Europa e Italia tolleranti non solidali

Domenicale Agostino Pietrasanta

papConcludendo il suo discorso ai leader europei, mentre riceveva il premio “Carlo Magno” per la pace, papa Francesco ha lanciato una sfida che sembra evocare un sottofondo drammatico, “Sogno  un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia”. E poco prima aveva individuato correttamente il senso di un’utopia che non ha avuto realizzazione, nonostante le indicazioni di speranza e di progetto che Bergoglio non poteva non prospettare. Lo ha fatto in particolare citando prima Robert Schuman che  già nel 1950 affermava che solo realizzazioni di fatto fondative di solidarietà realizzate si sarebbe costruita l’Europa; poi richiamando Alcide De Gasperi il quale il 21 aprile del 1954 (e dunque a quattro mesi dalla morte), in una conferenza parigina si augurava un’iniziativa di tutte le nazioni europee, preoccupate, tutte quante del bene comune “delle nostre patrie, della nostra Patria Europa”.

Sono queste citazioni che, adeguatamente richiamate dicono della distanza tra progetto dei Padri fondatori e realizzazione: il nazionalismo che si è risvegliato alle prime difficoltà è la prova della succitata distanza. Varie contingenze hanno evidenziato il difetto di fondo, dalla crisi economica che ha richiamato gli egoismi nazionali, alla vicenda epocale ed inarrestabile dei profughi che ha chiuso  e preteso di “difendere” talora  addirittura coi muri la prepotenza nazionale e creato conflittualità (generalmente e per fortuna non cruente) tra nazioni che hanno convissuto decenni di pace e collaborazione.

Il fatto è che la difesa dei diritti ha finito per degenerare in una straordinaria delusione perché non si è determinato il superamento del carattere, fattosi limite, più caratteristico dello Stato nazionale quello della sola tolleranza. Certamente una tappa essenziale e fondante l’Europa, ma non sufficiente. A fronte delle sfide di una globalizzazione che ha interpellato i popoli dell’opulenza, per le spinte dei popoli della miseria, non si sono create quelle realizzazioni di fatto solidali di cui parlavano Schuman e De Gasperi: certo loro ne parlavano con riferimento al contesto europeo, oggi il problema si pone a livello mondo, ma il fatto è che è mancato e mancata una solidarietà a tutti i livelli geopolitici, ma anche al livello nazionale.

Per questo mi interessa pure il caso italiano e mi interessa proprio nel richiamo alla Carta che molti definiscono ancora la migliore Costituzione del mondo. Siamo ad una svolta, ma bisognerebbe anche capire perché “la migliore Costituzione del mondo”, oggi si presenta piena di acciacchi. Capisco la legittima preoccupazione di chi teme le norme introdotte per una riforma che sarà sotto posta a Referendum, ma io vorrei capovolgere una valutazione che da tempo ragionevolmente si sta proponendo.

Si dice che si tratta di innovare e si deve innovare nel testo della seconda parte (Ordinamento della Repubblica); si afferma anche che un’eventuale innovazione in senso autoritario andrebbe ad incidere proprio sui principi fondanti la prima parte, principi di evidente solidarietà. Esatto, perché la Carta prevede una democrazia aperta al contributo di tutti, anche di quelli che da soli non ce la fanno. Ma purtroppo è proprio questa parte che non è mai stata realizzata ed io sono convinto che questa parte, rimasta vuota retorica, abbia messo in crisi anche le altre parti.

Il problema è semplice e drammatico perché (giova ripetere) quanto più bello è un progetto, tanto più retorica ne diventa la mancata realizzazione.

Bastino tre esempi. La Repubblica è fondata sul lavoro; non vi sembra, a fronte della realtà, una presa in giro, almeno per qualche decina di milioni di persone che non lavorano o sono in condizioni di lavoro precario? Eppure basterebbe colpire l’evasione fiscale e la corruzione per trovare risorse di ripresa dell’occupazione. La Repubblica promuove il merito e promuove i capaci e meritevoli; non vi sembra che invece del merito si promuova la raccomandazione? Eppure, proprio qui chi è senza peccato scagli per primo una pietra: c’è solo da capire se qualcuno sarà così onesto (?!) da allontanarsi per primo, o se questa volta (peggio dei Farisei) ognuno prenderà la pietra da scagliare al nemico più caro. E non fatemi ripetere che il merito va promosso al servizio e non per il privilegio. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca. E qui non avrei proprio nulla da aggiungere: infierire sarebbe scorretto anche contro chi afferma che la cultura non si mangia.

Perché pur affrontando un confronto che si spera civile e dialetticamente corretto, quando in autunno andremo a votare per un  Referendum, non facciamo anche qualche ragionamento sui presupposti fondativi di una Carta che, prioritariamente in quelli, è stata messa in crisi?

 

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