Giovanni, Capovilla e le “le esigenze del nostro tempo”

Domenicale Agostino Pietrasanta

capNon credo che il modo migliore per ricordare il cardinale Capovilla, in occasione della sua morte sia quello di descriverne la biografia, cui peraltro hanno già provveduto parecchi quotidiani, ma quello di individuarne la storia di custode dell’eredità di papa Giovanni di cui fu non solo segretario, ma, come diceva lui, “contubernale”, cioè e semplificando al massimo, compagno di lavoro. E si tratta non tanto della memoria personale e familiare di un papa popolarissimo, quanto di un procedimento delicatissimo che ha fatto argine ad un tentativo curiale, talora persino lucidissimo di frenare la straordinaria innovazione innescata da tutto il pontificato giovanneo, di intralciare il “balzo in avanti” della pastorale di cui Giovanni fece l’ispirazione e lo spirito del Concilio Vaticano II. Morto Roncalli, Loris Capovilla, ridotto all’isolamento cui non riuscì a porre rimedio neppure l’illuminato governo di Paolo VI, ma soprattutto negli ultimi decenni, dopo la fine della segreteria di Stato di Agostino Casaroli, e nonostante la figura carismatica e trascinatrice di Giovanni Paolo II, ridotto all’isolamento, dicevo, ha compiuto il miracolo di tener vivo un messaggio. Peraltro questo lavoro, in gran parte silenzioso, rispondeva ad uno stile privo di enfasi alieno da ogni manifestazione oceanica, restio ad ogni celebrazione formale; uno stile che nasceva sì dalla personalità del papa e del suo segretario, ma soprattutto dalla consapevolezza che i processi di laicizzazione non si erano fermati grazie alle adunate. Bisognava cambiare in profondità sui metodi e su alcune componenti della pastorale ormai superati dai contesti di riferimento.

Per non complicare troppo il ragionamento mi rifaccio a tre passaggi del discorso di apertura del Concilio Vaticano II. Resta ragionevole pensare che Capovilla non sia stato l’ispiratore del Concilio, ma certamente fu l’accompagnatore più vicino al papa nei lavori preparatori e poiché Giovanni ha sempre sostenuto che quel discorso è stato “farina del suo sacco”, non si può escludere la diretta conoscenza vissuta dal segretario, nel periodo della relativa stesura.

I tre snodi attengono intanto la scelta e la valutazione della modernità come fatto positivo, o come fatto che non poteva non riguardare il contesto dell’azione della Chiesa. Tutti ricordano il richiamo ai profeti di sventura ed al loro giudizio di radicale condanna dell’età contemporanea. Giovanni non parlava in astratto: basterebbe leggere i pareri inviati dai vescovi, soprattutto italiani, in preparazione al Concilio, una visione apocalittica. Il papa dichiara il suo dissenso perché vede nella storia degli uomini le orme inevitabilmente positive della creazione.

Il secondo snodo riguarda la percezione straordinariamente lucida della fine del regime di cristianità ed il giudizio positivo espresso sul fenomeno come struttura di lungo periodo. Se lo Stato (i principi cristiani) hanno spesso difeso la Chiesa l’hanno fatto per i loro interessi di potere: la Chiesa, a suo tempo, ne ha tratto indubbi vantaggi, ma ciò non risulta più possibile. Dopo la morte di Paolo VI e soprattutto con la segreteria di Stato di Sodano e la leadership di Ruini, una simile prospettiva di rinuncia al “braccio secolare” non poteva essere salvata che nel silenzio: chi parlava era fuori gioco; lo ha capito sulla sua pelle Carlo Maria Martini ed anche vescovi vicini a noi. E lo ha vissuto Loris Capovilla, ma in compenso ha mantenuta vivissima la fiamma dell’innovazione giovannea: grazie a Lui non ripartiamo da zero.

Dove però la salvaguardia di un messaggio trova oggi più riscontro è quello del primato dell’amore di Dio e dunque della misericordia.. La esplicitazione più avanzata da Giovanni la si trova sempre nel succitato discorso, quando si richiama la Chiesa al metodo della misericordia e non a quello della condanna.

Attraverso un periodo in cui ha spesso soffiato il vento del “termidoro” e della reazione, queste sono, a mio parere i capitoli della salvaguardia del messaggio di Papa Giovanni. Dobbiamo esserne grati anche e soprattutto al card. Loris Capovilla.

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