Vino al metanolo. Una tragedia da non dimenticare

Elvio Bombonato

vin.pngLeopardi sosteneva che “E’ una bella illusione quella degli anniversari, per cui quantunque quel giorno non abbia più niente a che fare col passato che qualunque altro;…Le cose morte per sempre non possono più tornare, tuttavia rivivono e sono presenti come in ombra” (Zib. 60, 21/5/1819).

Quest’anno ricorre il trentennale della gravissima frode alimentare del vino al metanolo. Nel marzo del 1986 a Milano tre uomini, etilisti, morirono e nelle loro case fu trovato lo stesso bottiglione di barbera, acquistabile in tre grandi supermercati, alla cifra irrisoria di mille lire.  Altri morti, e fu avviata l’indagine della magistratura: quel barbera conteneva metanolo venti volte oltre le dosi consentite.

Il metanolo è un prodotto naturale, contenuto in quantità infinitesimali nel vino; creato industrialmente distillando a secco il legno, serve come solvente per le vernici, per la lacca e viene addirittura spruzzato sulle merendine come conservante.  Mamme, state attente.  Essendo solubile, se immesso nel vino, per aumentarne o addirittura provocarne la gradazione, in grandi quantità, agisce sul sistema nervoso centrale, provocando cecità (distrugge il nervo ottico), sordità, paralisi, coma, e anche la morte: un litro al giorno è letale.  Il metanolo fu detassato in Italia, col DL n.232 del 15/6/84, per adeguarsi alla direttiva della Comunità Europea, riducendone il costo a dieci volte meno dell’alcol etilico; per cui alcuni (troppi?) produttori di vino lo usarono al posto dello zucchero.

A Narzole, paese privo di vigne, ma con un centinaio di commercianti di vino all’ingrosso, la ditta Ciravegna, già sotto inchiesta per sofisticazione e denunciata, ma la pratica finì in qualche cassetto, produceva “un intruglio rossastro composto da sciroppo, residui di uve già spremute, acqua, e letale quantità di metanolo” (La Stampa 4/3/2016), comprato da un’azienda di Incisa Scapaccino, che provvedeva a imbottigliarlo e a venderlo a prezzo bassissimo ai supermercati.  Al processo Giovanni Ciravegna (deceduto ormai anziano nel 2013) dichiarò che non sapeva che il metanolo fosse pericoloso; però il figlio, che lavorava con lui, era diplomato enologo nella prestigiosa scuola di Alba.  Il titolare della cantina di Incisa disse che lui ignorava la fabbricazione di quel vino: ma a quei tempi, ci ha insegnato Giorgio Bocca, a qualsiasi vignaiolo avanti con gli anni bastava guardare il barbera, annusarlo, berne un sorso, per capire se era autentico o no.

Nella cantina dei Ciravegna furono trovati 9.000 ettolitri di vino al metanolo. Intanto i morti erano saliti fino a 23, con decine di persone menomate. Il Procuratore di Milano, il giudice Alberto Nobile, allargò le indagini e scoprì, con una semplice analisi chimica, che circa 60 aziende del Centro Nord e alcune (forse legate alla mafia) della Puglia, immettevano quantità eccessive di metanolo nel loro vino, senza esagerare; ma bere quel vino è comunque dannoso per l’organismo, anche se le conseguenze variano da persona a persona. D’altra parte in Italia, da metà dicembre 1985 al marzo del 1986, furono vendute due tonnellate e mezzo di metanolo: a chi e per farne cosa? Va ricordato che Ciravegna al processo dichiarò, e probabilmente fu una delle poche sue affermazioni vere, che verso la fine di marzo il Tanaro era diventato rosso.

Al primo processo nel 1992 a Milano, 11 imputati per omicidio colposo (chissà perché in Italia le conseguenze delle frodi alimentari sono sempre colpose e mai dolose?) e per lesioni colpose plurime, furono condannati a 100 anni di reclusione: la pena maggiore fu inflitta a Giovanni Ciravegna: 14 anni, poi ridotti. La Corte di Cassazione (1996?) confermò le condanne, e impose un risarcimento di un miliardo di lire a ciascuno dei morti e dei lesionati accertati: 34 miliardi in totale. Nel frattempo però gli 11 condannati, diciamo benestanti (Ciravegna aveva versato una cauzione di 200 milioni di lire per ottenere la libertà provvisoria) prima del processo, scarcerati per decorrenza dei termini, risultarono poi inevitabilmente tutti nullatenenti, e non vi fu nessun risarcimento. Esiste l’Associazione Vittime del Metanolo, che continua a lottare  per ottenere l’indennizzo, con l’intervento dello Stato, comunque responsabile dei mancati controlli.

La vendita del vino italiano, sia in patria sia all’estero crollò: in Germania e in Spagna ad esempio, veniva bloccato alla dogana: 21 milioni di ettolitri rimasero invenduti, rispetto al 1985; centinaia di ditte fallirono, sia quelle implicate sia quelle innocenti, distrutti soprattutto i piccoli imprenditori, i quali producevano il barbera migliore (così dicevano Giorgio Bocca, Folco Portinari, Bruno Lauzi ecc.); ci vollero anni per risalire.

Il Parlamento italiano agì immediatamente, decretando il sequestro delle bottiglie dei produttori incriminati; i NAS furono portati a 36, presenti in tutte le regioni; fu istituita l’Anagrafe regionale di tutte le aziende di vino; stabiliti controlli negli uffici periferici delle dogane; fu creato l’Ispettorato Centrale Repressione Frodi, con uffici interregionali, regionali  interprovinciali; fu incrementato il riconoscimento DOC (proposto qualche anno prima dalla Camera di Commercio di Asti), poi il DOCG, DOP, IGT, le bottiglie dovevano riportare l’indicazione geografica, i grandi supermercati si dotarono di propri ispettori che visitavano le aziende senza preavviso. Il numero degli enologi assunti dalle cantine divenne via via sempre maggiore.

Proprio nel 1986 Carlo Petrini fondò Slow Food, spinto dallo scandalo; Vinitaly, fondata nel 1966, accrebbe il suo impegno e la sua importanza; Oscar Farinetti nel 2004 inventa Eataly, che propone prodotti alimentari di alta qualità garantita, a prezzi accessibili.

E così, paradossalmente, successe ciò che Hegel definisce l’ironia della storia  (quando accade il contrario di quanto si prevedeva), e Manzoni l’imperscrutabilità della Provvidenza (nei “Promessi Sposi” sia i buoni sia i cattivi ottengono il contrario di ciò che si erano prefissati).  Oggi l’ Italia vanta la legislazione migliore riguardo al controllo del vino (i recenti scandali sono delle truffe, che riguardano il prezzo della bottiglia, ma innocue per la salute: l’aggiunta di zucchero o il taglio coi vini meridionali per accrescere la gradazione, peraltro da sempre leciti in Francia).

La produzione di vino italiano è quasi dimezzata, ma ne è cresciuta in maniera esponenziale la qualità, grazie ai vitigni autoctoni legati al territorio, è diventato un’eccellenza mondiale, il più esportato, superando persino la Francia. Però nel Terzo mondo, in Asia e altrove, continuano a morire persone che hanno bevuto alcolici al metanolo.

Del resto un lungo denso e corposo articolo- inchiesta di Maria Teresa Traversi, già il 4 aprile del 1986 ne “La Provincia pavese”, un’intervista con le domande giuste a Maria Luisa Longhi, enologa per tradizione familiare e gestore della più importante enoteca di Milano, chiariva le cause dello scandalo e faceva proposte per il futuro, che furono attuate.
La prima constatazione è tanto ovvia quanto disattesa dai consumatori, rimbecilliti dal marketing: “Se l’uva costa 500 lire, con la fatica annuale che richiede la vigna, e dopo la vendemmia, fare il vino, curarlo, imbottigliarlo, distribuirlo, se un bottiglione costa meno di 2.500 lire, vuol dire che dentro barbera non ce n’è: potrebbe essere vino meridionale a basso costo, ma barbera no”.

L’enologa Ronchi parla anche di un mercato nero dei bollini DOC (siamo nel 1986) distribuiti dal Ministero; però ribadisce soprattutto la necessità dei controlli all’origine: “l’Apparato c’è, mancano gli uomini: in alcune regioni ne sarebbero necessari 50, invece ce ne sono 4.  Cercando di risparmiare, il Ministero apre le falle a tutte le frodi”.   Ricorda poi che il vino delle cantine sociali (allora ancora colpite da pregiudizi) è buono e controllato; consiglia i consumatori di acquistare il vino da chi si conosce, anche attraverso il passaparola.  Infine affronta il fatto che i giovani non bevano più vino, sostituito da bevande gassate (chissà cosa contengono, tra coloranti cancerogeni e conservanti pure: osservazione mia.  Mamme attente), e consiglia di creare un vino destinato ai giovani, più accattivante nella confezione, più leggero, meno fermentato, più dolce, e suggerisce di fare il Novello con le uve appropriate, come in Francia.  Il vino cattivo, bevuto in quantità eccessiva, porta all’alcolismo e alla cirrosi epatica, e uccide più della droga, anche perché il costo della droga è molto maggiore.  Mezzo litro al giorno a persona, di vino autentico, invece fa bene alla salute.

E ora un aneddoto personale: a fine marzo 1986, in pieno scandalo metanolo, parlai con un anziano produttore di vino in una cantina sociale dell’astigiano, dove andavo spesso.  Questi mi disse che, nella zona, Ciravegna era conosciuto da tutti (invero i produttori di vino, sia della cantine sociali sia di quelle private sono in rapporto tra loro da decenni se non da secoli), e tutti sapevano che metteva il metanolo nel “vino”, certo ne ignoravano la quantità letale.  Mi disse letteralmente: “A Narzole vigne non ce n’è; in quelle cantine non entra mai uva, eppure escono continuamente camion col vino:  Come viene fatto?  Ovviamente non si tratta di vino, ma di intruglio”.

La domanda vera è: perché nessuno di quelli che facevano vino buono, ed erano tanti, non lo hanno denunciato?  Certo se la denuncia la fa uno solo, e il produttore  criminale ha il tempo di buttare il vino velenoso nel Tanaro, il primo rischia una denuncia per diffamazione, comunque un processo, e spese ingenti per la propria difesa.  Ma se la denuncia la fanno in molti, magari comprando qualche bottiglione della cantina di Incisa, consegnandolo ai NAS, stanno con le spalle coperte.  E perché non l’hanno fatto: per vecchia amicizia, per non passare da spioni, perché si sentivano membri di una specie di corporazione, per una forma di omertà?

Però, quando i buoi erano ormai scappati, il 27 aprile 1986, ad Alba diecimila vignaioli sfilarono per dire “No ai sofisticatori e sì al vino onesto” (La Stampa, 4/3/16).  Non potevano farlo prima?  La filosofia di farsi gli affari propri e fingere di ignorare quelli degli altri, talvolta ti si ritorce contro: oltre ai morti e agli accecati, quante piccole aziende sane, magari con un secolo di vita, sono fallite, quante famiglie rovinate in seguito allo scandalo?  E quanti produttori, innamorati del loro mestiere, hanno dovuto abbandonarlo da un giorno all’altro, perché falliti,  Le banche si sa, non aspettano, e non si fondano sulla pietà.   E’ una questione etica; io la soluzione non ce l’ho.  Certo lo Stato trascurava i controlli, ma chi sapeva e ha taciuto, avrà provato qualche rimorso nella propria coscienza o sulla propria pelle, soprattutto se onesto e grande lavoratore, come erano e sono la stragrande maggioranza dei vignaioli piemontesi.

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