Dai frutti, la pianta. Riflessioni sulla Costituzione italiana

Marco Ciani

ficQualche giorno fa, meditando sul referendum di ottobre riguardante la riforma Renzi-Boschi , mi è tornato in mente un passaggio del Vangelo di Matteo dove il Signore dice “Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi […] Dai loro frutti dunque li riconoscerete” (Mt 7,17 e 7,20). Utilizzerò questa metafora per spiegare perché da qualche anno sono critico nei confronti della nostra legge fondamentale.

Parto da una nota marginale, di colore. Spesso sentiamo dire che la nostra sarebbe la più bella Costituzione del mondo. La stragrande maggioranza delle persone che sostengono questa affermazione non sanno nulla o quasi di come si svolge la vita delle istituzioni negli altri paesi del mondo. Uno che invece conosce, e piuttosto bene, le regole in vigore fuori dai nostri confini, Gianfranco Pasquino, ha scritto recentemente “Confesso di non essere a conoscenza di concorsi di bellezza fra le Costituzioni democratiche” (G. Pasquino, La Costituzione in trenta lezioni, Ed. Utet, Novara 2015, p. 142).

Riporto queste citazioni non in spregio alla Costituzione, ma per far intendere che quando discutiamo di un tema così importante e delicato per la vita politica dovremmo abbandonare, per quanto possibile, un’impostazione ideologico/retorica, che invece appare, per ragioni di cui tra poco argomenteremo, la cifra caratterizzante l’opinione pubblica italiana. E forse, almeno a mio modesto parere, dovremmo chiederci se funziona o non funziona, al di là degli enfatici principi in essa contenuti. Dai frutti si potrebbe giudicare la pianta, più che dalle foglie.

Allo stesso modo, andrebbe valutato con opportuno distacco il fatto che gli estensori di quel testo potessero annoverarsi tra i vincitori della guerra civile italiana, il conflitto parallelo che accompagnò la Liberazione. Uso volutamente il termine “accompagnò” perché ad ogni persona ragionevole dovrebbe essere chiaro che l’Italia è stata liberata dalle truppe alleate, guidate dagli odiati (per una buon parte della popolazione, soprattutto nel dopoguerra) yankee.

In quanto alla Resistenza, essa fu un movimento composito, all’interno del quale, accanto ad autentici democratici, trovarono spazio ampie frange che desideravano semplicemente sostituire la dittatura fascista con un regime autoritario: sovietico in alcuni casi, nazionalista e clericale in altri.

Non possiamo e non dobbiamo dimenticare tre aspetti.

Primo. Fin quasi al 25 luglio del 1943 il fascismo fu un fenomeno ampiamente popolare e scarsamente contrastato, talvolta al riparo di comode frontiere amiche, anche da chi in seguito alla caduta del Duce avrebbe impugnato la bandiera della Resistenza. Salvo poche ed eroiche eccezioni pagate anche, come nei casi di Antonio Gramsci e Giacomo Matteotti, a prezzo della vita.

Secondo. Tra le componenti antifasciste, quelle numericamente significative avversavano gli spiriti più autenticamente liberali, laici o cattolici che fossero.

Terzo. In taluni casi esse finirono per contrapporsi e non solo dialetticamente (basti pensare all’eccidio di Porzûs, quale episodio più grave, ma non isolato).

Per tali motivi, purtroppo, il nostro 25 aprile non potrà mai essere paragonabile al 4 luglio americano (Independence Day) o al 14 Juillet  francese. Le polemiche che puntualmente si riaccendono intorno a quel periodo, in modo particolare nei momenti celebrativi, e più di recente anche con riferimento al referendum costituzionale, ne rappresentano conferme ulteriori.

Ritornando alla storia post/bellica, ne conseguì – eravamo agli inizi della contrapposizione Est/Ovest che avrebbe contrassegnato la seconda metà del XX secolo – la necessità di porre innanzitutto un argine a possibili, e nemmeno tanto improbabili, ricadute totalitarie.

Né si può sensatamente sottacere che esisteva una fascia del mondo cattolico influente guidata da spiriti fondamentalmente anti/capitalisti, cui non fu estranea la componente sociale della Democrazia Cristiana, all’epoca guidata da esponenti di straordinaria caratura intellettuale e morale, a cominciare dai «professorini» La Pira, Lazzati, Dossetti, Fanfani, per citare i nomi più noti.

Non penso sia un caso se il futuro sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, si riferì alle Costituzioni di Weimar ed a quella sovietica del ’36 come modelli, né il fatto che dobbiamo alla mediazione di Amintore Fanfani il concetto di lavoro come valore fondante della Repubblica (art.1), quale punto di sintesi con il Pci togliattiano, a seguito di discussioni e proposte avviate in fasi e modalità diverse, sia da Giuseppe Dossetti, che da Aldo Moro.

Ora deve essere chiaro che il giudizio su un documento come la Costituzione deve tenere conto del contesto storico. E, sempre a mio sommesso parere, è indubbio che in quel momento essa rappresentasse effettivamente la più alta sintesi possibile tra istanze fortemente contrapposte e tra visioni del mondo antitetiche.

In questo senso può essere considerata un capolavoro di equilibrio. Combinata alla legge elettorale proporzionale, il cui ruolo è stato ancor più fondamentale, ha garantito per tutta la durata della guerra fredda la tenuta democratica del paese, anche in momenti drammatici. La mente va a vicende scabrose quali le ingerenze del Vaticano (si pensi all’operazione Sturzo), i tentativi di colpi di stato, il terrorismo rosso e nero, le stragi di mafia, la degenerazione culminata con la crisi dei partiti.

Ma sull’altare della tenuta democratica abbiamo pagato un prezzo molto elevato: quello della scarsa e problematica governabilità. Che tradotto in parole più comprensibili significa  63 governi nei 70 anni che ci separano dalla proclamazione della Repubblica, il 10 giugno del 1946, a seguito del referendum che celebriamo ogni 2 giugno. A conti fatti sono quasi un governo all’anno.

E’ vero che per quasi mezzo secolo, cioè fino alla fine della guerra fredda, i partiti politici che hanno governato il paese furono gli stessi, la Dc con i suoi alleati, mentre il Pci con i missini stavano relegati all’opposizione, in virtù di una evidente conventio ad excludendum. Questo però non modifica, semmai aggrava i difetti del sistema italiano.

Con tangentopoli e la crisi irreversibile dei partiti che avevano caratterizzato la cosiddetta Prima Repubblica si aprì una fase nuova. Nacquero nuovi soggetti politici; inoltre, per gli ex-comunisti e gli ex-fascisti del Msi, previo cambio del nome ed ineludibile revisione dottrinale, si spalancarono le porte del governo. Ma l’instabilità del paese risultò immutata. Con l’aggiunta di problemi di non poco conto.

In primo luogo, dal 1994, nessuna maggioranza è stata riconfermata alla guida del paese nelle successive elezioni. Al contrario di quanto avvenuto nel dopoguerra praticamente in tutti i paesi democratici, salvo rare eccezioni, dove i governi rimangono in carica almeno per uno, ma normalmente anche due o più mandati.

In aggiunta, durante le legislature italiane, abbiamo assistito in alcuni casi al formarsi di maggioranze difformi tra Camera e Senato. In altri casi a passaggi di deputati e senatori da uno schieramento all’altro, spinti solitamente da motivi ignobili. Il tutto condito da alcuni governi tecnici, chiamati a sbrogliare la matassa, quando l’impossibilità di riformare la politica rendeva improcrastinabile l’adozione di misure d’emergenza. In più di una occasione alla vigilia di un potenziale fallimento del paese (Governi Ciampi e Monti).

Credo che il culmine del baratro sia stato toccato all’inizio della presente legislatura quando nel Parlamento si produsse una tale situazione di stallo da rendere impossibile non solo la formazione di un governo, ma addirittura l’elezione del Presidente della Repubblica. Fino a che i due leader del Pd e di Forza Italia di allora, Bersani e Berlusconi, si rivolsero, praticamente in ginocchio, ad un ottuagenario quasi novantenne, implorandolo di acconsentire alla sua rielezione.

Giorgio Napolitano, a cui non saremo mai abbastanza grati per aver tratto dalle ambasce l’Italia nei momenti più difficili della sua storia recente, accettò con fatica nonostante il dato anagrafico, ma ribadendo in modo perentorio, anche di fronte al Parlamento, di assumere l’oneroso compito a condizione che i partiti producessero finalmente, e in un tempo ragionevole, le riforme tante volte invocate e mai realizzate.

La cronica precarietà dei governi sarebbe da considerare un problema minore se questo caos avesse miracolosamente prodotto un paese efficiente, con i fondamentali in ordine. Ma come risulta di tutta evidenza, così non è. Qualsiasi parametro si passi in rassegna, debito pubblico, pressione fiscale, numero di occupati, disoccupazione giovanile, produttività, qualità dell’istruzione, investimenti in ricerca, dimensioni delle aziende, lunghezza dei processi, pervasività della burocrazia, evasione, corruzione, pluralismo dell’informazione, per citare i più ricorrenti, ci vedono in grave e colpevole ritardo sugli altri stati moderni.

Vogliamo pensare che ciò sia da imputare solo ed esclusivamente alla insipienza di classi politiche “cattive” contrapposte frontalmente ad un sistema istituzionale “buono”? Pia illusione! Se così fosse significherebbe che gli italiani sono antropologicamente incapaci di scegliersi i propri governanti. Il che non ci renderebbe certo migliori di loro. Al contrario. Dobbiamo probabilmente comprendere che esiste qualche meccanismo da registrare e dal quale far derivare un avvio credibile di soluzione dei problemi.

Se pensassimo al paese come un’organizzazione e con un approccio pratico (anche se mi accuseranno di banalizzare il problema…si può fare, ve lo garantisco. Basta studiare cosa accade oltre le Alpi) ci renderemmo conto che nessuna struttura – immaginiamo ad esempio un’impresa – può funzionare in modo appropriato se ogni anno cambia gestione e se questa non viene dotata di poteri adeguati, pur in presenza di controlli altrettanto efficaci.

A mio modo di vedere è ciò che è successo all’Italia, dal 1946 in avanti. Come ha scritto il professor Angelo Panebianco in un editoriale sul Corriere della Sera circa un anno fa, attualmente la nostra architettura istituzionale si fonda su un “meccanismo di «contrappesi senza pesi» (governi istituzionalmente deboli accerchiati da una pluralità di forti poteri di veto) costruito dai costituenti in coerenza con la propria allergia per i governi forti, per gli esecutivi che dominano i Parlamenti anziché esserne dominati”.

Ora, il problema è che, a lungo andare, proprio l’incapacità di una democrazia di fornire risposte ai problemi della popolazione, a partire dalle questioni economico/sociali (come la creazione di ricchezza, l’occupazione, il benessere dei cittadini, una distribuzione accettabile del reddito, etc.) costituisce il miglior viatico per l’avvento di un regime intollerante. Perché ciò non avvenga, un governo democratico deve essere in grado di prendere decisioni incisive senza che i contro/poteri e le corporazioni, comprese quelle parlamentari, ne pregiudichino a un punto tale l’efficacia, da renderlo instabile o ricattabile.

Chi possiede un minimo di competenze storiche sa che la bandiera con la svastica iniziò a sventolare sinistramente sulla Germania appena dopo la Repubblica di Weimar (con buona pace di La Pira). E Mussolini in Italia si decise alla marcia su Roma a seguito di un anno di paralisi sostanziale nel paese.

Dunque un sistema istituzionale “formalmente” pregevole non garantisce alcun rifugio da derive assai pericolose. All’opposto, vi sono nazioni di indubbia tradizione democratica sprovviste di una Costituzione ufficiale scritta, pur prevedendo nel loro ordinamento anche leggi di rango costituzionale. E’ il caso, ad esempio, del Regno Unito e di Israele.

Purtroppo, non basta enucleare una serie di buoni principi se poi non si è in grado, concretamente, di renderli esigibili. E’ il caso del diritto al lavoro, tenuto in somma considerazione nel nostro ordinamento a cui fa da contraltare una situazione pratica assai poco confortante (specie per le giovani generazioni). Ci sarebbe molto da scrivere, ma l’ho già fatto diverse volte, non solo da questo blog, e non annoierò ulteriormente i miei 4 lettori su tale tema.

Ma pensiamo, ad esempio, per cambiare argomento, al rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali previsto dall’articolo 11. Bellissimo ideale, più volte disatteso. Pur tuttavia, qualora si ripetesse un frangente simile all’avvento del nazionalsocialismo, non sarebbe meglio intervenire prima che la situazione divenga disastrosa? Pensiamo a quanti morti sarebbero stati risparmiati se gli alleati avessero rimosso Hitler fin dalle avvisaglie della sua insaziabile aggressività, invece che alla fine. Se un caso simile avesse a ripetersi, cosa dovremmo fare? Ripudiare la guerra?

Tutto ciò mi porta a dissentire rispettosamente da quanti sostengono che la Costituzione andrebbe semplicemente applicata. Io credo che vada modificata. Fosse in mio potere cambierei anche la parte riguardante i principi fondamentali, ma sappiamo che ciò non è realizzabile. Anche se non dispero che un giorno una nuova e rilegittimata assemblea costituente metta mano a tutto il testo, senza limitazioni. Per l’oggi conviene provare almeno a riformare la parte che riguarda il funzionamento delle istituzioni, unitamente alla legge elettorale che, pur non essendo una norma costituzionale, ne rappresenta un inscindibile corollario.

I frutti del nostro ordinamento, dopo un periodo relativamente breve nel quale la stabilità delle maggioranze e la spinta ideale dei partiti e dei politici usciti dalla guerra ha consentito all’Italia di divenire una potenza economica di primo piano, non sono più stati soddisfacenti. A mio modo di vedere questo dipende dal nostro assetto, ormai ampiamente inadeguato e potenzialmente pericoloso (oltre che dal mutamento del contesto internazionale). Una sua revisione appare indispensabile. Diversamente l’Italia si condanna ad un declino che potrebbe seriamente pregiudicarne le fondamenta democratiche.

Dobbiamo assistere impassibili a una tale decadenza trincerandoci a difesa della conservazione, facendo appello a magniloquenti ed ampollosi richiami ideali alla democrazia, agli intangibili valori di una Resistenza emendata dai suoi aspetti contraddittori, all’autorevolezza decontestualizzata dei padri costituenti, a presunti quanto anacronistici rischi di derive leaderistiche?

Non è necessario che finisca così.

Concludo da dove sono partito. Dai frutti, la pianta. Un’altra metafora evangelica ci può venire in aiuto, quasi fosse una conseguenza della prima. L’albero della Costituzione va curato meglio, pur ponendo attenzione a non dannegiarne le radici, in modo che germogli nuovamente ed abbia una vita lunga e più rigogliosa. Affinché non accada come a quel fico, tutto fogliame e niente frutti, che non sfama e per questo motivo è destinato, secondo il racconto di Marco, a inaridire morendo (Mc, 11,12-14).

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