Un referendum difficile

Angelo Marinoni

cosIl primo articolo che ho scritto per “Appunti Alessandrini” era un’accorata difesa della Costituzione del 1948, in quel periodo messa in discussione da quasi tutto l’arco costituzionale (La Costituzione come via maestra); in esso ritenevo che l’Italia non potesse seguire percorso migliore di quello indicato dai Padri Costituenti e ritenevo quasi sacrilego pensarne una modifica, tanto che l’unica riforma di quella Carta che avrei appoggiato sarebbe stata la cancellazione di tutte le modifiche costituzionali successive alla promulgazione.

Non ho cambiato idea. Continuo a ritenere quel percorso come il migliore possibile e continuo a ritenere quelle modifiche operate nel corso degli anni come un errore: una posizione che mi iscriverebbe d’ufficio al fronte del NO al referendum sulle riforme promosso dal Presidente del Consiglio Renzi e dalla sua coraggiosa Ministro Boschi, ma rifiuterei quell’iscrizione perché il rifiuto alla riforma proposta non fa che cementificare quelle sbagliate già fatte.

Esiste un dilemma non solo intellettuale e morale, ma anche pragmatico e di opportunità: resto convinto che lo stravolgimento della Carta, perché questo è la riforma oggetto di referendum (per buona pace di chi vuole attribuire alla nuova Costituzione valori che non ha nemmeno in intenzione) se arrestato possa costituire uno stop a tutte le riforme e a tutte le iniziative che tendono a togliere il gesso al paese.

L’eterogeneità del fronte del No è una delle ragioni per cui mi potrebbe venire voglia di votare SI: non siamo di fronte a una scelta fra proposte, ma all’eliminazione di una (bella o brutta) unica proposta: sembrerebbe che il sistema politico non di fede “renziana” abbia deciso di procedere “ad excludendum” nella scelta del percorso costituzionale da seguire, fermo restando che la riforma proposta è molto lontana dalla Costituzione che avevamo e che vorrei.

Il fronte del NO è composto da cittadini perbene perplessi e convinti che la strada da percorrere e le regole da darsi siano diverse da quelle proposte dal Presidente del Consiglio, da serissimi intellettuali e buoni politici, ma anche da tanti politicanti e tanti personaggi che fanno dell’essere contro un modus vivendi.

La prima volta che un fronte così eterogeneo si propose in un unico comitato è stato in occasione dei referendum del 1991 e del 1993, referendum ai quali votai un convinto SI sbagliandomi e insultandomi poco tempo dopo per aver usato così male la mia prima opportunità di voto.

Tutta quella battaglia referendaria distrasse maldestramente l’attenzione pubblica convincendola che bisognasse dire no a tutto, cancellare tutto, cambiare tutto per uscire dalla crisi e ridare una strada percorribile al paese. Sbagliammo perché cancellammo senza riscrivere alcunché fino al punto di riscrivere esattamente le stesse cose, ma senza le righe e quindi scrivendole male e andando storto.

La dimostrazione del fallimento di quel blocco referendario fu che poco tempo dopo l’Italia mise al governo la persona indicata e educata da quel politico che prese a sberleffi e insulti e che si pose come antitetico ai propositi referendari.

L’Italia riprese a peggiorare da allora, la riprova di questo andamento asintotico verso la mediocrità sono l’ingresso e lo stabile stazionamento dell’individualismo e del consumismo nella coscienza italiana.

Il paese si è avvitato con tale forza intorno alla sua parte più gretta che la situazione ora si è capovolta e forse dobbiamo davvero tirare una riga sopra e ricominciare diversamente.

Qualcuno lo farà con entusiasmo e convinto di lasciare finalmente il percorso sbagliato, io, se decidessi di votare sì, lo farei piangendo perché mi sarò reso conto che quel paese eccellente disegnato dalla Carta Costituzionale del 1948 non è altro che un’utopia, che quegli Italiani non esistono o non ne esistono abbastanza e che quindi bisogni fare i conti con quello che si è, con quello che si ha e con quello che si può essere e quindi fare.

Scriveva un Guccini disilluso della rinuncia triste a quello che non si è.

Se invece decidessi di votare NO esprimerei un parere sincero, ma mi troverei vicino a troppe persone che non condivido né nello stile né nelle intenzioni e che hanno in mente una idea di paese e di riforma costituzionale ancora più lontana da me da quella che propone il Presidente Renzi; mi troverei anche vicino a persone con cui ho condiviso molto, ma che alla prova dei fatti hanno fallito dimostrando di aver riconosciuto la malattia, ma non aver trovato la cura e altri che riconosciuta la malattia si crogiolano in essa disinteressandosi della ricerca di qualunque cura.

Che fare?

Domanda leniniana per eccellenza in un contesto di presenza intellettuale intermittente della Sinistra che porta alla necessità di essere pragmatici e quindi di fare una scelta non solo sulla base di quello che si vuole accettare o rifiutare, ma anche sulla base di quello che succederebbe in entrambi i casi.

Come scritto in più occasioni ritengo sbagliata l’eliminazione del Bicameralismo e ritengo sbagliata la trasformazione del Senato in qualcos’altro, ma troverei ancor peggiore che una volta sconfitta la riforma di Renzi venisse proposta una nuova riforma (di cui già si parla) in cui il Senato sparisce e la Camera si contrae ulteriormente, magari in favore di una riforma presidenzialista: perché finora le alternative alla riforma “renziana” parlano di riforme ancor peggiori (dal punto di vista di chi crede nella Repubblica Parlamentare) e la difesa della Costituzione del 1948 ora bandiera di buona parte del Comitato del NO verrà, una volta finita la battaglia referendaria, messa in soffitta in nome di una nuova e non condivisa riforma della Carta.

Un passaggio che mi vede favorevole della riforma da votare a ottobre è la cancellazione della riforma del titolo V della Costituzione che ha prodotto danni enormi quantomeno in Piemonte, in alcuni contesti ha significato non solo una crescita della spesa, ma almeno un miglioramento dei servizi mentre in Piemonte ha regalato un ente in equilibrio sul default, ancora un misero sistema ferroviario cui solo da un anno gli sforzi e gli ottimi propositi dell’Assessore Balocco vogliono mettere mano, una sanità che per un risultato positivo ottenuto cancella ospedali funzionanti riempiendo i posti più impensabili e remoti di cantieri di nuovi nosocomi e, dulcis in fundo, regalando il sabato fascista alle scuole di quasi tutte le province (eccetto la zona di Casale Monferrato) perniciosa dal punto di vista didattico, ma utile a ridurre la domanda pendolare in un contesto di riduzione selvaggia del finanziamento al trasporto pubblico locale, che, con l’eccezione di Torino e Novara, è ridotto a poco più di un costoso scuolabus.

Difficile non accogliere con favore una riforma che impedisca per il futuro il ripetersi di un simile iter, ma altrettanto difficile è non aver paura che, per esempio, al posto dell’ottimo Delrio non rispunti un novello Signorile cui dobbiamo l’humus di cui si è nutrito lo scempio che rappresenta il sistema ferroviario locale in troppe regioni.

Non intendo, con questo contributo a Appunti, dichiarare una intenzione di voto né convincere chi è per il NO a votare SI o viceversa, intendo solo contribuire, con i miei dubbi, a spunti di riflessione per prendere una decisione della quale non pentirsi.

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One thought on “Un referendum difficile

  1. Come già scritto altrove, su questo stesso sito, in risposta all’On.le Sig. Borioli, Senatore della Repubblica, la Costituzione della Repubblica Italiana è figlia di una plurisecolare tradizione di Diritto, che, da Atene è arrivata a Roma: una tradizione di civiltà, che era ed è stata faro per molti popoli. Purtroppo, una legge scritta in maniera equilibrata, seppur nelle condizioni d’urgenza di una Nazione che, a seguito di un conflitto sanguinoso, ha pure cambiato forma di governo, è stata, a seguito di successive riforme, più volte lacerata e svuotata del suo senso originario, danneggiamenti che tenteremo di esaminare qui di seguito
    Già nel 1963, l’aver stabilito un numero fisso di Onorevoli, tanto Deputati, quanto Senatori, ha fatto venir meno quel criterio di rappresentanza popolare, fissato su un rapporto fra numero di eletti e numero di elettori; ora qualcuno vorrebbe cancellare il Senato, che non rappresenta affatto un doppione della Camera dei Deputati, ma semplicemente un organo di verifica supplementare delle leggi da emanare, poiché diverse sono le basi da cui sono scelti i componenti delle due Camere e diverse sono le fasce d’età di appartenenza.
    La modifica all’articolo 81, già nell’inverecondo titolo di Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale assegnato alla legge costituzionale del 20 aprile 2012 dimostra una sudditanza nei confronti del mondo economico, come se una Nazione, anziché fondarsi sul Diritto, si fondi sul bilancio, pur restando quest’ultimo un lodevole obiettivo da perseguire. Resta però una contraddizione di fondo: quando, in epoche ormai lontane, il bilancio della Repubblica era attivo, allo scopo di consentire l’ingresso dell’Italia nel sistema Euro, fu fatto promettere all’On.le Sig. Presidente Ciampi che l’Italia si sarebbe indebitata, per tutto o quasi il prodotto interno lordo ed egli, essendo di estrazione bancaria, acconsentì, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti e portando l’Italia a sottostare a disposizioni emanate in sede Europea non già da Istituzioni, ma da organizzazioni di Diritto privato che pilotano le Istituzioni a proprio vantaggio: un’Europa ben diversa da quella, in origine, concepita da Adenauer, De Gasperi e Gruber.
    Veramente deleterie per l’unità Nazionale, faticosamente conquistata, sono state due date: 22 novembre 1999 e 18 ottobre 2001; giornate in cui la parola Italia è tornata ad essere poco più che un’espressione geografica, visto che, confondendo l’autonomia con la secessione, ignorando che il federalismo è un’unione e non una divisione, le Regioni sono diventate come gli Staterelli pre – unitari, all’interno dei quali, magari, si vorrebbe che ogni Provincia, finché questa parola, grazie ad altri atti sventati, non assumerà, solo connotazione geografica, fosse autonoma rispetto alle altre, creando uno spezzatino, anziché uno Stato.
    A quanto elencato, si aggiunga che la redazione formale lessicale del testo proposto per la riforma non è certo dei migliori.
    Queste le motivazioni in virtù delle quali il mio voto al prossimo referendum sarà negativo.
    Ovviamente, resto contrario anche ad una Repubblica a forte connotazione presidenziale, ancorché oggi si faccia tacere il dibattito parlamentare a colpi di maggioranza cosiddetta Bulgara oppure con procedure come l’emanazione di decreti, da convertire in leggi e facendo assumere al voto per l’approvazione delle medesime anche il carattere di fiducia al Governo, organo della Repubblica che avrebbe il compito di far osservare le leggi emanate dal Parlamento, fatti salvi i casi ben chiaramente previsti dalla Costituzione. A tutto ciò si aggiunga che i membri del Governo dimostrano una forte sudditanza nei confronti del mondo economico, e questo, al pari dell’ abusata procedura sopra indicata non succede solamente in Italia, ma anche in altre Nazioni (in questi giorni, in Francia).
    Con una sola Camera a funzioni legislative e di controllo e di fiducia nei confronti del Governo, questo assume, certamente, un peso maggiore ed il rischio di una prossima modifica in senso presidenziale si potrebbe prefigurare.
    Veniamo ad analizzare, in sintesi, quanto scritto nel documento di cui all’indirizzo:

    http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0027272.pdf

    ARTICOLO 55 – Come sopra scritto, il Senato non rappresenta affatto un doppione della Camera dei Deputati, ma semplicemente un organo di verifica supplementare delle leggi da emanare, poiché diverse sono le basi da cui sono scelti i componenti delle due Camere e diverse sono le fasce d’età di appartenenza. Resta tuttavia interessante, almeno a parere di chi scrive, la funzione di raccordo con gli altri Enti della Repubblica e con le Istituzioni di diverso ambito geografico: in questo senso, si può pensare di avere un Ufficio dedicato, tuttavia la rinuncia al bicameralismo è alquanto pesante.

    ARTICOLO 57 – Si è ripetuto l’errore di una composizione a numero fisso; la durata del mandato legata a quella della carica nell’Ente territoriale svaluta il Senato quale organo di calibro Nazionale, seppur eletto anche su base locale.

    ARTICOLO 59 – Chi ha illustrato la Patria per meriti così alti da essere nominato Senatore, dovrebbe conservare tale ruolo a vita; dovrebbe invece essere prevista la revoca di questo prestigioso riconoscimento (non a caso, ai Signori Deputati e Senatori, spetta il titolo di Onorevoli) nel caso in cui queste caratteristiche di onorabilità vengano meno, specie per comportamenti ben lontano dall’essere irreprensibili.

    ARTICOLO 60 – La modifica è stata obbligata dalla riforma del Senato.

    ARTICOLO 63 – Lodevole aver previsto l’esistenza di casi d’incompatibilità tra l’esercizio di funzioni in ambiti geografici diversi, essendo impossibile, almeno per gli esseri umani l’ubiquità e durando le giornate solo ventiquattr’ore.

    ARTICOLO 64 – La tutela dei diritti delle minoranze dovrebbe essere cosa scontata, ma, evidentemente, nella Società di oggi, è stato necessario scrivere un appello, così come in merito al dovere di partecipare alle sedute; l’espressione “anche se non fanno parte delle Camere” al quarto comma era, invero, pleonastica, ancorché facesse osservare come il Governo possa avere nel suo seno membri non eletti.

    ARTICOLO 66 – Modifica necessaria in seguito a quanto, erroneamente, a giudizio di chi scrive, previsto nel precedente articolo 57.

    ARTICOLO 67 – Si è persa, purtroppo, la rappresentanza nei confronti della Nazione da parte degli Onorevoli Senatori.

    ARTICOLO 69 – sarebbe opportuno stabilire l’ammontare o prevederne l’esistenza del limite e fornire, invece, benefici in servizi.

    ARTICOLO 70 – Si è conservato un bicameralismo rudimentale, ma, come osservato a proposito dell’articolo 55, è bene andare adagio a scrivere qualcosa di delicato come la legge. L’iter che ne deriva è, comunque, complicato.

    ARTICOLO 71 – Positiva l’introduzione del referendum propositivo e degli altri strumenti di democrazia diretta; con i mezzi odierni, si potrebbe osservare che la funzione legislativa potrebbe anche essere esercitata con un piccolo Parlamento avente funzione di redigere i progetti di legge, da votarsi a suffragio universale per via informatica a scrutinio palese (le vie della truffa con questi mezzi sono infinite) e, per le questioni più delicate, una o due tornate di referendum all’anno.

    ARTICOLO 73 – Un esame preventivo da parte della Corte Costituzionale non guasterebbe, tuttavia dovrebbe essere implicito che gli Onorevoli membri del Parlamento redigano disegni in accordo con la Costituzione, salvo banali sviste.

    ARTICOLO 74 – La possibilità di richiedere nuovo esame relativamente ad una specifica disposizione rende più snello l’iter di approvazione; risulta tuttavia poco chiara la motivazione del differimento di trenta giorni, riguardante la conversione in legge di decreti d’urgenza.

    ARTICOLO 75 – Resta l’incomprensibile questione del quorum, parametro preso in considerazione nelle votazioni per referendum, ma non in quelle per elezione di cariche; pur con il difetto di fondo, ben venga un quorum ridotto se la proposta proviene da una base più ampia. Se la non ammissibilità del referendum per questioni fiscali, di bilancio, amnistia ed indulto è ben comprensibile, non lo è altrettanto per i trattati internazionali.

    ARTICOLO 77 – Alcune modifiche figlie di quelle della funzione del Senato. Prudente l’introduzione degli ultimi commi, al fine di evitare pericolose derive.

    ARTICOLI 78, 79, 80 – Ut supra.

    ARTICOLO 82 – Se proprio si voleva modificare la funzione del Senato, in questo articolo, sarebbe stato opportuno prevedere le commissioni d’inchiesta anche su temi comunitari.

    ARTICOLO 83 – Abrogazione del secondo comma figlia della modifica della funzione del Senato. Prudente l’introduzione delle maggioranze decrescenti.

    ARTICOLI 85 & 86 – Inutile inversione di funzioni.

    ARTICOLO 88 – Sarebbe opportuno prevedere, come ora, anche la possibilità di scioglimento del Senato.

    ARTICOLO 94 – Vedasi quanto espresso a proposito dell’articolo 55; con meno persone a votare la fiducia ad un Governo, si apre la strada a pericolose derive. La democrazia non deve cedere il passo alla lunga durata in carica di un Governo o di alcuni suoi Ministri.

    ARTICOLO 99 – Chi svolgerà le funzioni del CNEL? Magari, sarebbe stato più opportuno trasformarlo in una Commissione Parlamentare.

    ARTICOLO 114 – L’abolizione delle Province ha poco senso, purché queste mantengano il ruolo di collegamento tra Comuni e Regioni, entità troppo distanti fra di loro; molto meglio la primigenia stesura dell’articolo, che prevedeva una semplice ripartizione in Regioni, Province e Comuni, con funzione puramente amministrativa.

    ARTICOLI 116 & 117 – Si confermano, purtroppo, i gravi errori compiuti nel 1999 nel 2001 (specie, ma non solo con l’abrogazione degli articoli 115, 124, 128, 129 & 130), con il forte rischio di smembramento della Repubblica, con venti Sanità, venti Pubbliche Istruzioni, venti sistemi di Trasporto e via dicendo. Nelle materie riservate allo Stato, il punto e) è quanto mai inattuato, visto che siamo in balìa degli operatori finanziari, abbiamo una Banca Centrale tanto Nazionale quanto Europea di Diritto privato, le risorse finanziarie non sono affatto perequate, perché l’articolo 53 è puntualmente disatteso, ma di questo non ha certo colpa la Costituzione, bensì coloro che non la osservano; diverso è il caso del punto o), dove si fa riferimento alla previdenza complementare ed integrativa, locuzione quanto mai impropria, poiché trattasi di strumenti finanziari puri e non già di previdenza, termine che ha ben altro significato. Gravissimo errore non avere inserito le ferrovie in toto nella competenza Nazionale, visto quanto successo in Piemonte da quattro anni a questa parte.

    ARTICOLO 119 – Anche qui, si è ripetuta la pericolosa inversione di ruolo tra Enti centrali e periferici: la primigenia forma del 1947, peraltro molto più snella e chiara, aveva un’impostazione molto più solidaristica rispetto al pensare ognuno per sé come lascerebbe trasparire tanto la forma attuale, quanto la modifica proposta a questo articolo.

    ARTICOLO 120 – La possibilità di commissariamento è già presente nell’attuale forma, di cui la modifica propone un saggio raffinamento.

    ARTICOLO 122 – Lodevole introduzione di un tetto agli emolumenti.

    ARTICOLO 126 – Modifica figlia di quelle alle funzioni del Senato.

    ARTICOLO 135 – Ut supra.

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