Lavoro, è una parola…

Dario Fornaro

robLa Festa del Lavoro, testé celebrata con i tradizionali ingredienti di orgogliosa rivendicazione (cortei, comizi, bandiere, cartelli e musiche popolari), è stata tuttavia silenziosamente presidiata, come ormai da qualche anno, da una sottile sensazione di disagio spalmata sull’oggetto stesso della manifestazione: il lavoro. Come se un tarlo molesto, seminascosto tra le parole rituali o spontanee, diffuse dai palchi e amplificate nelle piazze, riproponesse alla coscienza individuale e collettiva la domanda imbarazzante: di che cosa, di che lavoro stiamo parlando e che cosa andiamo rivendicando?

Del resto, se la società sta diventando “liquida”, secondo la fortunata immagine baumanniana, è alquanto probabile che molti fenomeni sociali ad essa collegati – lavoro tra i primi – stiano incontrando analoga e pur controversa sorte: indeterminazione concettuale e mutevolezza dei contenuti. In un contesto – europeo ma non solo – in cui la realtà cambia inavvertitamente e il cambiamento si percepisce per lo più a cose fatte.

Una consimile “sorpresa” sembra pararsi di fronte al lavoro, così come conosciuto e introiettato nell’ultimo mezzo secolo, non appena si  attenuino i clamori e si calmino gli entusiasmi  attorno all’ultima edizione della globalizzazione economica. Un fenomeno (un gioco)  che si proclamava a somma indefinitamente positiva, per tutti i partecipanti, e che si rivela ben più controverso e accidentato per più di un “giocatore” allorché  traspare, e vincente, la fisica  dei vasi comunicanti nella famosa “divisione internazionale del lavoro”. E logiche e contenuti socio-economici tendono a livellarsi, esplicitamente o surrettiziamente, senza tropo riguardo alle vecchie frontiere geo-politiche.

Tutto questo per dire che mentre il lessico corrente, politico e gestionale, conserva al lavoro – jobs act permettendo contenuti (o risonanze) tradizionali e consolidati (ad esempio in zona contrattuale), una serie di “slittamenti” reali alla base tecnologica della produzione (beni e servizi), così come dell’assetto complessivo dell’edificio sociale, introduce in pari tempo scenari di crisi occupazionale permanente da togliere il sonno a chi è ancora propenso a credere che il technological change  porti seco anche gli antidoti contro il parossismo della società cibernetica.

E’ lecito domandarsi, a questo punto, quanti cittadini, quanti lavoratori (in atto o in potenza) sono consapevoli di questo doppio registro – attuale e prospettico – che sottende la discussione sul lavoro. Comprendendo anche il solo coinvolgimento intuitivo, si direbbe molti, moltissimi. Non si spiegherebbe, tra l’altro, come mai,  con un’economia ferma (o movimentata sur place) e fermi i livelli retributivi, la classe media nostrana abbia ricominciato, dopo qualche incertezza, a risparmiare, nella versione/motivazione prevalente del “proteggersi dal futuro”, restando freddina con le sirene dei consumi salva-economia.

In altri termini, il libro di J. Rifkin “The end of work” , di vent’anni fa,  famoso ma non proprio popolare, ha continuato a ricevere dalle cronache più riscontri che smentite. Il lavoro – e così pure la sua controfigura sindacale – sono stati infatti “presi in mezzo” dalla finanzarizzazzione dell’economia e dall’ulteriore sviluppo di tecnologie sostitutive del lavoro (labour saving), trovandosi a fare i conti, sempre più difficili, con la deriva incontrollabile della crescita senza occupazione (jobless growth).

Il Primo Maggio è passato, e anche il cinque  (Ei fu), ma l’arrovellamento delle parti in campo continua. Sotto il cielo, ahimè,  di una politica esagitata e concentrata sui tempi brevi. Tra gli ausili più recenti per orientarsi, si possono segnalare un libro e un articolo. Il volume “Lavoro”, di Stefano Massini, per le Edizioni del Mulino: un inatteso drammaturgo per un tema ben indiziato di drammaticità. Lo ha presentato “Repubblica” (29.4 – “Ascesa e caduta: la parola lavoro non va più in paradiso”) con l’autore che precisa: “oggi il lavoro ha finito da tempo di essere un luogo di aspettative o di conferme, caricandosi di tutte le possibili inquietudini di una suprema incognita”. L’articolo: “Lavoro ed evoluzione tecnologica”, di Carlo Carboni, docente all’Università di Ancona, ne “Il Mulino” 2/2016 (pp. 346-54). Con linguaggio trattenuto,  come si conviene ad un accademico, l’autore si misura con un progresso tecnologico (“che già oggi costituisce un acceleratore della disuguaglianza”) nei confronti del quale “occorrerà prepararsi a questo futuro nel quale un enorme quantità di lavoratori diverrà superflua”. Non male come aperitivo.

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