atto della fine dello Stato nazionale (Baget Bozzo ottobre 1949 una delle analisi più lucide sull’argomento) che era nato nelle strutture dell’assolutismo; benché abbia interpretato una svolta democratica la sua ragione costitutiva è lo Stato moderno, lo Stato assoluto; ora superato lo Stato nazionale, c’è il pericolo  che i due blocchi mondiali(Est/Ovest) instaurino un percorso di conflittualità dagli esiti non prevedibili. Solo un’ Europa non schierata e realmente realizzata in unità può farsi interprete di una politica di equilibrio e di pace tra i due colossi, evitando un confronto tra  pericolosi opposti  imperialismi tra i quali l’Europa sarebbe schiacciata.

Gli altri interventi di C.S., tutti riportati dall’antologia, sia pure con approcci diversi convergono sull’obiettivo; rivestono un particolare interesse i contributi di Achille Ardigò del marzo 1949 e di Aldo Garosci, esponente di spicco del socialismo italiano, pubblicato nel mese di aprile.

Concludo velocemente. C’è un articolo di C.S. che l’antologia non attribuisce a Dossetti dal momento che siamo a maggio del 1951 (Dossetti non avrebbe più scritto dal novembre del 1949), intitolato “Tattica elettorale”; in effetti il contributo non è firmato. Nell’incipit dell’intervento viene citato un contributo di Sturzo nel periodo del PPI in cui si attaccano i patti clerico/moderati che nel linguaggio dossettiano si trasformano nelle alleanze della DC con i partiti moderati e conservatori. Alleanze rispetto alle quali Dossetti si sente incompatibile tanto da lasciare la politica. Il padre gli dice “che stanco di fare la Rivoluzione nello Stato, andava a tentare nella Chiesa”. C’è riuscito?

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One thought on “LA PASSIONE ED IL DISINCANTO. Dossetti e “Cronache Sociali”

  1. Ho sempre ammirato Dossetti, per la sua profonda coerenza: certo, risentire i nomi di Glisenti, Lazzati, il “francescano” La Pira (che, se non ricordo male, la destra fece passare per pazzo), Baget Bozzo, sommo analista politico, che conoscevo perché diceva Messa alle ore più strane nella mia parrocchia S. Cuore di Carignano, il suo rispettoso pluridecennale conflitto con Siri, prima della senile adesione al berlusconismo, mi ricorda i grandi sacerdoti dell’epoca: don Mazzolari, padre Turoldo, frate Fabbretti, don Milani (altro profeta incompreso), padre Balducci, don Di Liegro, don Zeno (altro “pazzo”), e l’Italia prima del boom, così lontana e così vicina.
    Stavolta però Agostino ha scritto non un articolo, bensì un saggio breve, che meriterebbe maggiore estensione. Ribadisco, a mio avviso, sempre da storco, e non da politico, per fortuna.

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