Unioni civili e cristianità perduta

Domenicale Agostino Pietrasanta

famLa descrizione più lucida e più tempestiva della fine del regime di cristianità è dovuta ad un laico di grande levatura culturale e politica, Camillo Benso conte di Cavour. In un discorso alla Camera dei deputati del 25 marzo 1861 e dunque a tre mesi dalla sua sua morte prematura, egli per rivendicare il ruolo di Roma capitale, fece un’analisi dei rapporti Chiesa/Stato e temporalismo che non è certo tra i più citati, ma, a mio parere, il più rilevante di tutto il ragionamento. Nella sostanza, il grande statista osservò che la cultura giuridica del tempo avrebbe imposto alle istituzioni politiche delle scelte di laicità a tutti gli Stati, a cominciare dal matrimonio civile: se la Chiesa avesse mantenuto il potere temporale, addirittura con un vero e proprio Stato, molto presto si sarebbe trovata di fronte ad un nodo  per lei inestricabile. E aggiunse più o meno queste parole: il sovrano pontefice potrà tollerare tali istituzioni da parte di uno Stato laico, ma non potrà mai introdurle Lui nel suo ordinamento giuridico; se perde il potere temporale la Chiesa sarà finalmente libera nella sua missione evangelizzatrice e spirituale.

Non solo. Cavour osservò anche che, nei secoli passati il regime di cristianità per cui le leggi dell’assolutismo assicuravano certe garanzie alla Chiesa altrimenti non libera, avevano avuto un senso ed una logica motivazione; a fronte della Stato libero e costituzionale anche la missione evangelizzazione non aveva più necessità di braccio secolare.

La più organica opposizione a questa logica da fine del regime di cristianità non fu certo opera di Pio IX che si rifugiò nella più oscura intransigenza, ma di Pio XI che ritenne, per via concordataria di aver “ridato l’Italia a Dio e Dio all’Italia”; di aver creato cioè istituti di difesa della società cristiana grazie al “braccio secolare” della legislazione dello Stato; inutile dire che Pio XI se ne pentì amaramente perché dovette constatare che il totalitarismo, alla pari dei passati eventi dell’assolutismo, non  lascia alcuna libertà  neppure alla Chiesa. Eppure l’illusione di una ripresa della perduta cristianità resistette a lungo; a lungo ci si illuse che grazie alle norme della Stato si potesse cristianizzare la società, evangelizzare i popoli e sensibilizzare le coscienze.

Il primo e devastante contraccolpo, almeno al livello delle evidenze, si verificò col Referendum sulla legge Baslini/Fortuna, cioè sulla normativa divorzista; subito dopo, l’episcopato più accorto capì. Potrei dire che ne ebbi conferma personalmente, dal momento che fino a pochi anni addietro mi fu possibile dialogare anche coi vescovi di questa Chiesa locale; ma la conferma più significativa fu il comportamento degli anni successivi, posto in essere dalla CEI; almeno fino alla presidenza di Camillo Ruini e del suo tentativo di surrettizia invadenza nella politica della Nazione.

Ora siamo ad una tappa cruciale: il capitolo delle unioni civili è illuminante. Se fossero passati i DICO non avremmo la legislazione oggi introdotta; ma stiamo attenti ad ogni recriminazione. Una normazione della realtà di fatto era indispensabile, anche per i doveri e non solo i diritti di una parte di popolazione del Paese; tanto più che (e qui il richiamo al Cavour, in condizioni e materie diverse potrebbe apparire calzante) le culture giuridiche che si vanno proponendo ed imponendo hanno già creato precedenti in quasi tutti gli Stati democratici. E l’episcopato col suo atteggiamento più defilato che prudente sembra essere particolarmente attento a non creare scontro dagli effetti devastati. Solo alcuni cristiani laici non se ne danno per inteso e vanno proponendo impossibili rivalse: poco importa se per residuo clericalismo o per speranze elettorali e di consenso.

Non sarebbe una novità: ci sono sempre stati dei fedeli più clericali dei preti che non sanno distinguere regime di cristianità dal messaggio cristiano: eppure si deve ad un laico, in seguito prete e monaco, Giuseppe Dossetti una distinzione ben lucida, quando paventava una difesa della cristianità che mettesse in pericolo il Cristianesimo.

Alle corte. C’è un solo modo, oggi di salvaguardare gli ideali cristiani ed il messaggio di Cristo: il processo di pre/evangelizzazione ed evangelizzazione. La Chiesa è assolutamente libera di farlo, ma non pretenda dallo Stato di sostituirla: la politica finirebbe per occupare surrettiziamente degli spazi che non le competono.

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One thought on “Unioni civili e cristianità perduta

  1. Bene Agostino, non hai bisogno di incoraggiamenti ma io lo faccio lo stesso: prosegui per questa pista che tu chiami “cristianità perduta” e che io, in senso più terra-terra , denominerei della “maggioranza perduta” visto che il dente duole particolarmente sulla produzione legislativa e giurisprudenziale, per non dire dei costumi tout-court.
    Il “mondo cattolico, infatti non solo ha difficoltà ad “elaborare il lutto”, ma si sta ancora chiedendo, preliminarmente e in vari modi: perduta o “scippata”? Scippata da una minoranza politico-sociale scaltra e determinata, nei confronti della quale sarebbe non solo lecito, ma doveroso prefigurare rimonte in tempi supplementari da introdurre nel gioco, con le buone o con le cattive. E, a seguire, problemi di tattiche e alleanze nel mare agitato della politica italiana.
    Ove si sbagli diagnosi ti lascio immaginare gli effetti delle cure.

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