PD: un Partito “per” la Nazione. E per l’Europa

Daniele Borioli (*)

elIl risultato uscito dal primo turno delle elezioni amministrative di domenica scorsa è, in primo luogo, un forte segnale arrivato al Partito Democratico. Che è necessario saper interpretare in senso politico, prima ancora che in termini di flussi elettorali, anche in ragione della “percezione” che tale risultato restituisce all’opinione pubblica.

E sappiamo come ormai la “percezione” dei fatti conti quasi tanto, se non di più dei fatti stessi. Gli analisti del voto ci diranno con più approfondimento (per la verità l’Istituto Cattaneo ha già cominciato a farlo) cosa è successo. Ma sarebbe vano e sciocco tentare di scansare la narrazione scaturita dalle urne domenica sera.

Dunque il PD. Dopo lo storico exploit delle europee, segna senza dubbio una battuta d’arresto. La segna in una città simbolo, come Roma. E già questo elemento vale da solo metà del significato politico in gioco nel turno amministrativo. Riduce i suoi consensi vistosamente, rispetto al 2011, a Torino, pur collocando Fassino di molto avanti rispetto alla candidata dei 5S.

Non sfonda a Bologna, dove si attendeva se non una vittoria al primo turno un risultato prossima ad essa. Non riesce per la seconda volta ad andare al ballottaggio a Napoli, la città più importante del Sud. A Milano, piazza difficile storicamente per il centrosinistra, registra un risultato conforme alle attese, ma comunque non sfonda.

Tralascio di occuparmi dei molti centri, ad eccezione di Cagliari, di cui dirò alla fine. Non perché gli esiti elettorali che li riguardano non siano rilevanti e non concorrano in modo determinante a tracciare il disegno complessivo, ma perché ci vorrebbero molti più elementi di conoscenza dei luoghi per provare a svolgere una riflessione.

Dunque, il PD è in difficoltà, è lo stesso Renzi a dirlo in modo netto. Anche se bisognerà attendere domenica per capire qualcosa di più. Ad esempio se il primo turno sia stato, e in quale misura, un’occasione per quote di elettorato di centrosinistra di dare un segnale di malcontento sul simbolo del partito. Magari mettendo in conto di rientrare ora che si tratta solo di scegliere il candidato sindaco più affidabile. O se siano stati invece i candidati e i temi locali a provocare la difficoltà. Oppure ancora se si sia trattato di un mix di entrambi i fattori.

Il punto è comunque cercare di andare un po’ a fondo nella ragioni di questa battuta d’arresto nel primo tempo della partita. Dichiaro subito una cosa. Come già in passato, diffido delle semplificazioni nella formulazione della diagnosi. Durante il lungo ventennio berlusconiano capitava di illudersi a fronte di grandi successi elettorali del centrosinistra alle amministrative, che il ciclo del cavaliere fosse giunto al termine. Salvo poi essere smentiti alle elezioni politiche: ultimi casi la “vittoricchia” del 2006 e la “non vittoria” del 2013).

Anche nel nostro caso, rifuggo alla banalizzazione di una lettura dei risultati tutta giocata sul crinale “renzismo-antirenzismo”. Non che il ruolo del partito nazionale e della sua leadership non abbia avuto peso in quanto è successo. Ma credo nessun commentatore di buon senso potrebbe escludere l’incidenza devastante delle difficoltà economiche e sociali di una crisi interminabile, che inevitabilmente scarica tensioni e malcontento in primo luogo sulla principale forza di governo.

Allo stesso modo, mi pare difficile non contestualizzare il voto italiano nell’ambito di quello che sta succedendo un po’ in tutta Europa, e in modo ben più virulento, con la costante a preoccupante avanzata dei movimenti e delle forze che, come i 5S fanno della contestazione radicale del sistema dei partiti e dell’assoluto eclettismo populista il loro punto di forza, o di quelle ultranazionaliste e xenofobe che cavalcano le alimentano la paura sociale legata all’immigrazione.

In quest’ultima chiave di lettura, considerando la peculiare esposizione in cui si trova l’Italia a causa della propria collocazione geografica, non è neppure azzardato dire che, tutto sommato, poteva andare anche molto peggio e che, nonostante tutto, il nostro Paese rappresenta pur sempre un ancora contro il rischio di derive in salsa austriaca.

Di tutte le evidenze, ciò che è più preoccupante per il PD è la perdita di contatto con interi settori dell’elettorato popolare, iniziata in modo consistente già negli anni scorsi. E, insieme a questo, la significativa contrazione dell’elettorato giovanile.

Naturalmente, si tratta ora di concentrarsi sui ballottaggi. Ma certo, i due elementi appena ricordati vanno scritti ben chiari sulla lavagna per  provare a correggere il tiro. Nel primo caso agendo su due leve, non di “ritorno all’antico”, ma di ulteriore salto verso un’innovazione che contenga un progetto di ricostruzione della rappresentanza sociale e di rigenerazione dei cosiddetti corpi intermedi, che certo devono essere chiamati anch’essi a uno sforzo di cambiamento, ma senza i quali la lacerazione del tessuto connettivo e coesivo della società espone il governo, e il Pd che ne è principale espressione, al rischio di un accumulo di isolamento e rancore che neppure la forte leadership di Renzi può affrontare.

Per quanto riguarda i giovani, credo si debba mettere mano con qualche coraggio in più, utilizzando gli spazi di flessibilità faticosamente conquistati in Europa, a politiche che aprano nuovi spazi di occupazione, anche agendo per quanto possibile su una rivisitazione della “Fornero”, che favorisca l’uscita e incoraggi l’assunzione di forze nuove.

Capisco si tratti di una costruzione difficile: non bisogna squassare i conti pubblici. Ma ben peggio sarebbe, in ossequio al “rigorismo dei conti”, squassare la tenuta sociale e la capacità di resistenza del sistema politico europeista e responsabile, all’assalto delle forze disgregatrici.

L’Europa è in qualche modo la chiave anche peri ricostruire il profilo ideale (persino utopistico) di una cultura politica che è rimasta incompiuta, o meglio: da un lato segmentata nelle sub-culture di provenienza, dall’altro ingabbiata nell’esasperazione correntizia. La costruzione degli “Stati Uniti d’Europa” può diventare il nostro “sole dell’avvenire”, capace di dare alle giovani generazioni quel sogno che l’impegno politico fa oggi fatica a dare, cadute le grandi ideologie del Novecento.

Certo, si tratta di un terreno impegnativo difficile, su cui muoversi a partire dal rovesciamento di un paradigma duro come il ferro: quello del rigorismo teutonico, che allontana l’Europa non solo dai bisogni ma anche dal cuore dei suoi cittadini. Eppure, non vedo molto altro su cui scommettere.

E penso anche che Renzi, pur con tutti i suoi difetti sia il leader  giusto per tentare e guidare questo salto. Alla luce della credibilità che si sta conquistando sulla scena internazionale, facendo la migliore e più autorevole politica estera che l’Italia abbia conosciuto dopo il primo Prodi, e in ragione del suo essere un esponente perfetto, per sensibilità e cultura, di quella generazione “erasmus”, su cui si fonda, anche a livello esistenziale la possibilità del sogno europeo.

Insomma, le difficoltà del turno elettorale contengono anche il germe, se lo si vuole cogliere, per imprimere un nuovo slancio all’azione del partito, in vista delle prossime sfide. A cominciare da quella referendaria. Che è anch’essa parte di un impegno coerentemente europeista, mirato a condurre la democrazia italiana fuori dalle secche di un sistema ordinamentale che ha fatto il suo tempo, e che è ormai alla corda nella sua capacità di dare attuazione ai principi inviolabili scritti nella prima parte della Carta.

Per portare il PD a svolgere il ruolo che gli compete, non di “Partito della Nazione”, ma di “Partito per la Nazione”,  Renzi deve certo correggere il tiro su alcuni terreni. Occuparsi un po’ meno delle beghe del cortile domestico, magari concedendo spazi in cambio di maggiore lealtà e responsabilità, che non sempre ci sono state da tutte le componenti della minoranza.

Occuparsi di più della formazione e del ricambio delle classi dirigenti locali, occupandosi di più del Partito: non certo rinunciando al duplice ruolo di premier e di segretario ma svolgendo con più determinazione anche questo secondo ruolo. Essenziale nel momento in cui sul PD e su nessun altro grava la responsabilità di tenere unita la Nazione.

Siamo a un passaggio difficile. Le difficoltà in cui siamo dipendono molto, anche se non solo, da noi stessi e dai nostri errori, così come la forza di uscirne. In fondo, questo PD che ora ha un po’ il fiatone dopo la lunga corsa di questi due anni, ha fatto molto di quello che i suoi fondatori, e prima di loro i fondatori dell’Ulivo avevano sognato. Forse lo ha fatto troppo in fretta, forse non ha fatto tutto in modo perfetto. Ma c’era da recuperare il tempo perso.

Avevamo bisogno forse di nuovi stimoli. Ora li abbiamo e sta a noi saperli cogliere. Nei prossimi giorni, se Appunti me lo concederà, parlerò degli altri. Perché ci sono quelli che sono andati ben peggio del PD; quelli che speravano di sbancare e hanno sbracato; quelli che sono convinti di aver stravinto, ma non è proprio così.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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One thought on “PD: un Partito “per” la Nazione. E per l’Europa

  1. In questi ultimi anni, si è assistito, in molte Nazioni, non esclusa la nostra, ad un rafforzamento generale del ruolo dei Governi e, nelle realtà geografiche locali, delle Giunte, senza, peraltro, che, a questo rafforzamento – per non dire, in alcuni casi, forzatura – corrisponda un’effettiva capacità di amministrare saggiamente una Nazione, tanto meno, quelle ampie vedute di lungo periodo necessarie per una saggia politica. Renzi, al pari di molti altri, ha un forte piglio decisionista, ma, come molti altri omologhi, segue l’andazzo del momento e sta spingendo fortemente l’acceleratore verso una deriva liberista, presentandola, a torto, come il toccasana per la Nazione, ma, in realtà, non fa altro che accrescere le disuguaglianze sociali; non basta attaccarsi al fatto che l’Europa chiede questo ed affermare, seppur correttamente, che l’Europa siamo tutti noi, per accettare supinamente tutto quanto del peggior liberismo di matrice Statunitense arrivi in Europa e, quindi, in Italia.
    In generale, la disaffezione al voto proviene dal fatto che la democrazia sta venendo progressivamente meno e, con questa, la rappresentatività della classe politica nei confronti della popolazione, il tutto accompagnato dal fatto di avere candidati di scarso spessore culturale e civile, essendo via via mancata, con il passare del tempo, quell’educazione civica tanto sbandierata anche nei programmi scolastici, ma che, ai tempi di un Cavour o di un Saracco, ma, anche, senza andare tanto lontano, di un De Gasperi, era insita nelle persone, che la respiravano in famiglia, a scuola, in parrocchia, al partito; ai giorni nostri, invece, quale che sia il partito, abbiamo elementi sostanzialmente vuoti, cresciuti ad intessere il classico discorso di confabulazione compensatoria, infarcito da parole come “cioè”, “appunto”, “praticamente”, “diciamo”, ma con il risultato di contenuti scarsi od assenti in veste formale bruttissima. Questo è lo specchio di quanto avviene nell’intera società: chi scrive, avendo formalizzato un’iscrizione universitaria nel 1985 e l’altra nel 2001, ha avuto modo di osservare la differenza tra allievi e, ahimè, tra insegnanti dell’una e dell’altra epoca.
    Gli Stati Uniti d’Europa potrebbero essere davvero il sole dell’avvenire, solo se costruiti in chiave Europea, fondati sul Diritto e non sul bilancio, dove i meriti si conquistano con il lavoro, adeguatamente remunerato, dove non esistono precarietà, né aleatorietà dal punto di vista economico e sociale perché vi è una forte presenza di vere Istituzioni, non assoggettate al capitale delle banche, delle finanziarie, delle assicurazioni o della borsa, dove comanda l’Uomo e non il mercato: qualcosa di ben diverso dagli Stati Uniti d’America, al cui pessimo esempio troppi guardano.

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