Un po’ di Politica

Angelo Marinoni

et(Nuovamente sull’attualità della politica, dopo Marco Ciani, con Politica, Giacomo D’Alessandro, con Sale della terraFranco Livorsi, con Fare politica nel mondo d’oggi,  e Carlo Baviera con Quando destra e sinistra non soddisfano, ospitiamo oggi l’intervento dell’amico Angelo Marinoni).

Ho cominciato a occuparmi di politica poco prima che il ciclone di “Mani Pulite” irrompesse nel quotidiano italico; mi avvicinai da subito alla Sinistra e da ragazzino mi infatuai dell’eurocomunismo di Enrico Berlinguer, Georges Marchais e Santiago Carrillo fino a evolvere in un europeismo di Sinistra che aveva i suoi miti in Jacques Delors e François Mitterand: non per niente il mio modello era il PS francese, quello fino a vent’anni fa, poi ho smesso pure io.

Anche allora la vita politica italiana e la sua passione vissuta ai livelli non dirigenziali era molto diversa da quella che si respirava in Francia e in Germania dove si votava dopo aver fatto una scelta e non per non mandare al governo qualcuno che avrebbe fatto più danni di altri.

In Italia arrivò Mani Pulite e parallelamente i proclami leghisti e la mia passione politica che con caparbietà e convinzione vissi nel PDS recentemente costituito fu di difficile gestione in un contesto in cui politica voleva dire malaffare e la frase più ricorrente era “tanto son tutti uguali”.

Ricordo con un certo imbarazzo per la mia generazione quando l’insegnante di scienze supplente fece un esperimento sociologico nella mia classe e organizzò le elezioni a voto segreto per vedere come sarebbe stato composto il Parlamento votato da una classe liceale del Nord Italia composta da ragazzi che da lì a uno o due anni avrebbe avuto l’età per farlo davvero, era circa il 1992.

Predisponemmo l’urna e le schede elettorali piegate in quattro, votammo e lo scrutinio riservò il seguente risultato: aventi diritto al voto 17, votanti 17, scheda bianca 2, scheda nulla 1, PDS voti 2, Lega Nord voti 12.

La presi malissimo (anche l’insegnante).

Io ero ancora convinto che la Politica fosse bellissima e necessaria e che gli errori o le ruberie fossero guasti riparabili di una macchina indispensabile, mentre tanti ormai erano persuasi del fatto che la Politica implicasse errori e ruberie e che quindi fosse una macchina da superare.

 Furono gli stessi anni in cui si cominciò a parlare di fine delle ideologie e che fosse necessario riformare completamente il sistema politico spogliandolo del suo carattere intellettuale per rivestirlo di pragmatismo e proposte concrete, ignorando allora come oggi che una proposta concreta debba essere prima pensata e intellettualmente strutturata: siamo sempre quelli convinti che per costruire una casa basti un po’ di mattoni e un sacco di cemento e che carta, penna e calcolatrice siano inutili, infatti da noi le case crollano.

Si cominciò anche a parlare di partito leggero, concetto che in Politica ha fatto gli stessi danni che la rete snella ha fatto in ferrovia.

I governi tecnici non furono altro che la supplenza fatta dai pragmatici alla Politica annaspante fra forcaioli, teledipendenti e il sistema statale scricchiolante di fronte alla crisi economica e alle aspettative europee (attive e passive).

Non siamo mai evoluti se non nei nomi e il problema intellettuale della Politica nato ai primi anni Novanta non è mai stato risolto: sono cambiati tutti i nomi, dei Partiti esistenti nel 1992 rimane solo quello radicale che comunque da anni non si presenta a una tornata elettorale con il suo nome e il suo simbolo, ma la litania del “tanto sono tutti uguali” continua e le elezioni continuano a funzionare come sistema per NON mandare al governo uno che temiamo più di altri al potere.

Le recenti amministrative confermano purtroppo questa interpretazione con i vari candidati impegnati a spiegare quali abissi si prospettino nelle città con la vittoria dell’altro e rimarcando quali difetti abbia il nemico.

In Italia avremmo un’affluenza del 100% alle urne se venisse chiesto di votare contro qualcuno invece che per qualcuno, chi ha meno voti contro vince.

Una situazione tristissima che non rispetta sicuramente una storia politica nazionale che ha momenti altissimi e personalità di caratura intellettuale enorme sparsi nella cultura socialista, cattolica e liberale. Ripensare con nostalgia a una scheda elettorale con i simboli del P.C.I., della D.C., del P.S.I, del P.L.I (per fare un esempio dei partiti che mi mancano di più) è una vanesia da salotto dopo cena con tavolo ingombro di buone bottiglie svuotate, ma ripensare a una politica che non abbia paura di riabbracciare un’etica e riporti il pragmatismo al naturale ruolo di strumento di discernimento e non a unico motore del proprio agire è quanto di più desiderabile nella desolante (e desolata stando ai dati sull’affluenza) arena politica italiana.

Per ragioni professionali e di associazionismo ho recentemente seguito più da vicino il sistema politico rendendomi conto che la sua involuzione è un bipede dove se il primo piede è la perdita della speculazione intellettuale della proposta politica, la seconda è la rinuncia alla qualità nelle scelte tecniche a favore di un opportunismo del momento.

La cronaca ci riserva desolanti racconti di malaffare ancora radicati ad ampio spettro nel panorama politico italiano convincendo molti cittadini a riappropriarsi del “tanto son tutti uguali” alternato al voto in funzione della non elezione di qualcuno.

Questo avviene nonostante un profondo cambiamento positivo in atto nel Paese a livello nazionale: indipendentemente dalle divergenze anche profonde che si possono avere con scelte importanti dell’Esecutivo indiscutibilmente il Paese si è rimesso in discussione e il tentativo di scrollarsi di dosso il “tanto son tutti uguali” per appropriarsi di un desiderio di partecipazione a un cambiamento nella direzione che più si auspica esiste, per consolidarlo occorre proprio porre fine all’involuzione per una evoluzione etica della Politica.

Il mondo moderno è difficilmente gestibile con le stesse ideologie di trent’anni fa, ma sarebbe sicuramente meglio gestibile se le organizzazioni politiche ritrovassero un codice etico, per il quale non intendo un elenco di ovvietà come il divieto di corrompere o farsi corrompere (per quello esiste già il Codice Penale), ma un riferimento intellettuale, una Weltanschauung che faccia da guida al pragmatismo nelle scelte politiche, riportando al naturale ruolo di strumento quello che è ora impropriamente interpretato come etica.

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