Violenza di genere: condanna e responsabilità

Mauro Fornaro

femminicidio

Fanno impressione le ricorrenti cronache di femminicidi ad opera di mariti, compagni, fidanzati; tanto più che questi fattacci non sono che la punta dell’iceberg di ben più diffuse violenze su donne, ma non tanto gravi da apparire sulle cronache dei giornali. Non sappiamo se questa violenza, che è da sempre, sia oggi più diffusa o se solo se ne parli di più, essendo più sensibili alla parità di genere e ai diritti delle donne.Fermo restando che nulla giustifica la violenza, specie quella fisica e brutale, compito dello psicologo e del sociologo non è giudicare, bensì in primo luogo “capire”: anche negli atti più crudeli, c’è sempre qualche elemento d’ordine psicologico o sociale che concorre a spiegarli. Del resto, capire le ragioni di un comportamento deviante, nella molteplicità di fattori che vi concorrono o lo predispongono, è la premessa per individuare  rimedi opportuni.

Silvia Bonino in un recente volume in tema (Amori molesti. Natura e cultura nella violenza di coppia, Laterza editore, 2015) risale addirittura alla storia filogenetica della nostra specie: la parte più antica del nostro cervello essendo rettile, cioè condivisa coi rettili, nell’accoppiamento si esprime seconda le modalità dell’aggressione del maschio e della sottomissione della femmina. Queste modalità, presenti in tutte le culture, segnalerebbero dunque  l’emergere regressivo della parte atavica della psiche di uomini e donne. Ma lungi dall’arrendersi a un ineluttabile fatalismo biologico l’autrice evidenzia come la stessa evoluzione biologica, procedendo verso l’assetto mammifero, ha introdotto la dimensione dell’affetto e della cura, a partire da quella necessità di accudimento della prole, che tanto si è prolungata in homo sapiens da finire  col coinvolgere pure il maschio, a protezione della madre e dei piccoli. Dunque la violenza di genere nell’odierna cultura sarebbe una rinuncia a seguire le stesse indicazioni etico-comportamentali offerte da una natura che si è evoluta fino a noi: sta a noi assecondarle o meno.

Senza andare tanto indietro nella storia naturale, possiamo richiamarci, se è vero che c’è stato un incremento di vessazioni sulle donne in questi ultimi decenni, all’epocale processo di emancipazione del genere femminile in tutti campi della vita sociale. Infatti, l’emancipazione ha consentito più presenza e potere femminili, ma ad un tempo ha pure comportato quale doloroso effetto collaterale maggiori  e comunque nuovi motivi di conflitto tra donne e uomini. Avviene così, tra l’altro, che il confronto ravvicinato col crescente numero di compagne nelle scuole e di colleghe nei luoghi di lavoro produca imbarazzi in non pochi maschi che si vedono superati da compagne più studiose, da colleghe più grintose e tenaci. Una prima conseguenza è che molti stereotipi culturali sui ruoli maschili e femminili nella società come nella famiglia sono saltati: se da una parte ciò segna una maggior libertà di comportamento dei singoli, dall’altra rende meno prevedibili e scontati  i rispettivi ruoli nelle relazioni sentimentali così come nel menage domestico, i quali sono anzi da rinegoziare in funzione delle personalità dei singoli.

Alla nuova situazione molti uomini non sono preparati per  predisposizioni psicologiche o per la cultura “maschilista” di provenienza (favorita per altro non di rado dalle proiezioni della madre sul figlio maschio). Inoltre il confronto ha generato complessi, specie in giovani maschi, a fronte di donne affatto disinibite nel prendere l’iniziativa dello stesso rapporto amoroso, monogamo o poligamo che sia (grazie anche alla diffusione degli anticoncezionali), tanto da mettere alla prova la virilità e la sicurezza del partner maschio, come rilevano lo psicologo e il medico. La prepotenza e la sottomissione con la violenza di una donna più libera ed emancipata è dunque la risposta sbagliata a un problema reale: se uomini più flessibili e maturi vedono nella parità e nell’accresciuto ruolo della donna un’occasione di crescita in un rapporto di complementarità e arricchimento reciproco, altri maschi si trovano impreparati a questo cambiamento epocale e crisi di stereotipi.

Ancora, l’emancipazione femminile, sconvolgendo pure la tradizionale distinzione di ruoli in seno alla famiglia, ha avuto un duplice effetto. Al maggior onere a carico della donna – oltre alla cura di casa e prole, l’impegno per il lavoro e altre realizzazioni extra-familiari già di prevalente o esclusiva competenza dell’uomo – ha corrisposto un maggior suo potere nella relazione col partner, dunque una voce più forte nelle dinamiche contrattuali entro il patto, esplicito o implicito, su cui si regge la convivenza di ogni coppia; e ciò fino all’accresciuta capacità della donna di rompere il patto vuoi per ragioni culturali, quale il rifiuto della tradizionale sottomissione femminile, vuoi per l’acquisita autonomia economica. D’altra parte, la carenza di una parallela evoluzione da parte maschile, coerente col nuovo assetto della convivenza in famiglia, ha portato di converso a una crisi della specificità della funzione del padre e di qui a quella crisi della figura paterna nelle società occidentali da più parti denunciata. Se fuori discussione è un ritorno al passato, un grosso compito ha da svolgere un’educazione finalizzata alla valorizzazione della pariteticità e complementarità dei generi quale antidoto alla sopraffazione maschile, una sopraffazione destinata a rinascere anche per la crescente presenza di famiglie e individui  provenienti dall’area arabo-musulmana.

Ben inteso, aggressività e violenza non sono l’unica reazione possibile – né tanto meno giustificata, ribadisco – ai vari motivi di frustrazione subita dal maschio a seguito dell’accresciuto potere ed emancipazione della donna. Ma resta la duplice questione del perché sia facile la via della reazione violenta piuttosto che quella dell’elaborazione psichica di conflitti e frustrazioni, e inoltre perché non sia altrettanto violento il comportamento femminile in caso di conflitto. Partendo dalla seconda questione, parziale ancorché vera è la risposta di chi si richiama alla minor forza fisica della donna. Infatti, oltre alla violenza fisica ne esiste una psichica o morale, la quale induce a sfatare il mito di una minore disposizione all’aggressività da parte femminile. La diversità sta nelle forme di aggressività: mediamente nella donna più sottili, più psicologiche che non apertamente fisiche, invece negli uomini mediamente più grossolane e materiali. Come rilevano tanti studi sul bullismo di adolescenti, mentre la prepotenza dei maschi si esprime ampiamente in violenza fisica, nelle femmine si esprime per lo più in comportamenti di esclusione dal gruppo, in maldicenze, dispetti, perfidie, invidie. C’è dunque una violenza psicologica, meno eclatante ma più intimamente fastidiosa perché ferisce l’animo, comunque meno facile da rilevare e perciò più difficile da perseguire. Questo tipo di violenza si manifesta di certo anche nelle relazioni di coppia, ed è più facilmente esercitata dalla donna. Il che accade ad esempio con forme di umiliazione del partner, pure di fronte a terzi, con lo svilimento poi del coniuge e padre di fronte ai figli con i quali in genere la madre ha rapporti più frequenti e più “viscerali” , fino ai tentativi di escluderli (a torto o a ragione è altra questione) dal rapporto col padre, magari con la complicità della famiglia di lei. A fronte di queste forme di violenza psicologica, il maschio a volte si trova disarmato e non sa rispondere: né, al meglio, con un’adeguata elaborazione psichica e comportamentale, né, al peggio, con pari sottigliezza e cattiveria. Non resta che la reazione sul piano fisico – deprecabile ma spiegabile – la sola in cui il maschio riesca a prevalere.

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