Patti di convivenza e società liquida

Il punto  Mauro Fornaro

matComprensibile sotto il profilo giuridico che vengano riconosciuti alle coppie eterosessuali conviventi taluni diritti, già di competenza delle coppie unite da matrimonio, mentre il matrimonio ne comprende altri e di più. Infatti, anche se non legata da vincolo coniugale, la coppia che opta per la semplice convivenza rappresenta un valore sociale degno di essere tutelato, come in effetti lo è da pochi giorni nella nostra legislazione attraverso i cosiddetti Patti di convivenza. Del resto con questa innovazione non sono tolti diritti né meriti a chi pratica il matrimonio “tradizionale” (che però viene sminuito nella sensibilità comune in quanto non più esclusivo mezzo per regolare giuridicamente la convivenza familiare). Diverso il discorso laddove ci si interroghi sulle ragioni e sulle implicazioni, sotto il profilo psicologico ed esistenziale, di questa nuova opzione, piuttosto che l’opzione coniugale, dal momento che il matrimonio da una parte consente maggiori diritti, dall’altra parte è caduta ormai da tempo la costrizione alla indissolubilità (anzi l’iter del divorzio è stato facilitato da recenti leggi). Che senso ha optare per i Patti di convivenza?

Occorre partire da una riflessione sociologica circa il diffondersi di unioni di fatto – more uxorio come si diceva in passato – in tanti giovani, a scapito della consacrazione matrimoniale: il numero di matrimoni in Italia e in Europa è da anni in vistoso calo, per non dire dei matrimoni religiosi. Le ragioni di questo fenomeno tipico del nostro tempo non sono solo riconducibili alla difficoltà dei giovani di trovare stabile occupazione: in passato ci si sposava in condizioni economiche anche peggiori (quanti nonni o bisnonni sposati dovevano coabitare con genitori o suoceri? E quanti si sposavano già con la prospettiva di dover migrare all’estero per lavoro, lasciando sola per lunghi anni la consorte?). Le ragioni salienti sono piuttosto da ricercare in quella crisi di valori ideali, per cui impegnarsi a vita, in quel ripiegamento sul provvisorio e sull’individualistico che caratterizza in Occidente la “società liquida”, secondo la fortunata definizione del sociologo Bauman. In effetti, il rifiuto di impegni forti – qual è la promessa di un’unione e di una fedeltà a vita, con la specificazione inoltre “nella buona come nella cattiva sorte” – per giunta presi pubblicamente con tanto di testimoni di fronte a una comunità (sia essa rappresentata dal sindaco, dal sacerdote o rabbino o imam) porta nella direzione, con la mera unione di fatto seppur sancita dai Patti di convivenza, di un tipo di rapporto fluido, privato, non esclusivo. Fluido, perché psicologicamente e giuridicamente più facilitato allo scioglimento; privato, perché formalizzato davanti a un notaio, come può essere un comune contratto, anziché davanti alla comunità di appartenenza; non esclusivo, perché non vincolato da obbligo di fedeltà. La coerenza con la società liquida di questa impostazione relazionale sta nel privilegiare il reversibile, il privato, l’impulsività poligamica (non essendo escluse relazioni al di fuori del Patto), dunque il transitorio proprio delle contingenti scelte individuali. L’etica e la filosofia di vita implicite in questa impostazione manifestano la rinuncia (o il timore?) ad agganciarsi a valori e dunque a opzioni che modifichino lo status di vita, incidendo sulla stessa identità sociale del soggetto (“coniugato!”), e che siano fatti valere coram populo (non ultimo segno l’anello al dito che suggella anche visibilmente l’appartenenza a una categoria).

Ma – si può obiettare – le determinazioni obbliganti (sei questo e non quello, con tanto di doveri) non significano forse quella limitazione della libertà e della disponibilità di sé, denunciate proprio da chi pratica la convivenza e rifugge dal matrimonio? Occorrerebbe, a ben rispondere, entrare nei massimi problemi filosofici su ciò che è davvero libertà, se essa si identifichi col mero arbitrio individuale o non consista piuttosto in un itinerario di crescita volto alla realizzazione esistenziale. Il dongiovanni, che lascia aperta ogni possibilità relazionale, è psicologicamente una figura adolescenziale, che si pasce dell’illusione di libertà data dal poter muoversi in un indefinito campo di possibilità… ma oltrepassata l’adolescenza il destino è di passare dalla noia all’angoscia del vuoto esistenziale (Kierkegaard insegnava, la clinica psicoterapeutica conferma).

Va intanto notato dal punto di vista psicologico ed esistenziale che il matrimonio, specie se consacrato religiosamente, non è un formale contratto tra due soggetti che per il resto permangono tali e quali erano prima del contratto, ma inserisce i due in una figura nuova, nel senso che dà una forma nuova al rapporto: non solo per il suo carattere di impegno pubblico, ma perché sancisce la logica relazionale dell’esser coppia, del “fare” coppia, che supera la mera somma dei due individui. In altri termini l’esistenza del “con-iugato” non è concepita se non con l’altro all’interno di una comune progettualità di vita, della quale la coppia diventa l’appropriato soggetto. Questa figura relazionale, in cui in certo senso il tutto è maggiore della somma delle parti e il “noi” prevale sugli “io” (non è l’unica relazione intersoggettiva in cui ciò accade), ha importanti ricadute sotto il profilo psicologico ai fini della stabilità della relazione. La più evidente è l’impegno al sostegno nei momenti di difficoltà di ciascuno o della coppia: prima di separarsi a fronte delle difficoltà che qualunque coppia incontra nel corso della propria storia relazionale, ciascuno dei due è sollecitato dal fatto di essere coppia a “tener duro”. E’ un assetto particolarmente rassicurante per entrambi, mentre la possibilità del divorzio resta l’extrema ratio, laddove le difficoltà relazionali siano divenute insostenibili. Anzi, proprio i necessari riadattamenti di ciascuno e di entrambi a seguito degli inevitabili momenti di conflitto, ma attuati restando all’interno del progetto di coppia, sono prova di maturità che a sua volta incrementa la maturazione, cioè la crescita psicologica e relazionale. Del resto ciascuno di per sé cambia nel corso degli anni, sia per le diverse esperienze fuori dell’ambito coniugale, sia nel corso dei decenni per l’inesorabile battere dell’ “orologio biologico” che scandisce le fasi di vita: d’obbligo è rinegoziare ricorrentemente il rapporto di coppia stesso. Ma quale più solido quadro della rinegoziazione è quello dato dal concepirsi entro un’unità sovraindividuale, ovvero dato dall’originaria pubblica promessa di una comune progettualità a vita?

Certo, i suddetti passaggi maturativi e la forte tenuta della coppia non hanno come condizione necessaria l’essere coniugati, dal momento che si sono realizzati anche in celebri coppie rimaste allo stato della convivenza. Di contro va riconosciuto che proprio l’esser coniugati può portare taluni all’illusoria quiete del disimpegno dalla rielaborazione della relazione (che a 50 anni non può più essere la stessa che a 20) all’ombra del vincolo giuridico del coniugio solo formalmente inteso, e allora il matrimonio diventa davvero la tomba dell’amore denunciata da chi opta per la convivenza. Ma se i paragoni vanno fatti a parità di altre condizioni (le buone coppie conviventi con le buone coppie coniugate e non con i tanti matrimoni sfasciati), quanto più il vincolo coniugale è psicologicamente ed esistenzialmente supportivo rispetto ai meri Patti di convivenza, solo che si abbia il coraggio, anzi si dica pure “il fegato” al giorno d’oggi, di dichiarare pubblicamente a lei/lui: “Tu sei la donna/l’uomo della mia vita”?

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One thought on “Patti di convivenza e società liquida

  1. Ho davvero apprezzato l’articolo del prof. Fornaro, perché, pur schierandosi come serietà obbliga, ,è privo di pregiudizi, fortemente dialettico, neutrale nell’esporre le diverse situazioni, aderente alla realtà odierna. Inoltre, senza rinunciare al registro linguistico puntato verso l’alto, come richiede un argomento così delicato, riesce a farsi leggere, penso, dalla maggioranza del pubblico che si informa sui giornali locali on line.

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