Tra elezioni amministrative e referendum di ottobre: riflessioni sparse sulla democrazia del leader e sul futuro della democrazia

Patrizia Nosengo

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(Prosegue il dibattito sul futuro della politica, che ha visto finora intervenire Marco Ciani, con Politica, Giacomo D’Alessandro, con Sale della terraFranco Livorsi, con Fare politica nel mondo d’oggi,  Carlo Baviera con Quando destra e sinistra non soddisfano e Angelo Marinoni, con Un po’ di Politica. Oggi si inserisce nella discussione, con un gradito e prezioso ritorno, l’amica Patrizia Nosengo).

In questa nostra parentesi cronologica, tra doppio turno delle elezioni amministrative e referendum sulla riforma costituzionale, gran parte del dibattito politico italiano pare affondare tra i banchi di sabbia e gli scogli affioranti delle guerre di corrente interne al PD e delle contrapposizioni tra lo stesso Partito Democratico e le piccole formazioni politiche che faticosamente annaspano alla sua sinistra: un dibattito enfatico, fazioso, dai toni e dalle argomentazioni quasi calcistiche, troppo spesso lacerato e radicalizzato da una logica schmittiana amico-nemico, pregna di passionalità esacerbate e meschini e asfittici personalismi; soprattutto, un dibattito strumentale ai tatticismi di partito e del tutto noncurante – sin quasi alla paresi inane e all’irresponsabile oblio – di ciò che accade intorno, nella società e nella politica. Eppure è soltanto nell’abbandono della miserrima miopia del qui e ora che è possibile affrontare gli snodi concettuali intorno ai quali, sia pure, come dicevamo, strumentalmente, tale dibattito si costruisce e configura, vale a dire i temi della cosiddetta “democrazia del leader” (e, di conseguenza, della partecipazione democratica, dei rapporti tra legislativo ed esecutivo, del ruolo dei partiti) e delle grandi trasformazioni in atto nella società europea, a causa delle ondate migratorie di massa dal sud e dall’est del mondo.

In effetti,  se il principio dell’universalità dei diritti degli individui, compresi il diritto prioritario alla sopravvivenza e il diritto a una vita dignitosa, in una democrazia quanto più possibile sostanziale, è incontrovertibile, è pur vero che le grandi migrazioni di popoli verso l’Europa, da un lato e la globalizzazione economica e culturale, dall’altro, hanno generato una condizione di estrema complessità, dinanzi alla quale non sono pochi coloro che invocano soluzioni almeno apparentemente semplificatorie, quale l’identificazione di uomini forti, in grado di governare con rapido e fermo decisionismo la crisi in atto in Occidente e le sue conseguenze fondamentali, dalla crisi economia globale, alla multiculturalità locale; dalla disaffezione alla partecipazione democratica, alla fine delle grandi narrazioni del XIX e XX secolo e quindi alla fine degli schieramenti politici così come li abbiamo fino a oggi conosciuti.

Si inseriscono in questo contesto, a mio avviso, il dibattito italiano sulla riforma costituzionale e gli stessi risultati delle elezioni amministrative in fieri in questi giorni, elezioni nelle quali si configurano l’assenza di autentiche alternative bipolari e la preoccupante avanzata dei movimenti politici populistici, a detrimento soprattutto della sinistra e del centro-sinistra.

Per quanto concerne la riforma costituzionale in Italia e le sue conseguenze, occorre anzitutto richiamare i presupposti storici che sorreggono le istanze di trasformazione della Repubblica dei partiti della Carta costituzionale del 1948 in una “democrazia del leader”, nella quale vi sia una crescente prevalenza dell’esecutivo rispetto al legislativo. Tali presupposti sono sostanzialmente individuabili nel dibattito sulla “Seconda Repubblica”, apertosi di fatto già a pochissimo tempo dall’entrata in vigore della Costituzione italiana. Infatti, come benissimo scrivono Nadia Urbinati e David Ragazzoni in un recente, preziosissimo libro edito da Cortina, La vera Seconda Repubblica. L’ideologia e  la macchina, l’ideologia della Seconda Repubblica, incentrata intorno allo svuotamento di tre concetti nodali per la struttura democratica – vale a dire, i concetti di Parlamento, Partiti e Governo – “è stata una macchina messa in moto negli anni immediatamente successivi all’ordinamento repubblicano, dai critici della democrazia parlamentare, che lamentavano <<l’impotenza dell’esecutivo >>, e ha progressivamente preso velocità nel corso dei decenni attirando un numero sempre maggiore di sostenitori.” [pagg. 20-21] In essa, si sono sviluppate la critica al “parlamentarismo” e al Parlamento come luogo di dibattito asfittico e frenante rispetto a ipotetiche istanze di rapidità delle decisioni dell’esecutivo (con un’evidente influenzamento di quella contrapposizione tra pensiero e azione tanto cara alle avanguardie artistiche e all’attivismo e volontarismo politici del primo Novecento; ma, al tempo stesso, con l’individuazione dell’effettiva tendenza storica del Parlamento italiano a legiferare troppo, o troppo poco, a seconda degli interessi dei corpi intermedi e dei corporativismi della società civile); la critica ai partiti e alla cosiddetta “partitocrazia” (critica, peraltro, non priva di fondamento, giacché persino Norberto Bobbio identificava già negli anni Sessanta una traslazione del potere politico dal Parlamento ai partiti e ai sindacati); e la postulazione di un Governo forte e decisionista, incentrato sulla figura di un leader, al cui servizio si pongano i partiti e lo stesso potere legislativo. Non casualmente, a questo proposito, molti teorici della prevalenza dell’esecutivo sul legislativo, sostenitori della riforma Renzi-Boschi, rispolverano oggi ammirazioni di sapore antilibertario per la Quinta Repubblica francese e per il suo carismatico, quanto autoritario leader, De Gaulle.

La transizione verso una democrazia del leader in Italia è certamente sostenuta e amplificata dalla particolarità della nostra tradizione politica. A tale riguardo, nel suo interessantissimo La democrazia del leader, pubblicata da Laterza nel gennaio di quest’anno, Mauro Calise osserva  che i due elementi fondativi della politica italiana sono il ruolo chiave del partito come “ammortizzatore, canalizzatore e traduttore” delle spinte politiche dal basso, vale a dire come intercettatore, traduttore e gestore della domanda dei cittadini; e l’idea di Stato, come organismo collettivo, che incorpora le masse e comprende e al tempo stesso trascende la comunità dei cittadini, divenendo corpo politico stabile, dotato di radicale autonomia. Ora, il declino delle fratture dicotomiche dalle quali i partiti di massa italiani hanno tratto i loro orizzonti valoriali (città-campagna, operai-padronato, centro-periferia, Stato-Chiesa), secondo Calise, ha generato una crescente simbiosi tra strutture di partito e strutture dello Stato e ha trasformato i partiti, da collettori della domanda di settori specifici della società, a raccoglitori indifferenziati di consenso, privi di basi sociali capaci di conferire loro coesione, forza e riferimenti valoriali. In tali circostanze, i partiti hanno potuto sopravvivere alla crisi che li contraddistingueva, mantenendo il loro ruolo centrale nell’ordinamento dello Stato, soltanto in cambio della perdita dell’autonomia e della subordinazione a leader detentori di un potere politico personalizzato, funzionale alla spettacolarizzazione della politica nella comunicazione mass-mediologica. Sono così finiti i partiti politici di massa e sono sorti, nello spazio politico che si apriva, nuovi partiti, che si autorappresentano come “pragmatici”, post-ideologici e traversali (si pensi al PD renziano e alla sua tentazione di proporsi come “il”, non un,  “partito della Nazione”), o che addirittura si definiscono come partiti personali (esempio tipico, ovviamente, è “Forza Italia” di Berlusconi).

In questa prospettiva, possiamo senz’altro ammettere con Emilio Gentile (si veda in proposito il suo recente, illuminante libro Il capo e la folla, edito da Laterza ad aprile) che l’inizio del XXI secolo assiste a un “malessere” della democrazia, il cui fenomeno più rilevante è appunto la personalizzazione della politica nella figura di un capo che si rivolge direttamente alla folla (pag. 202); una personalizzazione che, seppur non implichi necessariamente una dittatura del capo, tende a trasformare la democrazia in “democrazia recitativa”, nella quale la politica coincide con l’arte di governo del capo e i cittadini si tramutano in una folla “apatica, beota e servile” (pag. XII). In essa, il capo è “sempre più dotato di potere”, mentre la folla è “sempre più ridotta a moltitudine votante, plaudente e persino acclamante, ma del tutto priva di influenza sul potere e sulle decisioni del capo”, cosicché la democrazia diviene una democrazia “in folle”, che “va avanti solo per tornare sempre indietro” e che si configura come “raffinata forma di demagogia”, che “opera per mantenere i governati in una condizione permanente di folla apatica, beata o beota, simile alle gioiose famiglie degli spot pubblicitari” (pagg. 205-206), il cui consenso è sollecitato mediante appelli emotivi, espressi in un linguaggio elementare e drammatizzato, con la conseguente “vedettizzazione” della politica, per usare la felice definizione ellittica di Edgar Morin.

E’ certamente sorprendente la rapida trasformazione del dibattito e delle prospettive politiche degli ultimi anni: se, dinanzi alla crescente disaffezione dell’elettorato e alla crisi dei partiti, ancora nel 2008-‘9 si rifletteva sulle possibilità di una “democrazia partecipativa”, assunta come soluzione ai molti mali della politica e come virtuosa ed effettiva intermediazione – così come voluto dalla Costituzione – tra  democrazia rappresentativa e democrazia diretta, nel volgere di pochi mesi successivi ci si è rivolti invece a soluzioni di carattere opposto, nelle quali la tesi della fondamentale, imprescindibile partecipazione permanente di tutti alla gestione della cosa pubblica è stata sostituita dalla teoria contrapposta della democrazia del leader, uomo pragmatico e spiccio, vero e proprio “autos”, capo a se stante e totalmente autonomo, capace di risolvere questioni tradizionalmente irrisolte e di sanare vizi strutturali della società civile.

Tale mutamento – vera e propria rivoluzione, più che copernicana, tolemaico-aristotelica della politica – è in sé emblematico delle molte radici dell’attuale crisi della democrazia liberale: anzitutto, la prevalenza dell’economia sulla politica (iniziata nel Settecento europeo e oggi matrice comune della politica internazionale e interna alle singole nazioni, inane e muta dinanzi alle crescenti, drammatiche diseguaglianze tra ricchi e poveri); in secondo luogo, i caratteri neo-liberisti dell’economia post-capitalistica (con il suo consumismo esasperato e il suo “romanticismo neo-liberista”, che, come sottolineano Paul Ginsborg e Sergio Labate nel bel Passioni e politica, appena uscito per i tipi dell’Einaudi, governano ogni aspetto della nostra vita, a partire dalle nostre passioni, tra cui privilegiano quelle maggiormente egotiche, narcisistiche e competitive); in terza istanza, nell’era del globale del melting-pot delle popolazioni planetarie, la fine dello Stato nazionale (con i suoi esiti, concernenti i doveri e i diritti di cittadinanza, inscritti in un comune riferimento valoriale e culturale); inoltre, con la fine dei partiti ideologici, la metamorfosi dell’agire politico da prassi innovatrice e trasformativa a mera amministrazione dell’esistente (con la conseguente mutazione antropologica delle classi dirigenti in élites autoreferenziali, selezionate verso il basso e, quindi, sempre meno capaci e sempre più tracotanti, all’interno di kakistocrazie, governi dei peggiori, che si pongono come oclocrazie, governi delle masse, basati sulla demagogia e il populismo); e, ancora, il prevalere dei mass-media e dei social network, quali fonti privilegiate di informazione, elaborazione e trasmissione di (sub)cultura volgarizzata, spettacolarizzata, irrazionale ed enfatica, a fronte del sostanziale fallimento della scuola di massa, oggi derubricata a regno di autoreferenziale ludicità immemore  e a luogo mancato di educazione alla cultura, alla cittadinanza democratica e alla partecipazione informata e consapevole alla vita pubblica, ma anche svilita a luogo mancato di educazione alla scienza e alla nuova tecnologia, sempre più complessa e, quindi, sempre meno comprensibile e governabile dall’uomo della strada; infine, last but not least, il tramonto dell’Occidente e dei suoi valori, con lo svuotamento nichilistico e relativistico dei fondamenti stessi della democrazia e della cultura ebraica, socratico-platonica, cristiana e illuministica che fonda il nostro orizzonte ermeneutico (da tale svuotamento, peraltro, scaturisce quella fine dei canoni, che è causa prima dell’appiattimento della politica a litigio permanente, fondato su slogan, insulti e semplificazioni banalizzanti, nel quale l’intellettuale esperto è inteso come “accademico” astratto e inaffidabile, le cui argomentazioni sono verbalismi vuoti e inutili, se non dannosi, mentre l’ultimo dei digitatori compulsivi da tastiera nelle chat dei social network indirizza parti consistenti di elettorato, spesso all’interno di deliberate campagne politiche denigratorie nei confronti dell’avversario, orchestrate fino a ieri soltanto dal Movimento cinque stelle e oggi anche dalla corrente renziana del PD).

Forse, di tutte le grandi e gravi trasmutazioni che stanno inducendo un vero e proprio inarrestabile franare della democrazia liberale e dei suoi valori fondativi (la nozione di individuo e dei suoi diritti inalienabili, la secolarizzazione e la separazione tra fede e ragione e tra religioni e Stato, la parità di genere, la tolleranza verso la diversità e così via), quella che appare come più grave e insanabile è proprio “la morte di Dio” (vale a dire, di tutti i valori che la modernità ha tratto dal percorso cui prima accennavamo) di nietzscheana memoria, che costituisce, come affermava Heidegger, il destino dell’Occidente, che sgretola, dinanzi ai nuovi e vecchi fondamentalismi, ogni nostra difesa e che oggi permane persino nei detrattori, pentiti o non pentiti, neofiti o permanenti, dell’ermeneutica, del nichilismo nietzscheano e delle tesi stesse della fine di tutti i valori. Non a caso, infatti, sia la scienza, sia la metafisica, realistica o post-realistica che dir si voglia, concorrono oggi a una concezione antropologica illiberale e antiliberale, secondo la quale l’uomo è condizionato dalla realtà e dalla propria corporeità, in modo cogente e soltanto scarsamente eludibile: un uomo non libero, non padrone di sé, non auto-consapevole, lontanissimo dall’utopia lockiana del soggetto come isola perfettamente autocosciente e autodeterminante; un uomo, insomma, seriale, confuso in agglomerati di persone, in vere e proprie “anime collettive”, alla ricerca di un leader capace di guidarle, mediante il suo fascino particolare e l’uso demagogico, iconico e associativo del linguaggio.

Difficile sperare che da tutto ciò possa nascere una nuova forma, più ampia e inclusiva, di democrazia, un nuovo mondo, in cui l’istanza di giustizia e di libertà per tutti e per ciascuno possa trovare una qualche efficace risposta. Come affermava Bobbio, la democrazia si apprende praticandola; dunque, più si restringono gli ambiti in cui il cittadino può partecipare al processo decisionale, più si indebolisce la struttura democratica del potere. In questo nostro secolo, di fanatismi religiosi e di inanità politiche, le ombre che si addensano all’orizzonte sono minacciose e sempre più cupe.

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One thought on “Tra elezioni amministrative e referendum di ottobre: riflessioni sparse sulla democrazia del leader e sul futuro della democrazia

  1. Auspichiamo che molti leggano questo scritto e ne traggano le dovute conclusioni: un articolo dai contenuti amari quanto lodevolmente espressi; condivisibili appieno e, molto probabilmente, condivisi da molta parte della popolazione. Tutta questa ricerca di governabilità è finalizzata non già ad avere un Governo più duraturo, ma un’Amministrazione formata da fantocci tirati per la giacca, se non addirittura collusi o francamente corrotti da loschi figuri appartenenti ai potentati economici. Proprio due giorni fa, La 7 ha pubblicato un articolo, nel quale era ben messo in luce quest’aspetto: Renzi che lanciava dichiarazioni quanto meno sospette e nemmeno tanto velate nei confronti delle multinazionali, in ispecie una grossa azienda Statunitense produttrice di tabacchi lavorati. installatasi in Emilia Romagna ed una banca tristemente famosa per il suo mal operare come J. P. Morgan che ha apertamente dichiarato in merito alla necessità di riformare la nostra Costituzione perché protegge troppo la classe lavoratrice e, naturalmente, il fantoccio di Palazzo Chigi ha aderito.

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