2 giugno, festa e contraddizioni

Agostino Pietrasanta

repFesteggiamo la data della nazione, la memoria del giorno in cui la forma istituzionale dello Stato ha preso la sua definitiva ragione democratica: come tutte le tappe fondamentali della storia nazionale (ma la stessa affermazione potrebbe essere proposta per gli eventi internazionali) ha una sua ragione ed una sua genesi storica. Il 2 giugno potrebbe essere considerato tappa decisiva di una composizione epocale tra nazione e democrazia: molte volte ne sono stato convinto, oggi nutro qualche perplessità.

Ritengo sia ben noto che lo Stato unitario non è stato interpretato da una qualche coscienza della nazione paragonabile alle formazioni istituzionali di altri Stati. E non solo perché il processo unitario fu risultato di un’iniziativa unitaria in capo ad una classe tanto illuminata quanto delegata da un’esigua minoranza (il diritto di voto riguardava circa il 2% della popolazione attiva dei cosiddetti regnicoli): questo accadde per tutti i processi storico/istituzionali del passaggio tra età moderna e contemporanea. Il fatto è che i protagonisti non riuscirono a coinvolgere, almeno come supporto, la coscienza della nazione; anzi molte volte tale coscienza mancò del tutto o addirittura agì contro lo stesso processo unitario: opposizione cattolica, condanne e resistenze della Chiesa, effetti di processi reazionari locali, ribellioni e diffuse sommosse sociali spesso risolte con politiche di violenza difensiva da parte dello Stato, rappresentanze anarcoidi confluirono nel risultato di una cesura tra Stato unitario e Nazione con effetti di lungo periodo

Ancora e di più. Quando col fascismo ci si illuse che un diffuso reale consenso potesse fondare una consapevolezza nazionale, si creò un’altra cesura: tra Stato e democrazia, nazione e libertà e si consumò una delle grandi esperienze totalitarie della storia.

Per queste ragioni prioritarie la vicenda del popolo italiano è stata, almeno per un secolo, condizionata da due cesure, due fratture costitutive della mancata consapevolezza della nazione; ed ancora per questo il 2 giugno cadute le forme totalitarie e stabilite con le nuove forme istituzionali nonché la Carta fondamentale dello Stato, l’Italia del futuro, mi era parsa la data della soluzione delle due fratture storiche.

In parte ne sono ancora convinto, ma non posso non vedere le contraddizioni. Le più appariscenti attengono il crollo d’immagine e di caratura di gran parte delle autorità dello Stato, né può essere richiamato a consolazione la condizione comune ad altri Stati; attengono la caduta della tensione europeista e la nascita di elementi xenofobi interpretati anche da autorità (autorevolezza e prestigio sono un’altra cosa) di primo piano al livello nazionale; attengono il fallimento reale ancorché sempre giustificato con escamotage poco credibili, dell’obiettivo posto dai Paesi mediterranei ed anglosassoni di consolidare la pace mondiale; attengono la mancata realizzazione di un processo di mediazione tra gli opposti blocchi che si stanno di volta in volta creando al livello mondo; attengono soprattutto l’incapacità di affrontare eventi che superano lo stesso compimento della consapevolezza nazionale (globalizzazione, migrazioni, dialoghi conseguenti l’inevitabile confronto fra culture diverse). E tanto basti.

Tuttavia il difetto prioritario, almeno cronologicamente, sta nella nuova cesura che si è creata dopo la stesura e l’approvazione della Costituzione della Repubblica; e sia precisato: post hoc, non significa propter hoc, dopo, non in conseguenza di! La democrazia prevista dalla Carta non è mai stata realizzata. Personalità di grande prestigio hanno dato corso alla ricostruzione del Paese, hanno riportato l’Italia ad un livello di presenza talora anche decisionale, nel contesto mondo, ne hanno fatto una protagonista della politica internazionale e dei consessi mondiali, ma non hanno avuto il tempo o forse i caratteri culturali per realizzare una democrazia sostanziale e solidale. Poi le personalità di rilevanza e prestigio sono venute meno: si sono diffusi i fenomeni di una corruzione sistemica e si sono consolidate le contraddizioni di una secolare mancanza di senso dello Stato (l’evasione fiscale debolmente contrastata non è che un sintomo). Come se le cesure della storia nazionale si fossero almeno in parte riproposte.

E ciò, a mio modesto parere è avvenuto perché non si è realizzata una democrazia progressiva (cerchiamo di non aver paura delle parole e della loro provenienza di parte), una democrazia concretamente realizzata che un gruppo particolarmente illuminato dei Padri costituenti era riuscito a redigere in coerenti principi fondanti. E se ciò era dipeso soprattutto da un patto tra galantuomini di diversa opzione politica, subito dopo la prevalenza delle parti sul bene comune, ma soprattutto la mancata possibilità offerta a tutti i cittadini di partecipare coi partiti politici alla realizzazione dei traguardi indicati alla nazione hanno determinato una caduta impressionante delle realizzazioni previste ed indicate; e non si è recuperato (non mi stancherò mai di dirlo) il ruolo del merito come antidoto al privilegio: non più il privilegio di casta nobiliare, ma della raccomandazione; il merito come elemento da promuovere per la promozione dei beni della nazione. Per questo oggi, anche la Costituzione appare come vuota retorica e, va detto per la precisione, almeno per quanto ne penso io, non mancano perplessità ad un impegno per difenderla e qualche dubbio ad impegno per riformarla. Andrebbe riscritta ab imis fundamentis; ma chi mai è in grado ed in condizioni di affrontare una simile impresa?

Non so voi, ma io festeggio il 2 giugno con questi dubbi ed interrogativi.

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One thought on “2 giugno, festa e contraddizioni

  1. Il nodo sta in quanto scritto nel penultimo capoverso, secondo periodo: in allora esistevano ancora i galantuomini.

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