Sì io Sì. Ma perché? Perché Sì

Il punto  Daniele Borioli

cosMi pare onesto e doveroso dire che voterò Sì al referendum confermativo della riforma costituzionale, cercando di spiegare i motivi, che non si limitano alla coerenza con il voto espresso nell’aula del Senato in occasione dei vari passaggi parlamentari.

Voterò Sì perché ritengo che la riforma, pur imperfetta in alcuni suoi punti, come lo fu d’altronde, e per ammissione degli stessi costituenti del tempo, la Costituzione del 1947-48, semplifichi e rafforzi il sistema istituzionale: vale a dire il complesso degli ingranaggi cui è affidato il funzionamento della nostra democrazia.

Il cattivo funzionamento delle istituzioni, la caotica sovrapposizione delle competenze sulle stesse materie dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali, la complicazione delle procedure normative derivate dal bicameralismo paritario, il deficit di governabilità che lo stesso ha concorso ad enfatizzare: derivano in misura non secondaria all’obsolescenza dell’ordinamento su cui poggia la Repubblica.

I fenomeni degenerativi del trasformismo parlamentare, della compravendita di voti in Parlamento, per rafforzare o azzoppare le maggioranze, l’invasività tentacolare dei partiti nella vita pubblica, crescente in misura inversamente proporzionale al loro radicamento nella società, la corruzione penetrata nel campo dell’amministrazione pubblica, ben più in profondità del solo livello politico: tutto questo richiede certo una necessaria riforma morale e culturale dello spirito pubblico. Ma chiama in causa l’esigenza di rivedere le regole di funzionamento delle istituzioni democratiche.

Voterò Sì perché, pur non misconoscendo la funzione propulsiva che la Costituzione tutta ha svolto nel ricostruire e far crescere l’albero della nostra democrazia, riconosco la radicale differenza tra la parte intangibile della Carta, nella quale sono indicati i valori e i principi, da quelle storicamente determinate che riguardano, invece, l’ordinamento della Repubblica.

Vale a dire le istituzioni cui fu affidato il compito di dare attuazione ai principi e ai valori. Le quali ormai da tempo mostrano affanno nello svolgere la loro funzione, incapaci di interpretare nel loro funzionamento le esigenze di una società in rapido mutamento e, molto spesso complici nel determinare quel distacco tra politica e cittadini che rappresenta uno dei più vistosi mali del nostro tempo.

Ed è per questa ragione, di fronte all’ancora largamente incompiuto lavoro di progresso verso l’estensione dei diritti previsti dalla Costituzione originaria, di fronte alle difficoltà di aprire il campo a un nuovo fronte di diritti non contemplabili all’indomani della guerra, di fronte all’impervia via da percorrere per includere nel campo dei diritti nuovi soggetti, che occorrono istituzioni più forti ed efficienti. Non a costo di “comprimere gli spazi di democrazia”, ma caso mai per ampliarli e per renderli più effettivi e meno teorici: “belli e impossibili”.

Voterò Sì per la ragione molto banale che la bocciatura di questa riforma sarebbe, nei fatti, la negazione del senso stesso per il quale abbiamo tenuto in vita la legislatura dopo il deludente e inconcludente risultato elettorale del 2013, dopo il vergognoso pasticcio Marini-Prodi e sino alla rielezione di Napolitano, eleggendo il quale abbiamo promesso solennemente al popolo italiano che stavamo lì per fare le riforme.

E per questa ragione abbiamo accettato, facendo violenza ai nostri elettori e (lo si creda o no) a noi stessi, di dare vita a un governo con Berlusconi, di affrontare un percorso impegnativo e aspro, che ci avrebbe chiamato a un continuo, teso rapporto con gran parte di quei cittadini che ci avevano dato fiducia in ragione del programma della coalizione Italia Bene Comune, mandata al macero da Nichi Vendola sin dalla prima riunione.

Abbiamo accettato perché la riforma della Costituzione e il superamento del bicameralismo paritario sono infissi nel codice genetico costitutivo del centrosinistra in questa mai nata seconda Repubblica: già dalle tesi del primo Ulivo, passando per la Bicamerale di D’Alema, sino ad arrivare alla nascita del PD e all’ultimo programma elettorale.

Voterò Sì, perché sono molto preoccupato di cosa succederà se vinceranno i No. Perché di poche cose sono certo come di un fatto, a mio parere politicamente ineludibile. E cioè che la bocciatura popolare della riforma restituirebbe solo due scenari possibili, entrambi disastrosi.

Il primo, piuttosto probabile, contempla il mantenimento dello status quo per chissà quanti anni ancora. Essendo assai improbabile che il coacervo disomogeneo di forze che oggi costituisce il fronte del No possa ritrovarsi su una posizione comune; ed essendo altrettanto improbabile che un PD inevitabilmente piegato dalla sconfitta possa avere la forza per riprendere nella prossima legislatura un cammini così complesso e arduo.

Il secondo scenario, forse meno probabile ma non del tutto da “fantapolitica”, è che un’ eventuale affermazione elettorale delle forze populiste, 5S compresi, che oggi recitano la parte dei parlamentaristi ma hanno nel DNA la ripulsa della democrazia rappresentativa e il mito della democrazia diretta, possa aprire le porte ad un’altra ben più stravolgente rivisitazione della Costituzione.

Avviando la Repubblica verso una trasformazione in senso presidenziale, con tutto ciò che questo comporta. A cominciare dall’elezione diretta del capo dello stato. Pensiamo forse, nel crollo verticale che investe le fiducia dei cittadini verso la mediazione politica dei partiti e verso la funzione di rappresentanza delle istituzioni, che una riforma del genere otterrebbe a un ipotetico referendum confermativo meno del 70% dei consensi.

Chiudo con una battuta. Personalmente, non sono pregiudizialmente ostile ad approfondire il tema del presidenzialismo. E forse se avessimo voluto inseguire le sirene del gradimento popolare oggi non avremmo dubbi sull’esito referendario. Non lo abbiamo fatto per scelta. Perché ritenevamo più coerente con la nostra tradizione democratica difendere il parlamentarismo, rendendolo più efficace.

Finire in una repubblica presidenziale governata dalla sede legale della Casaleggio e Associati, è l’ultima cosa che posso e voglio augurare ai cittadini italiani, prima ancora che a me stesso. Voterò Sì.

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3 thoughts on “Sì io Sì. Ma perché? Perché Sì

  1. La Costituzione della Repubblica Italiana è figlia di una plurisecolare tradizione di Diritto, che, da Atene è arrivata a Roma: una tradizione di civiltà, che era ed è stata faro per molti popoli. Purtroppo, una legge scritta in maniera equilibrata, seppur nelle condizioni d’urgenza di una Nazione che, a seguito di un conflitto sanguinoso, ha pure cambiato forma di governo, è stata, a seguito di successive riforme, più volte lacerata e svuotata del suo senso originario, danneggiamenti che tenteremo di esaminare qui di seguito
    Già nel 1963, l’aver stabilito un numero fisso di Onorevoli, tanto Deputati, quanto Senatori, ha fatto venir meno quel criterio di rappresentanza popolare, fissato su un rapporto fra numero di eletti e numero di elettori; ora qualcuno vorrebbe cancellare il Senato, che non rappresenta affatto un doppione della Camera dei Deputati, ma semplicemente un organo di verifica supplementare delle leggi da emanare, poiché diverse sono le basi da cui sono scelti i componenti delle due Camere e diverse sono le fasce d’età di appartenenza.
    La modifica all’articolo 81, già nell’inverecondo titolo di Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale assegnato alla legge costituzionale del 20 aprile 2012 dimostra una sudditanza nei confronti del mondo economico, come se una Nazione, anziché fondarsi sul Diritto, si fondi sul bilancio, pur restando quest’ultimo un lodevole obiettivo da perseguire. Resta però una contraddizione di fondo: quando, in epoche ormai lontane, il bilancio della Repubblica era attivo, allo scopo di consentire l’ingresso dell’Italia nel sistema Euro, fu fatto promettere all’On.le Sig. Presidente Ciampi che l’Italia si sarebbe indebitata, per tutto o quasi il prodotto interno lordo ed egli, essendo di estrazione bancaria, acconsentì, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti e portando l’Italia a sottostare a disposizioni emanate in sede Europea non già da Istituzioni, ma da organizzazioni di Diritto privato che pilotano le Istituzioni a proprio vantaggio: un’Europa ben diversa da quella, in origine, concepita da Adenauer, De Gasperi e Gruber.
    Veramente deleterie per l’unità Nazionale, faticosamente conquistata, sono state due date: 22 novembre 1999 e 18 ottobre 2001; giornate in cui la parola Italia è tornata ad essere poco più che un’espressione geografica, visto che, confondendo l’autonomia con la secessione, ignorando che il federalismo è un’unione e non una divisione, le Regioni sono diventate come gli Staterelli pre – unitari, all’interno dei quali, magari, si vorrebbe che ogni Provincia, finché questa parola, grazie ad altri atti sventati, non assumerà, solo connotazione geografica, fosse autonoma rispetto alle altre, creando uno spezzatino, anziché uno Stato.
    A quanto elencato, si aggiunga che la redazione formale lessicale del testo proposto per la riforma non è certo dei migliori.
    Queste le motivazioni in virtù delle quali il mio voto al prossimo referendum sarà negativo.
    Ovviamente, resto contrario anche ad una Repubblica a forte connotazione presidenziale, ancorché oggi si faccia tacere il dibattito parlamentare a colpi di maggioranza cosiddetta Bulgara oppure con procedure come l’emanazione di decreti, da convertire in leggi e facendo assumere al voto per l’approvazione delle medesime anche il carattere di fiducia al Governo, organo della Repubblica che avrebbe il compito di far osservare le leggi emanate dal Parlamento, fatti salvi i casi ben chiaramente previsti dalla Costituzione. A tutto ciò si aggiunga che i membri del Governo dimostrano una forte sudditanza nei confronti del mondo economico, e questo, al pari dell’ abusata procedura sopra indicata non succede solamente in Italia, ma anche in altre Nazioni (in questi giorni, in Francia).

    • Rispetto ovviamente la sua posizione. Registro, tuttavia, leggendo le motivazioni da Lei addotte, che pressoché tutte sviluppano argomenti critici non tanto nei confronti della Costituzione che uscirebbe dalla riforma, della quale si limita sostanzialmente a dire che è malscritta, quanto nei confronti della Costituzione che c’è (art. 81, federalismo regionale introdotto nel 2001) e di quella che potrebbe prefigurarsi con l’introduzione del presidenzialismo, che la riforma non contempla

      • Con una sola Camera a funzioni legislative e di controllo e di fiducia nei confronti del Governo, questo assume, certamente, un peso maggiore ed il rischio di una prossima modifica in senso presidenziale si potrebbe prefigurare.
        Veniamo ad analizzare, in sintesi, quanto scritto nel documento di cui all’indirizzo:

        http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0027272.pdf

        ARTICOLO 55 – Come sopra scritto, il Senato non rappresenta affatto un doppione della Camera dei Deputati, ma semplicemente un organo di verifica supplementare delle leggi da emanare, poiché diverse sono le basi da cui sono scelti i componenti delle due Camere e diverse sono le fasce d’età di appartenenza. Resta tuttavia interessante, almeno a parere di chi scrive, la funzione di raccordo con gli altri Enti della Repubblica e con le Istituzioni di diverso ambito geografico: in questo senso, si può pensare di avere un Ufficio dedicato, tuttavia la rinuncia al bicameralismo è alquanto pesante.

        ARTICOLO 57 – Si è ripetuto l’errore di una composizione a numero fisso; la durata del mandato legata a quella della carica nell’Ente territoriale svaluta il Senato quale organo di calibro Nazionale, seppur eletto anche su base locale.

        ARTICOLO 59 – Chi ha illustrato la Patria per meriti così alti da essere nominato Senatore, dovrebbe conservare tale ruolo a vita; dovrebbe invece essere prevista la revoca di questo prestigioso riconoscimento (non a caso, ai Signori Deputati e Senatori, spetta il titolo di Onorevoli) nel caso in cui queste caratteristiche di onorabilità vengano meno, specie per comportamenti ben lontano dall’essere irreprensibili.

        ARTICOLO 60 – La modifica è stata obbligata dalla riforma del Senato.

        ARTICOLO 63 – Lodevole aver previsto l’esistenza di casi d’incompatibilità tra l’esercizio di funzioni in ambiti geografici diversi, essendo impossibile, almeno per gli esseri umani l’ubiquità e durando le giornate solo ventiquattr’ore.

        ARTICOLO 64 – La tutela dei diritti delle minoranze dovrebbe essere cosa scontata, ma, evidentemente, nella Società di oggi, è stato necessario scrivere un appello, così come in merito al dovere di partecipare alle sedute; l’espressione “anche se non fanno parte delle Camere” al quarto comma era, invero, pleonastica, ancorché facesse osservare come il Governo possa avere nel suo seno membri non eletti.

        ARTICOLO 66 – Modifica necessaria in seguito a quanto, erroneamente, a giudizio di chi scrive, previsto nel precedente articolo 57.

        ARTICOLO 67 – Si è persa, purtroppo, la rappresentanza nei confronti della Nazione da parte degli Onorevoli Senatori.

        ARTICOLO 69 – sarebbe opportuno stabilire l’ammontare o prevederne l’esistenza del limite e fornire, invece, benefici in servizi.

        ARTICOLO 70 – Si è conservato un bicameralismo rudimentale, ma, come osservato a proposito dell’articolo 55, è bene andare adagio a scrivere qualcosa di delicato come la legge. L’iter che ne deriva è, comunque, complicato.

        ARTICOLO 71 – Positiva l’introduzione del referendum propositivo e degli altri strumenti di democrazia diretta; con i mezzi odierni, si potrebbe osservare che la funzione legislativa potrebbe anche essere esercitata con un piccolo Parlamento avente funzione di redigere i progetti di legge, da votarsi a suffragio universale per via informatica a scrutinio palese (le vie della truffa con questi mezzi sono infinite) e, per le questioni più delicate, una o due tornate di referendum all’anno.

        ARTICOLO 73 – Un esame preventivo da parte della Corte Costituzionale non guasterebbe, tuttavia dovrebbe essere implicito che gli Onorevoli membri del Parlamento redigano disegni in accordo con la Costituzione, salvo banali sviste.

        ARTICOLO 74 – La possibilità di richiedere nuovo esame relativamente ad una specifica disposizione rende più snello l’iter di approvazione; risulta tuttavia poco chiara la motivazione del differimento di trenta giorni, riguardante la conversione in legge di decreti d’urgenza.

        ARTICOLO 75 – Resta l’incomprensibile questione del quorum, parametro preso in considerazione nelle votazioni per referendum, ma non in quelle per elezione di cariche; pur con il difetto di fondo, ben venga un quorum ridotto se la proposta proviene da una base più ampia. Se la non ammissibilità del referendum per questioni fiscali, di bilancio, amnistia ed indulto è ben comprensibile, non lo è altrettanto per i trattati internazionali.

        ARTICOLO 77 – Alcune modifiche figlie di quelle della funzione del Senato. Prudente l’introduzione degli ultimi commi, al fine di evitare pericolose derive.

        ARTICOLI 78, 79, 80 – Ut supra.

        ARTICOLO 82 – Se proprio si voleva modificare la funzione del Senato, in questo articolo, sarebbe stato opportuno prevedere le commissioni d’inchiesta anche su temi comunitari.

        ARTICOLO 83 – Abrogazione del secondo comma figlia della modifica della funzione del Senato. Prudente l’introduzione delle maggioranze decrescenti.

        ARTICOLI 85 & 86 – Inutile inversione di funzioni.

        ARTICOLO 88 – Sarebbe opportuno prevedere, come ora, anche la possibilità di scioglimento del Senato.

        ARTICOLO 94 – Vedasi quanto espresso a proposito dell’articolo 55; con meno persone a votare la fiducia ad un Governo, si apre la strada a pericolose derive. La democrazia non deve cedere il passo alla lunga durata in carica di un Governo o di alcuni suoi Ministri.

        ARTICOLO 99 – Chi svolgerà le funzioni del CNEL? Magari, sarebbe stato più opportuno trasformarlo in una Commissione Parlamentare.

        ARTICOLO 114 – L’abolizione delle Province ha poco senso, purché queste mantengano il ruolo di collegamento tra Comuni e Regioni, entità troppo distanti fra di loro; molto meglio la primigenia stesura dell’articolo, che prevedeva una semplice ripartizione in Regioni, Province e Comuni, con funzione puramente amministrativa.

        ARTICOLI 116 & 117 – Si confermano, purtroppo, i gravi errori compiuti nel 1999 nel 2001 (specie, ma non solo con l’abrogazione degli articoli 115, 124, 128, 129 & 130), con il forte rischio di smembramento della Repubblica, con venti Sanità, venti Pubbliche Istruzioni, venti sistemi di Trasporto e via dicendo. Nelle materie riservate allo Stato, il punto e) è quanto mai inattuato, visto che siamo in balìa degli operatori finanziari, abbiamo una Banca Centrale tanto Nazionale quanto Europea di Diritto privato, le risorse finanziarie non sono affatto perequate, perché l’articolo 53 è puntualmente disatteso, ma di questo non ha certo colpa la Costituzione, bensì coloro che non la osservano; diverso è il caso del punto o), dove si fa riferimento alla previdenza complementare ed integrativa, locuzione quanto mai impropria, poiché trattasi di strumenti finanziari puri e non già di previdenza, termine che ha ben altro significato. Gravissimo errore non avere inserito le ferrovie in toto nella competenza Nazionale, visto quanto successo in Piemonte da quattro anni a questa parte.

        ARTICOLO 119 – Anche qui, si è ripetuta la pericolosa inversione di ruolo tra Enti centrali e periferici: la primigenia forma del 1947, peraltro molto più snella e chiara, aveva un’impostazione molto più solidaristica rispetto al pensare ognuno per sé come lascerebbe trasparire tanto la forma attuale, quanto la modifica proposta a questo articolo.

        ARTICOLO 120 – La possibilità di commissariamento è già presente nell’attuale forma, di cui la modifica propone un saggio raffinamento.

        ARTICOLO 122 – Lodevole introduzione di un tetto agli emolumenti.

        ARTICOLO 126 – Modifica figlia di quelle alle funzioni del Senato.

        ARTICOLO 135 – Ut supra.

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